martedì 30 gennaio 2007

 The Firm

Domani mattina, in quel di Trst, ci sarà la firma per la Cassa Integrazione Straordinaria che coinvolge 50 lavoratori dell'azienda dove opero.
Dopo mesi di fegato ingrossato, trattative, incazzatura, pasti mai rimborsati e qualche sigaretta di troppo, si chiude.
Si chiude abbastanza bene, ma resta il problema.
Un problema Sociale ancor prima che economico.

Domani datemi una pensata.
Quelli che credono magari una preghierina.
Gli altri anche solo un attimo del loro tempo.
E stata durissima.
Spero proprio di non ripassarci.





 



domenica 28 gennaio 2007

 Topi


Uscivamo solo di notte. La nostra era la vita dei topi, di topi che non conoscono più la luce del sole, né il passare delle nuvole. Se pioveva era pioggia notturna, senza la speranza dell'arcobaleno. Voglio dire che ci si dimentica anche del giorno, poco a poco. Dapprima le strade da percorrere erano un labirinto, certe notti non riuscivamo a trovare nulla. Pensavamo di ricordare dov'era quel tal negozio, o dove c'era una volta un bar, un caffè. Magari seguivamo le tracce dei tavolini rovesciati, sedie spezzate, buchi sui muri. Perchè quando erano passati, i primi erano stati gli avventori dei locali, a cadere. Ma di notte tutto cambia: la geografia dei vicoli e delle viuzze si perde in un groviglio inesplicabile, come se le pieghe della tua mano diventassero cicatrici e le dita si perdessero a seguirle. C'è voluta pazienza ed una Santa fame per diventare bravi. Adesso lo siamo: siamo addestrati, veloci, furtivi, la schiena non ci fa più male se stiamo piegati, correndo. Solo pochi soldati hanno gli occhiali che vedono nel buio: un mio compagno, una volta, mi ha detto che costano troppo e li fanno usare solo a quelli bravi sul serio, quelli che non si addormentano, che godono nello sparare anche di notte. Ci sono poche mercanzie rimaste sugli scaffali: diventiamo sempre di più, i topi si moltiplicano, si sa. E' una lotta, uno contro uno. Appena usciamo dal buco ognuno va per la sua strada, quello che si trova si divide. Da noi nessuno fa il furbo e nessuno nasconde nulla agli altri: Capo lo beccherebbe subito, gli pianterebbe il suo coltello tra le costole, lo sappiamo tutti. Era uno come me; un topo piccolo, adesso ha i baffi più lunghi di tutti e sa sempre tutto, sa di tutti. Perchè anche dove è sempre buio arriva qualche notizia: più che altro ci si chiede quando finirà lo strazio, quando non ci sarà più da temere, quando potremo tornare a tenere la schiena dritta. Intanto continuiamo ad andare sempre più in là. Poco tempo fa mi sono trovato quasi in periferia: correndo, tutto passa intorno confuso, spalmato, liscio, scuro. In periferia c'è meno concorrenza: lì si sentono ancora i cannoni, ci sono bengala e raffiche di mitra. E' più facile farla franca: un cecchino difficilmente sbaglia, e quelli ce li teniamo noi, al centro, è il nostro lusso. I bar di periferia sono più piccoli, ma hanno quasi tutti una botola per la cantina. Se c'è ancora il lucchetto va bene, sennò rischi di trovarci dentro altri topi e di finire con una palla in testa, dopo il primo gradini. Quasi sempre sono solo quando arrivo fin qui, gli altri topi si accontentano, io no. Sono stufo di vodka e biscotti, voglio altro. Capo mi dice che sono cazzi miei, non è una balia Lui. Ha ragione: neanche mi ricordo l'ultimo che si è preoccupato per me, forse era mio padre, ma mio padre non tornerà, nessuno può strigliarmi. Quando trovavo un po' di carne, me la mangiavo cruda, lì per lì, e portavo scatolette, lattine. Così andavano le cose, così si doveva fare. Continuavamo a guardare gli orologi che ancora funzionavano: erano quelli del Capo, lui ne ha tanti, vengono dai morti. A quell'ora si usciva, a quell'ora si tornava: bisognava solo stare attenti a non perdere la conta dei giorni, perchè l'alba viene prima o dopo, a seconda dei mesi. Ho passato due anni da topo, due anni di buio. Mi ricordo ogni giorno, ogni strada, ogni pallottola che mi ha sfiorato una gamba, la testa, il braccio. Mi ricordo tutto benissimo, fino a ieri. Ieri Capo ha detto che è tutto finito, che da oggi si potrà tornare fuori, di giorno. Io non so cosa ci sia più, là fuori, ma per sicurezza, nella mia ultima notte da topo, ho preso un paio di occhiali da sole al cadavere di un soldato, che ho visto mille volte, a cui sono passato accanto fino a quando non puzzava neanche più. Perchè spero che oggi ci sia tanta luce, tanta.
 In trasferta


Oggi si gioca fuori casa.
Andate a trovare una donna davvero speciale.

giovedì 25 gennaio 2007

 Memento


"Perchè dobbiamo soffrire così? Probabilmente, eravamo nati per vivere più secondo la mater
ia che secondo lo spirito; ma, a forza di pensare, dev'essersi creata una sproporzione tra lo stato della nostra intelligenza così dilatata e le condizioni immutabili della nostra vita.
 Guardi i mediocri, per esempio: a meno che non cada loro addosso qualche catastrofe, sono sempre soddisfatti: la sventura comune non li tocca.
 Come neanche gli animali, del resto."

(Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo).

martedì 23 gennaio 2007

 Adan insegna



Adan ci vede fuori dal lavoro. Io non c'entro molto, ma il mio collega insiste, devi sentire questa storia.
La pizzeria è proprio una pizzeria: sembra che ci sia un unico arredatore, uno che le fa tutte uguali, fuori potrebbe essere qualsiasi città, dentro omologati anche i listini.
Non c'è nessuno, a quest'ora: troppo presto per la cena, birra.
Adan lavora in una concessionaria, della Mercedes: lo dice come tutti noi, storpiandolo, quel nome, sinonimo di auto di lusso, di grandi macchine.
Adan è Albanese; lo senti dal modo di parlare, con quell'intonazione che mi ricorda la Jugoslavia, con il modo di alleggerire le parole e di adattarle, per farsi capire.
Fa il meccanico da quando era piccolo, ma proprio piccolo, da prima che la sua città diventasse quasi morta. Morta di emigrazione e di miseria.
Mi fa il gesto del numero dieci, con le due mani aperte: lui appartiene al 10% degli Albanesi Cattolici.
Gli manca il dito mignolo della mano destra: penso lo abbia perso sul lavoro, dove Dio sepsso guarda da un'altra parte.
Cattolico, Adan, ma che ha sempre avuto in simpatia, dice, la Sinistra, anche se là, a casa sua, “...Comunisti distrutto chiese, io avere paura di andare a Messa”.
E' qui da undici anni: mamma, papà, moglie, un figlio grande, un bravo giovane, lavora, non crea casini.

Adan ama i libri.
Adan parla di Marx, di Hegel, della filosofia Orientale con un cipiglio da Professore, con l'aria di uno che le cose le sa non per saperle, ma perchè le ama.
Adan ci stupisce.
Ne sa molto più di Noi, ma proprio tanto: davanti alla birra, una poi due, poi tre, si apre, cita, ricorda, si vede negli occhi la profondità di un uomo buono, di una brava persona.

Adan si ferma ogni giorno, dopo il lavoro, mezz'ora o un'ora, a studiare, sul computer, la meccanica della Mercedes: i suoi colleghi timbrano, scappano, non un minuto di più, nessuno ce lo paga.
Alle cinque rimane solo, lui e il cambio, lui e la frizione, lui e la sua voglia di capire, sempre.
E' uno dei pochissimi che sa riparare sul serio un cambio automatico: un casino, una roba che in Italia si usa poco, ma che quando si rompe ti spacca il cervello.
Adan è bravo, lo dicono tutti.

Adan parla con noi perchè è Albanese.
Parla con noi perchè, essendo Albanese, lo prendono per il culo.
Il suo datore di lavoro gli dà delle buste paghe che sono geroglifici: quelle dei suoi colleghi no, limpide, chiare.
Adan ha arretrati di anni d'avere, ha contributi mai pagati, Adan viene insultato dal suo datore di lavoro, se dice qualcosa. E Adan non è stupido, Adan sa, conosce e se non sa chiede, pretende i suoi diritti, né più e né meno dei suoi colleghi che non sanno che pesci pigliare quando una macchina da 50000€ ha il cambio bloccato.
“Quei soldi servono, mamma e papà vecchi, il mutuo...”.
Servono come a tutti, Adan, a tutti.

Ci alziamo, un po' storditi dalla birra, ma sopratutto dalla nostra inadeguatezza, di fronte ad Adan.
Insiste, vuole pagare Lui, perchè siamo stati a sentirlo, perchè cercheremo di aiutarlo: lo faremo, Adan ci è superiore, in molte cose.
Adan paga la birra perchè dice che siamo brave persone.
Io e il mio collega ce ne andiamo dopo di Lui, in silenzio.
Com'è facile giudicare le persone solo perchè vengono da un'altra parte, vero?
E com'è ancor più facile sbagliarsi.
Sempre in silenzio saliamo in auto.
Adan la metterebbe a posto ad occhi chiusi, se servisse.

lunedì 22 gennaio 2007

 Mio malgrado
Nei miei ormai cinque anni di “militanza” da Blog, su varie piattaforme, sono incappato in ogni genere di incidenti sul percorso: si può arrivare fino all'insulto, alle minacce, e credo Voi tutti lo sappiate molto bene. Perciò quel che è successo con il mio post di Sabato non mi avrebbe stupito se fosse stato il risultato della visita a “Transit” di qualche scervellato o fobico, di cui è pieno ogni angolo del Web. Un po' meno preparato ero al fatto che qualcuna delle persone che leggono spesso questo mio spazio abbia potuto pensare che le parole messe in bocca a quell'io narrante fossero le mie, che fossi io ad andarci giù così pesante. Non lo nascondo: mi ha assalito un po' di sconforto. Se non sono, in questi anni, riuscito a far capire il mio pensiero, una mia posizione, una qualche idea, allora vuol dire che probabilmente non riesco ad essere sufficientemente chiaro, che quello che scrivo e come lo faccio non è né interessante, né mi rispecchia. Eppure, sono convinto, non sia così. Da quelli che ormai mi accompagnano (bontà loro) da anni, sino alle persone conosciute più di recente, ho avuto la fortuna e la costanza di interloquire sempre con costrutto, interesse e divertimento. Questo è avere un Blog: la possibilità di connessioni infinite, di rimandi e approfondimenti, di risvegliare (in me) interessi sopiti, di spronarmi all'impegno. “Transit” non è mai stato, né lo sarà, un Blog famoso, di quelli che vanno sui giornali: eppure questo mio spazio nello spazio ben più grande della rete, è importante, lo ribadisco, per me. Quella di Sabato era ed è una provocazione: forte, fastidiosa, ma assolutamente legittimata dall'esperienza personale, da ciò che realmente sento. Non è un bel pensiero, ma è così. E già il fatto di doverlo precisare alla fine, in calce, è abbastanza spiazzante. La stima incondizionata che guida la mia conoscenza di ognuno di Voi mi farà cadere ogni dubbio, ne sono certo. Rimane, di sottofondo, una sottile inquietudine nel pensare che vi sia la possibilità che tutto sia una facciata, un gioco a nascondersi.
Passerà.

sabato 20 gennaio 2007

 La mia città



La mia città è nel mezzo: nel mezzo dei campi che la circondano ed è a mezzo tra l'essere una grande città e rimanere quello che è, un paesone di Provincia. Domenica, Messa: poi, stadio, quando capita. Sennò TV e famiglia. La mia città sembra non avere passioni travolgenti: ci si sente un po' al chiuso, ma nessuno si lamenta. Il giornale, la mattina, dice sempre le stesse cose: la pagina più letta è quella dei morti. Nella mia città non è vero che tutti si conoscono, ma è difficile camminare senza incontrare qualcuno che non si è mai visto. Nei bar, sempre pieni, la gente discute delle cose minime, si accapiglia senza volerlo, poi fa la pace nel vino.

Oggi, o forse solo oggi me ne accorgo, la mia città è cambiata. Non è cambiato il suo orizzonte, i suoi palazzi o le piazze, non è cambiata la sua strada principale, sempre piena di persone e di buchi vuoti al posto dei negozi: è cambiata la gente, sono cambiati i visi, è cambiato quello che mi passa accanto. Ci facevo caso, che non capita quasi mai: se cammino, guardo verso il basso, difficile che incroci gli occhi di qualcuno. Sono così: un orso, forse, solamente timido, probabilmente scontroso. Eppure, per terra, oggi c'ho trovato dei mendicanti, della gente stracciona che tendeva la mano. Nella mi città era difficile vederne: saranno stati cacciati, o nessuno ci pensava, presi tutti come matti ad apparire e a non essere. Invece, oggi, un uomo, vecchio, stava in ginocchio; puzzava già a cinque metri, sembrava pregare, con gli occhi rossi e spalancati a guardare il cielo di marmo del portico. Guardo, trio dritto, mi sembra di non respirare. E non basta: dopo la piazza, quella che ci invidiano in tutta Italia, una nomade (una zingara, insomma) che spudoratamente mi dice “Buona fortuna” e mi sbatte davanti una mano lercia, che io evito con uno scatto.
Schifo.

Fosse solo questo.
E' pieno di negri, dappertutto: non sento parlare più il mio dialetto, neanche l'italiano. Pensavo di sognare, lì, sui marciapiedi della mia città: neanche a farlo apposta, ovunque mi volto, cinesi, islamici, di tutto. Prova a non pensarci, ma è un continuo. L'autobus si ferma e vedo che anche lì, sedute, ci sono due negre, con i figlioletti sulla schiena, come le scimmie. Mi dico, ma è possibile? Che fine stiamo facendo? Sembra ci abbiamo sterminato: devo andare dal Beppe, a bere un caffè, per sentirmi meno spaesato. Ma la sua cameriera è polacca: e che cazzo, non sa neanche dire bene “buonasera”.
Qualcosa non va, perdio, non va, non va proprio.

Non va che la mia città sia invasa. Non incazzarti, amico, dovresti vedere cos'è nelle metropoli. Ma a me che mi frega, delle metropoli? Ad ognuno il suo: se metto una mela marcia in mezzo ad un campo, non la vedo, ma se la sbatto in un cestino eccome se la noto. Qui non c'è posto, ragazzi: non c'è lavoro per noi, figurati se c'è per “Loro”. Eppure spuntano dappertutto: barboni, cialtroni, gentaglia. Vengono qui, vogliono i nostri soldi, si prendono le strade. E poi, possibile che non abbiano mai un cazzo da fare? Io lavoro come un mulo, mi rompo letteralmente il culo, per avere ciò che desidero, e questi sempre in giro, a ciondolare sui gradini delle chiese, a bere birra sullo spiazzo davanti ai negozi o sulle piazze: possibile che non stiano mai a fare qualcosa? E si sa, chi non fa niente, o ruba o ruberà: me lo dicevano anche i vecchi, e i vecchi hanno ragione. Cazzo.

Rivoglio la mia città. Mi sentite? Capite quello che dico? O siete diventati tutti “internazionali” e non capite più la vostra lingua? Dico a Voi, quelli che fanno entrare a frotte questi derelitti e poi me li mollate in mezzo alle balle. Vi rendete conto che non si va avanti, così? Rivoglio marciapiedi sgombri, piazze libere, gente che si fa i cazzi suoi e che non urla per parlare. Ne ho diritto. Sono nato qui, vivo qui, e non è colpa mia se c'è gente che muore di fame, che non sa che farsene della vita perchè una vita non ce l'ha. Io sto bene: sudo e lavoro, mi godo i miei soldi e pago le tasse. Non facciamo che mi prendete per il culo: questa città è mia, come di tutti quelli che sono onesti e italiani. Fate finta di non capire, eh?
Sempre così; a riempirsi la bocca di paroloni, “solidarietà”, “aiuto”, “fratellanza”. E poi ci troviamo circondati di fantasmi puzzolenti. Bravi.

Vi ho votato contro, sempre, a Voi che mi avete stravolto la città.
Ma la pagherete. Pagheranno tutti quelli che storpiano la nostra la nostra storia, che vogliono insegnarci a vivere. Si sta bene per conto nostro, rendetevene conto. Il vostro Governo cadrà ed io piscerò sui vostri paroloni. Promesso: questa città tornerà come prima.
 
(Dato che nel primo commento c'è già un fraintendimento...questo è un racconto, non è il mio pensiero! Oh, fjoi, non scherziamo! Ho cercato di immedesimarmi in persone che esistono, lo sapete. Se i toni sono pesanti, dovreste sentire quello che mi capita di ascoltare in fabbrica. E poi il riferimento al Governo è voluto: una certa parte di questo Paese queste cose le pensa, rendiamocene conto. Mica finirò al rogo per una cosa di pura fantasia? Su...)

martedì 16 gennaio 2007

 Me e la coda




Storie di vita vissuta (come se ci fossero storie di vita “non vissuta”), momenti di vero e proprio confronto con il proprio “Io” e con la propria fragilità.
Sto parlando delle file: le code di persone che, quasi quotidianamente, dobbiamo affrontare.
La mia esperienza personale è presto riassunta: sfiga.
Sì, io penso che, quando sono in fila, becco sempre quella sbagliata. Potrebbe essere solo un'impressione, un'impazienza congenita, ma ogni nuova esperienza rafforza in me questa convinzione.
Porto degli esempi, che sono più comprensibili e mi vengono facili.
A) Scegliere la coda.
Difficile trovarne una sola. Capita al cinema, ma se devo fare la fila per vedere un film, lascio perdere: esula dalla mia concezione di vita, in maniera totale. Ove vi sono più code, bisogna inquadrare chi sta in cima, cioè la cassiera, l'impiegato, insomma colui che è lì per darti un servizio (!). Quelli del market sotto casa li conosci e li sgami da anni. Più difficile, invece, in luoghi tipo la Posta o gli uffici Comunali. Dall'espressione del viso devi cercare di capire:
1) se ha già bevuto il caffè, al bar però, che quello delle macchinette fa solo innervosire ed è schifoso:
2) se i colleghi hanno stima di Lui/Lei e non ha, di conseguenza, il tavolo ingombro di pratiche o di missive da spedire:
3) se traspare che quella mattina a casa tutto bene, moglie/marito tranquillo/a, rotture di palle zero.
Esercizio non da poco, che si riesce ad affinare con il tempo e molta, molta pazienza. Più facile, ma non meno impegnativo, collocare le commesse e le cassiere: le prime, se le becchi, e lavorano in posti piccoli, non creano problemi. Le seconde specialmente negli “Iper mercati” sono sempre incazzate, per default. C'è poco da fare.
B) La coda in libreria.
Se c'è coda in libreria è un buon segno: poi si dice che gli Italiani non leggono! Io non so se siano appassionati di letteratura e saggistica: so solo che becco sempre quelli che devono far sapere, in primis alla commessa (di solito, nel caso, occhialuta, piuttosto tipo intellettuale, spesso carina, ma sono io che ho un debole) quanto sia importante la lettura, che libri a letto ultimamente e se quello che sta comprando è buono. Se lo compri, pensi che lo sia: sennò pedala e cambia libro. A quelli che stanno dietro, magari più decisi, tutto questa frega come della quotazione odierna del Down Jones. L'altro giorno, c'era solo una persona davanti a me: ottimo. Ha preso un libro da 9,50€ e ha pagato con la partita IVA. Un quarto d'ora; se ne comprava due, veniva con il commercialista.
C) La coda al market.
Il primo tipo è quella che fai dal salumiere, con il maledetto bigliettino numerato. Guardi il display, ti fai il calcolo e ti rilassi: troverai mica qualcuno che rompe i coglioni anche così, no? Invece, immancabile, c'è sempre l'anziana che fa la furba. Sì, perchè al market vicino a casa l'età media è sopra i 65 e gli anziani partono da un assioma assoluto e incontrovertibile: chi ha meno di 40-45 anni è un maleducato, zotico ed approfittatore. Con il tempo capisci che è l'esatto contrario: sono proprio gli arzilli over 60 quelli che fanno i furbi, che cercano di fregarti. Te ne stai lì, biglietto in vista, a tutti come a dire “Occhio, qui non si sgarra”, quando arriva quella che, facendo finta di niente, dice, alla chiamata, “Io!”. Io cosa, che sei arrivata un quarto d'ora dopo di me: si volta candida “Ma ho solo una cosa da prendere, sa”. E allora? C'ho scritto in fronte “Fate pure, tanto io di tempo da buttare ne ho?”. Stessa cosa alla cassa, dove le file, dato lo scarso spazio, si confondono e diventano serpentine: “Mi pare ci fossi prima io, giovanotto” (l'espressione “giovanotto” mi sa sempre di presa per il culo). C'era prima tu una fava: che devi fare? Litigare per queste cose? Fai lo sguardo modello Terminatore e sbuffi. Se, poi, fai passare qualcuno che ha un articolo solo in mano (succede spesso, con gli anziani), allora arriva la pletora di quelli che pensano che tu sia lì a far beneficenza: o tutti o nessuno, paiono dirti.
Insomma più che fare la spesa, diventa un training auto indotto di Cristiana sopportazione.
Potrei continuare (con quello, per dire, che l'altro giorno, in Posta, doveva spedire una tastiera per PC, ma senza imballo...), ma mi sa che è già lunga così.
E' che, alla fine, nella vita, si sta sempre in coda.
Porca miseria.

Up date 19/1: aperta ufficialmente la procedura per la "Cassa integrazione" verso 50 operai dell'Azienda in cui lavoro. Casini inenarrabili. Pausa forzata. Oggi è anche il compleanno di Anna (8 anni: che se la goda, almeno Lei).


domenica 14 gennaio 2007

 Cinque cose (di cui non vi frega nulla)


Si sa che io, di norma e per scelta, non partecipo mai ai “giochini” che, più o meno regolarmente, arrivano sui Blog amici. E che sia chiaro che non è spocchieria, che non credo di essere chissà chi (chi, appunto?). Se stavolta ci sto è solo perchè mi è difficile dire di no ad una donna di Genova.
Basta che non chieda soldi, of course.
Allora, ecco 'ste cinque cose che non sapete di me (magari, invece, qualcuno le conosce: mica pretenderete mi ricordi tutto quello che dico o faccio, no?).

1) Sono pigro. Come si suol dire, se ci fosse una gara per chi è più pigro, arriverei secondo: troppa fatica cercare il primo posto. A volte mi giustifico con la stanchezza da lavoro (vera!), ma il più delle volte è solo il bisogno di anestetizzare la mente, di non pensare. Però non è tutto da buttare: almeno ho una testa da spegnere, pensate a tutti quelli che ne sono sprovvisti:

2) leggo ancora volentieri “Topolino”. Sono un fan di Cavazzano e non disdegno la raccolta dei pezzi (di solito allungata su cinque numeri) per costruire i giochi di Topolino o Paperino (tipo la casa con il nascondiglio di paperinik, o il deposito di Paperone). Mi trincero dietro al fatto che piacciono alla bimba, ma in verità sono io cresciuto poco (per fortuna);

3) ho, tra le migliaia di cd, qualche scheletrino non proprio edificante. Così a memoria: un paio di Baglioni, un Venditti (“Sara” è la più brutta canzone d'ogni tempo) e credo un Minghi, ma dev'essere stato un regalo. Ammetto che uno di questi (ma non saprete mai quale) mi piace ancora parecchio. Naturalmente, in pubblico, rinnegherei tutto;

4) fino a qualche anno fa mi divertivo parecchio, con le donne. Ho avuto molte fidanzate e con nessuna di loro ho ancora rapporti, di alcun tipo. Sarà per via del mio carattere (o del loro?) e del fatto che, solitamente, non sopportavano di non essere “le sole”: fatto sta che sono tutte sparite, non ne ho notizie. Naturalmente quando ho capito che una di esse aveva l'animo della Santa e che mi riusciva a sopportare, me la sono sposata (due volte);

5) ho un fratello che è l'esatto contrario di me. Non legge un libro da una vita, ma ogni anno fa la maratona di New York; io, se corro per venti metri, devo fare testamento. Forse ha ragione Lui...

sabato 13 gennaio 2007

 Il sole di Luigi


Non c'è clamore, quando se ne va uno qualsiasi: una persona, di quelle che si dicono normali, se muore, finisce sulla pagina dei defunti, con tre righe. Un po' meglio se ha famiglia.
Luigi famiglia non ce l'aveva, mai avuta. Non si era sposato, non aveva abbandonato figli in giro per il paese, e, che si ricordi, non era stato fidanzato. Si sa, i vecchi hanno buona memoria per certe cose: guerre e morose.
In tutti gli anni in cui aveva lavorato al mulino, Luigi non era mai stato assente: il “padrone”, il vecchio Andrea e poi suo figlio Antonio, dicevano che era “casa e mulino, mulino e casa”. Ogni tanto, ma poco, per la media di quelle parti, lo trovavi in osteria, dopo che aveva finito le sue mansioni: un rosso, uno solo, due parole, due sole, e poi via.
Anche per questo qualcuno lo guardava storto: mai niente fuori posto, un neo, qualcosa che non andasse. Insomma, se non passavi al mulino per la farina o per qualche veleno da topi, di Luigi non ti saresti ricordato.

La guerra mangia le menti, corrode le persone, fa a pezzi le convinzioni e brucia anche l'anima. Luigi aveva vissuto lontano, la guerra: tutta la trafila, la Grecia, l'Albania, l'Africa. E poi di nuovo a casa, smarrito come tanti, un guerriero straccione che voleva solo rivedere il suo paese. Dove non c'era nessuno ad aspettarlo, dove nessuno chiedeva di Lui, se non quando, nei discorsi alcoolici del dopocena, ci si chiedeva che fine potesse aver fatto. Solo, tornò: solo rimise in piedi la sua casa, lentamente ed in silenzio. Ogni tanto, più per pietà che per vero affetto, la Tina, la mia nonna, gli portava un po' di stufato ed un bicchiere di vino, rosso, per forza. C'era un reciproco rispetto, che veniva dal sapere cosa vuol dire la guerra, quella vera, non quella dei giornali: il nonno non era tornato dalla Russia, non aveva avuto una strada da percorrere all'indietro. Con la Tina, Luigi era più ciarliero: il che voleva dire che sapeva parlare per più di trenta secondi. Ed in quell'uomo, con lo sguardo triste ed un po' sognante, forse la Tina vedeva qualcosa anche del nonno, e stava a sentire, annuendo, anche Lei di poche parole.

Quando Luigi è morto, la Tina mi ha raccontato una cosa: Lei diceva un segreto, ma, adesso che ci penso, forse era uno di quei misteri personali che, poi, sanno tutti. Luigi, prima di tornare, era andato in Yugoslavia, e questo lo sapeva solo la Tina. Mi chiedevo che segreto fosse: era un crimine? Era un posto dal quale stare lontani? C'era andato per una donna. Ecco, questo sì: il Luigi e una donna. Più che mistero, stupore. Mi disse, la Tina che l'aveva conosciuta profuga, vicino al Trieste, scappata dalla sua guerra, chè ogni guerra è diversa, perchè diversi sono gli occhi con cui la si guarda. Per quello che poteva l'aveva aiutata: la Tina mi sussurrava che Luigi la descriveva come “...una bella ragazza, mora, fiera e che ricordava come si sorride”. Aveva brigato con il suo Comandante per farla tornare da suo padre, che era rimasto ad aspettare i figli, rintanato in qualche grotta, dentro a qualche bosco. Luigi non aveva più niente da fare nell'esercito, niente più per cui combattere: forse non l'aveva mai avuto, lo aveva fatto e basta, come faceva ogni giorno il suo lavoro, sempre, in silenzio e senza storia. L'avrebbe portata Lui, indietro. Il suo comandante gli aveva dato un lasciapassare, un pezzo di carta che probabilmente non valeva nulla: anzi, sicuramente. Avevano rischiato la pelle, davvero: ci misero sei mesi a ritrovare il vecchio. La ragazza era l'unica viva di tutta la famiglia: fratelli, sorelle, madre, nessuno era scampato al flagello. Luigi, disse la Tina, gli aveva anche confidato, anzi gli aveva fatto capire, che lui l'amava. Si era fermato a ricostruire la casa della ragazza, probabilmente perdendosi nel suo sorriso e nella fierezza di quella gente. Ma un giorno, qualsiasi come sono i giorni che squadernano le vite, era tornato l'uomo, di quella ragazza. Un uomo di cui Lei non aveva mai parlato: forse, dentro, in fondo al suo animo, sperava che fosse perduto, come migliaia d'altri.

Per Luigi era un peso insostenibile: lui e l'uomo si erano stretti la mano, ma si capiva che non poteva rimanere. La Tina mi disse che quando diceva che era arrivato al paese “...come un ladro, che non dovrebbe tornare mai” era perchè era tornato senza di Lei, il suo tesoro, la speranza di una vita. Non mi disse se, nel tempo che trascorrevano insieme, sull'aia, gli avesse parlato mai di rimpianti o ricordi dolorosi.
Mi confidò solo che, quando veniva il tramonto, ed accendeva di rosso l'Ovest, Luigi guardava ad est, da dove il sole sorge.
Nel suo sogno, la donna faceva lo stesso, ancora, come Lui.
Ogni giorno, forse, il sole sorgeva solo per loro due.

venerdì 12 gennaio 2007

 Asciugami, o Diva...


Potrebbe capitarvi, con un po' di fortuna, di vedermi con tanto di grembiule, armeggiare in cucina: pulendo, strofinando ed inveendo contro le piastrelle che non vengono mai pulite.
Anormale, per qualcuno, routine, per me.
Però, da oggi in poi, riuscirete addirittura a sentirmi declamare versi d'Amore, tra tegami untuosi e frotte di coltelli sporchi (mistero: siamo in tre ed il numero di coltelli usati è sempre almeno il doppio. Dovrò istituire dei turni di sorveglianza...).
Sì perchè, sulla carta “da cucina” che mi aiuta nello svolgimento di tali delicate mansioni, da un po' compaiono quartine in versi d'inquietante banalità.
Ero abituato ai fiorellini, agli animaletti, perfino ai disegnini che rappresentano altre culture (fanno così politically correct, fioi), ed anche alla sobria nudità dei rotoli più economici.
A questo no.
Cito: “Assorto mi cullo/all'ombra del cuore,/intento a comporre/versetti d'amore”.
Ci vuol molto poco per rasentare i conati di vomito.
Non che io sia un Poeta, né posso dirmi un critico, ma qui non è questione di tale specie: è proprio una sozzeria.
Me la vedo, la casalinga di Voghera, che prima di passare il piano incrostato di sugo, sospira con sguardo perso leggendo queste meraviglie.
Poi dicono che in Italia la cultura è roba per pochi: volete scherzare?
Con un euro e ottanta ne avete almeno dieci metri.
Devo provare a strappare qualche pagina di Montale o Yeats: chissà se vanno bene anche sulle macchie di caffè.

giovedì 11 gennaio 2007

 Dalle 22 alle 6


Io so cosa vuol dire non dormire.
Lavoro solo di notte: ci penso, ed in sette anni ho fatto finta di perdere il conto di tutte le nottate passate in fabbrica. Se lo faccio, mi sento ancora più fiacco.
Perchè la notte stanca, si trascina nel giorno, ed il giorno quasi non esiste più.
Ti alzi nel pomeriggio, quando riesci ad addormentarti: oppure di riposare non se ne parla affatto. E' che il tempo ti sembra di buttarlo via: lavoro, dormire, poche ore per il resto, ancora lavoro. Allora fai tutto un tiro, e la testa ti rimbomba di continuo, sei come in una scatola dalle pareti di cotone, rumori distanti, riflessi lenti. Fai cose per distrarti, e quelle magari importanti diventano insofferenza: anche un minuto che sembra perso, ti infastidisce.
D'inverno è ancora peggio.
Vai in fabbrica al buio, esci ed è buio, ti svegli ed è ancora buio: un piccolo antartide di due, tre mesi, in cui sprofondi, gli occhi si adattano e percepiscono solo la luce dannosa e traballante dei neon.

Fuori, quest'anno, non fa troppo freddo, ma dentro è sempre caldo: estate, inverno, qualsiasi stagione è piatta, livellata dal calore delle macchine, dai ventilatori che non girano, dai condizionatori intasati di fumi e ferro.
Sì, perchè le macchine in moto scaldano, ma nessuno sembra capirlo: un fiotto d'aria spudoratamente untuosa mi accoglie quando arrivo in reparto, le donne hanno ancora il maglione, rabbrividiscono sempre. Gli dico: “Guardate che qui tutto fa calore, non serve il riscaldamento”. Mi rispondono che loro si sentono peggio senza: sarà che non si muovono, che stanno sedute, a controllare, a guardare i difetti, a verificare che la macchina sputi roba buona. Io, invece, mi muovo in continuazione, ed è un bene: non mi serve riscaldarmi, non mi serve la giacca, sto in maniche corte e non mi addormento.
Non potrei neanche volendo.
Le macchine gridano, sferragliano, tossiscono, gemono e sbuffano: sbuffano olio, vapore, tutto sotto il tetto, chiuso. Il rumore non mi dà più fastidio: è come il ronzio di quando sali sui sentieri di montagna, arriva, sta, quando sparisce non ci stai pensando da molto.
I tappi per le orecchie non li porto, non lo fa quasi nessuno: i ragazzi di colore, sì, tutti, chissà perchè a loro non danno fastidio. Non sopporto nulla nell'orecchio, né in testa.
Alla faccia della legge sulla sicurezza, la legge meno seguita di tutte.

Anche parlare, scherzare o distrarsi con i colleghi diventa difficile.
Arrivi, alle dieci, bevi il caffè schifoso della macchinetta: non c'è altro, credo che il mio stomaco ormai sia avvolto da una patina fatta di quella porcheria che, ovvio, non ti sveglia affatto. Poi parti, con il lavoro ripetitivo, a memoria: la cosa buona è che sei veloce, ormai, e guadagni qualche minuto per una sigaretta, all'aria, fuori da quella stagnante porcheria volatile che respiri fino all'alba. Intanto, si cerca di mantenere un minimo di rapporto con gli altri: com'è andata a casa, che fai il fine settimana, pallone, donne, un po' di cazzate. Però, quando sono le due, le tre del mattino, t'è passata la voglia di relazioni umane: sei talmente stanco che non è più neanche un fatto fisico, è la testa che si mette in pausa, anche per chi ti sta attorno. Li ritrovi alle quattro, la pausa mensa. Non ho mai capito come cazzo si faccia a mangiare a quell'ora: mi siedo e davanti mi sfilano panini di tutte le misure, insalate, yogurth, pasta. A me non va giù nulla: continuo con il caffè innocuo e ci metto sopra l'amaro del tabacco. Il Venerdì spunta qualche bottiglia di birra o di vino, qualcuno porta da mangiare per tutti: allora, così non offendo nessuno, partecipi, controvoglia. Quel po' d'alcool che lì non ci potrebbe stare è l'inizio del week-end: le ultime due ore, di Venerdì, non si combina nulla. E vorrei pure vedere.

Una volta mi portavo le cuffiette, mettevo la musica e allontanavo il rumore. Ma il volume che dovevo tenere per sovrastare tutto quel clamore era troppo alto: dopo un'ora ti si spaccavano i timpani. Adesso non ci provo neanche più. Spengo il cellulare (per fortuna la gente, di notte, dorme, almeno spero) e lavoro. Ho sempre fatto il mio dovere, anche in quest'eternità al neon. Sì, qualche malattia qui e là, qualche permesso, un po' di ferie. Che poi c'è sempre quello che ti dice: “Sempre a casa, eh?”. Come se mi pagasse Lui. Che cazzo te ne frega se ogni tanto c'ho la febbre o il mal di stomaco: butta caso che sia pure vero. E' che dappertutto è così: tu non fai niente gli altri lavorano. E sanno che non è così, ma continuano. Invidie, ripicche, parole alle spalle. Ci faccio ancora caso, ma, di notte, anche queste cose sono lattiginose e stantie. E' tutto un altro mondo.
Adesso ci hanno detto che il nostro Reparto se ne andrà, lo portano all'estero, dove uno come me lo pagano 300€ al mese. Voglio vedere, però, se Lui il pezzo lo fa proprio come me: io li ho visti, sono venuti ad imparare. Giovani, la prima cosa che imparano è l'orario delle pause: si vede che è una roba temporanea, fare l'operaio, che se fregano. Sono sciatti, non parlano Italiano, non parlano Inglese: ridono, mi sa che ci prendono per il culo. Eppure io, dopo sette anni, tra qualche mese mi ritroverò in Cassa Integrazione, e loro, di notte, mangeranno salsicce e kren, facendo male il mio lavoro, ma costano talmente poco che chi comanda se ne frega se buttano un pezzo su due. Se sono fortunato, e un po' me lo sento, mi cambieranno di reparto: anzianità, carichi familiari e professionalità sono le tre cose per cui ti possono tenere, ed io sono messo bene. Mi obbligo ad essere ottimista e, piano piano, mi sto convincendo. Certo, altri colleghi, molti stronzi e qualche capetto imbecille con cui barufferò subito. Ma il lavoro è lavoro, anche di notte.

La gente che vive di giorno neanche s'immagina quanto amare possano essere certe albe in cui vedi di nuovo solo la notte.


► "Un ricordo, in silenzio": oggi su "Transit Beta Version".

lunedì 8 gennaio 2007

 Sordid details following...




Forse, se avessi scritto questo post svariati anni fa, mi sarei dilungato su discorsi del tipo: “Un fratello maggiore, mi ha cambiato la vita (musicalmente parlando)” od altre amenità del modello tardo-adolescenziale.
Perchè, per chi ama la Musica come me, in maniera (permettete) viscerale ed assoluta, gli Artisti che contano, poi, sono pochi, pochissimi.
Di dischi ne ascolto e ne posseggo a centinaia, a migliaia: quelli che ho consumato sono, invece, relativamente in numero esiguo.
E sono quelli che restano intatti, nella memoria e sulla pelle: quelli che, seppur ormai conosci a memoria, ti sembrano sempre un po' nuovi, ci trovi sfumature e colori che cambiano, magari impercettibilmente.
Allora, oggi, invece di scrivere un post di altro genere (e sono in arretrato su altri argomenti, magari più interessanti), dedico questo spazio -breve, di consuetudine- ai sessant'anni di David Robert Jones, che non ho mai conosciuto, a cui non ho mai stretto la mano e che non vedrò, di persona, mai nella mia vita.
Perchè attraverso la Sua musica mi ha comunque fatto star meglio, per quanto questo possa accadere ascoltando del Rock (o dell'elettronica, o del pop): e quando dico “star meglio” intendo che mi ha emozionato, quasi mai stufato, pur lasciandomi in alcuni casi perplesso (sopratutto negli ultimi tempi).
Insomma, avendo Io contribuito al suo di benessere (materiale), qualcosa ho ricevuto, in cambio.
Se non altro la convinzione che un Artista vale per ciò che fa, non per ciò che è: siamo tutti uguali, e la vita di una persona è sua, solo sua.

Auguri, David Bowie.

► "Il vento della salute": oggi su "Transit Beta Version".

mercoledì 3 gennaio 2007

 Letterina (tre giorni dopo)




Ah! Silvia!
(Puoi usare anche “A Silvia”, ma puzza di già sentito).
Insomma, non se ne può più dei Capodanni e Feste Comandate affini, consimili, assimilabili.
Prendila come la noiosa tiritera di un vecchio (disquisiamo: a Giugno fanno 42) cialtrone che è idiosincratico a qualsiasi forma di solida e sana interazione umana.
Se era più cicciotto, “Dr. House” ero io.
E' che non mi diverto proprio più.
Te lo dico oggi, passati già tre giorni del 2007, con gente (giuro sui cd di Sylvian) che già si prepara al prossimo ritrovo giubilante per il 2008.
Con ancora 362 giorni da superare: ma siamo impazziti?
Eppure sono uno a cui basta davvero poco per stare diciamo “bene”, che è una roba già da Signori, per me: non parliamo di felicità, una bestemmia.
Ho finito i tempi delle Feste già da un pò: quella voglia di buttarsi per una notte intera tra uomini ubriachi e ragazze tendenti al rosso (intimo, non politico).
Certe cose perdono smalto con gli anni: puoi provarci con l'antiruggine, ma prende sempre un po' male, non attacca.
Poi si è passati alle cene, tra amici ed infiltrati, che ad una tavola non mancano mai.
E' la festa del colesterolo, la Sagra del riempimento (quasi sempre seguito da un incontro ravvicinato con le parole: “Non lo farò mai più, giuro, sto troppo male”), l'Apoteosi del cibo come rappresentazione di un vuoto cosmico.
Se inizi dai parenti a Natale e finisci così, il Sahara a piedi ti fa un baffo.
Eppure, senza tema, diventi schiavo della “tradizione”: e poco importa se le chiacchiere son più o meno sempre le stesse, cambia solo la data, se uno se la ricorda.
Un regalo immenso sarebbe trovare qualcuno che ti fa incazzare, magari parlando male del rosso (stavolta sì, quello che andava di moda un po' di anni fa: bandiere, non mutande), anche solo per passare il tempo in maniera meno drammaticamente incolore.
Mi ritrovo sconsolamente stanco, ancor prima di iniziare.
Il buon proposito di fare “compagnia” c'è, mica no, ma crolla inevitabilmente intorno alle 21 del 31 Dicembre.
Ogni alternativa mi sembra un eden: una maratona di film di fantascienza degli anni '50, rimettere finalmente a posto i libri, perfino l'album delle foto ha un certo non so che.
Oppure, geniale!, passare la serata a cercare nuovi Blog interessanti, facendo finta che la pletora di ragazzini con il template nero e le scritte rosa siano i futuri Hemingway della rete.
Ma tutto dura poco.
Sai che resta?
Tanta noia: e sonno.

Sì, son proprio vecchio: me lo dico e me lo scrivo.
Ma mi frega niente.
Non so come sia stato il 2006, perchè c'ho altre cose a cui pensare, tra cui come potrebbe essere il 2007.
Però mi perdo subito in pensieri più vaghi, che è meglio.
Prendiamo quel che viene, cercando di farci meno male possibile.
E, tutto sommato, anche con il 15% in più un biglietto per Roma, il prossimo Dicembre, potrebbe pure essere una spesa sostenibile.
E' pensabile che una città così possa sostenere me?
Baci sparzi.
Daniè

lunedì 1 gennaio 2007

 Transit Beta Version
Da oggi, primo giorno del 2007, "Transit" si sdoppia.
Molti di Voi sanno del desiderio del sottoscritto di trattare temi d'attualità e politici, ove la cosa non sa nè d'originale, nè di stimolante (visto che lo fanno, in pratica, tutti).
Ho deciso, però, di assecondare questo mio "difetto", aprendo "
Transit Beta Version", un luogo dove possano trovare spazio gli argomenti succitati e lasciando, così, a "Transit" (che è e resta il mio Blog principale) tutto il resto.
So che la cosa può apparire schizofrenica, ma "Transit Beta Version" verrà aggiornato a scadenze non fisse (come "Transit", d'altronde, ma per il primo figlio si fanno eccezioni, sempre!), non avrà una grafica bella come il Blog che state leggendo: insomma, una cosa ben più spartana, ma mi auguro non meno interessante.
Perciò, da oggi, lascerò anche, quando vi saranno nuovi post, i link a "Transi Beta Version", per chi ha voglia e pazienza.
Naturalmente, incrocio tutto l'incrociabile...

Il collegamento:
http://tbv.splinder.com

Il nick:
dany65 (sempre io, insomma).


 Boulevard Of Broken Dreams



Sole e freddo s'insinuano tra le case, stamattina.
E' una giornata tersa e tagliente, una Lama d'aria sottile.
La strada silenziosa.
Sembra in quiete, dopo aver segnato la nostra voglia di lasciarci alle spalle un altro Anno.
Ognuno getta la gioia, il dolore, la sua parte di vita: getta ciò che ha non ha costruito, quello che non ha detto e le parole di troppo.
Eppure, tra i pochi rumori, c'è ancora l'eco distante di un pensiero, di quel guardare verso il cielo, d'essere, tutto sommato, uomini.
Sembra di vedere oltre le poche nuvole, lassù dove l'azzurro diventa buio ed il buio si trasforma in stelle.
Quella luce che ci conforta e ci rende un po' deboli, di fronte alla nostra Pochezza, di fronte alla Grandezza che siamo incapaci di portare.
E' bello camminare senza incrociare sguardi, ma solo assenze, perdendosi ancora in un attimo.
C'è una muta partecipazione delle cose, come se il rispetto che si deve a questo Nuovo Giorno unisse.
Magari è solo un secondo, un infinitesimo attimo che non si vede neanche passare.
Lo terremo stretto per gli altri Giorni a venire, per le nuove sofferenze, per le grandi e piccole gioie, per il tempo perso e quello guadagnato, per gli sconosciuti e gli Amori che sono sempre infiniti, per chi non ci guarderà più in faccia, chiuso nella sua certezza di avere ragione, e per quella ragione che dobbiamo essere bravi a mettere in discussione.
Magari svanirà e basta, magari saremo sordi.
Ma ci saremo e potremo capire.