giovedì 26 aprile 2007

 Things Change


Lontana A.,
            ti scrivo dal traghetto, lo stesso traballante ed arrugginito di qualche estate fa. Queste mie parole ti arriveranno precise, elettroniche e un po' fredde quando tornerò in albergo: ormai questo lungo cavo invisibile avvolge tutto il globo, annulla anche la distanza. Lo so, avresti voluto, penso, una mia lettera scritta a mano, magari incerta, chè questa barca ondeggia e sbuffa anche sul mare piatto ed assolato di oggi. Eppure non mi son scordato di quando le tue, di lettere, arrivavano a risvegliare la mia mente quando ero io ad essere lontano: la tua grafia minuta, così tonda, avvolgente. Era bello aspettare, passare la serata, invece che con gli occasionali e un po' euforici amici, a risponderti. A cercare le parole per seguirti nel tuo racconto, quella storia che adesso ti ha portato definitivamente lontano dalla nostra città, dall'abitudine, dal soffocante cerchio della provincia. Magari la prossima volta farò di nuovo sera e userò la stilografica: ora ho l'urgenza di dirti, di pensarti, di arrivare di nuovo vicino a te. Tra poco scenderò sull'isola: i delfini questa volta non hanno accompagnato la traversata, come se sapessero che fuori stagione, fuori dalla vociante voglia di altro dei turisti, lo spettacolo non si facesse. Voglio tornare a comprare il rosmarino da quella vecchia signora, vicino all'unico bar (che caldo il the!); magari anche Lei penserà che non ne vale la pena, e riposerà in una delle pochissime case. Chissà, magari quella vicino alla Chiesa, che mi ricordava tanto un paesaggio diverso. Lo vedi, come riusciamo a volere di sentirci sempre in un posto conosciuto: cerchiamo anche nel nuovo orizzonte un appiglio per non essere proprio lontano da casa. Questo viaggio è andato come volevo: ho avuto il tempo di pensare a quasi tutto quello che dovevo, e so che quando tornerò ciò che è deciso si farà. Tu, che mi hai sempre detto che nella vita bisogna buttarsi, senza pensare sempre alle conseguenze, sarai contenta. Mi riconosco ancora nelle incertezze e nei dubbi, ma non posso più rimandare, né eludere, questa decisione andava presa. Proprio come mi dicesti tu in quell'ultima lettera, prima di scrivere che ti saresti sposata, che finalmente, lontana e indipendente, eri felice. Io, che di questa parola ho sempre avuto un po' paura, ho sorriso, per te, per il futuro. Sono passati tanti anni, e anche se flebile il nostro cercarci e narrare la storia più grande e complessa, quella dei nostri giorni, mi ha accompagnato. Anche qui. Vorrei tu vedessi la luce bianca e sentissi questo vento che sa di sale. Spacca le labbra e le cura nello stesso tempo, come le gioie ed i dolori che abbiamo condiviso, senza troppi problemi di spazio e tempo. Quello che si può, quando si può. La prossima volta ti scriverò dalla nuova casa, con meno tempo ancora: mi dedicherò a chi sai mi ha sopportato in questi passaggi, perso come sono nell'attitudine tutta mia di essere un'egoista senza ammetterlo. Anche questo capirai. Come quando, nelle gite della scuola, mi dicevi che ero un mascalzone, che pensava solo a se stesso. Non so quanto siamo stati vicini a mutare la nostra amicizia in altro, ma sono contento che non sia accaduto. Ho avuto forse di più, da te, e senza complicazioni: le abbiamo fatte cadere con lo scorrere degli anni. Con te sono cresciuto, senza sentirmi in debito. Perciò, quando sarò sulla spiaggia, senza nessuno, ti guarderò ancora negli occhi, come l'ultima volta, ti saluterò e attenderò che le nostre frasi si leghino l'una all'altra, come io sento d'aver legato il mio cuore al tuo.
Un bacio d'affetto profondo.
Daniele

domenica 22 aprile 2007

 Baracca & burattini
E' più facile lasciarsi alle spalle cose brutte, brutta gente. Se si si dimenticano i dolori e le incertezze, il cammino è più leggero, non ci vuole molto. Oggi nascerà il “Partito Democratico”, alla fine del Congresso della Margherita: oggi, non ieri, quando sono cessati d'esistere i DS. Cerca di prendere forma questa Sinistra, all'acqua di rose (rosa, appunto, non rosso...), che mette insieme vecchie paturnie e nuovi slanci, unendo politici, o presunti tali, con gente che speravo di non sentir più nominare (uno per tutti, De Mita). Più ombre che luci, indubbiamente. E' un sentirsi strani, tirati per quella giacchetta sempre più corta e lisa: da una parte la volontà di non cedere al sentimentalismo della dietrologia, alle vecchie sirene di un passato che non è mai diventato realtà, e dall'altra dall'inevitabile logica di un cambiamento politico che è nato per cercare un futuro più solido. E' un dilemma non da poco, di cui molti Voi sanno, che molti di Voi conoscono anche perchè è il mio. Aspettare è un modo di rimandare, ma mai come in questo caso si hanno poche alternative e quasi nessuna certezza. Ecco, il guado (evocato non più tardi di un anno fa, proprio qui) è asciutto: ora si può passare. Io, comunque, finchè non intravedo l'ombra di una passerella ben più che solida, attendo. Dicendo solo che almeno in questo spazio (ma anche nella mia vita, siatene certi) continuerò a chiamare “Compagni” e “Compagne” quelle persone che per afflato, affetto e stima considero degne di questo termine. E che alla Annunziata amerei dire che è meglio vivere in una “baracca” (quella che ieri ha visto “....finalmente chiudere, lo aspettavo dal '77”) con gente onesta che in un gran palazzo di voltagabbana, faccendieri, bottegai e leccaculo.

venerdì 20 aprile 2007

 Stars Die


Carissima M.,
             mi sento un'inutilità, come una cosa vecchia che non ha più interesse per nessuno, un arcaico, un fuori tempo massimo. Non si può vivere solo per se stessi: a questa minima forma di masochismo ci sono arrivato con gli anni, accompagnato da sbagli colossali e ripensamenti. Quello che faccio è una cosa che mi stacca quasi di netto dal Mondo reale che oggi viene percepito in questo Paese. Come in uno di quel telefilm degli anni '70, pieni di doppi, di maschere, di allucinanti sé diversi ed uguali al protagonista, sembra che vi siano due palcoscenici, che ruotano: prima passa quello dell'imbonitore di turno (poco importa se ammicca al fondo della platea, o solo alle prime file), dove scintilla una fontana di buone notizie, di vite votate all'happy hour, al week-end, sci, barca e vacanze ad un sole diverso e molto più costoso, ed un altro, sul quale non ci sono protagonisti, ma solo fantasmi quasi muti, in un divenire inutile e soffocante, in un andirivieni senza sosta e costrutto. Ritrovarsi a parlare con questi fantasmi, chè l'altra scena, tu lo sai, non può né attirarmi, né illudermi, è come percepire che tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle non conta un cazzo. Non contano ideali, proposte, non contano vite finite, né malattie, né parole su parole che cercavano di spiegare che stare un po' meglio tutti è un diritto, non un'utopia. Ecco, utopico. Definiscimi così, scrivimi come se questa parola non dovessi più togliertela dalla testa. La verità è un'altra. Non ho saputo capire che l'illusione è reale, che tutto quello che va oltre il necessario è ciò che conta, che se qualcuno prova solo a pensare allora è fuori, da tutto. Nella mia disgraziata cocciutaggine, ho difeso gente che non lo meritava, per affetto, per errore, perchè sì: mi sono speso in inutili voli pindarici in nome di quello che mi fa ancora piacere pensare sia il modo giusto di affrontarla, questa vita. Macchè. A te, che gli occhi li hai aperti da tempo, dico che non sapremo mai quanto grande è il contenitore della stupidità e dell'indifferenza, e sai che non lo guardiamo da un trono di verità assoluta, inconfutabile. Né posso dire che siamo soli, ma non basta. Non basterà mai. Se vuoi sentirlo, te lo dico: l'abbiamo persa, la guerra, proprio andata. Non c'è un mezzo per fermare la deriva, la brutale aggressione ad un minimo di decenza intellettuale. Se sapessi, M., cosa devo ascoltare, da gente che sa di ciarlare solo per ferirmi. Il guaio è che ci sto facendo il callo, mi sto anestetizzando, mi ritiro in buon ordine, lascio il campo. E' questo il grave, perchè deludo me stesso, sapendo di farlo. Eppure, se qualcuno me lo dicesse, accetterei anche l'idiozia più becera, se servisse, ma non serve a niente. Non serve perchè c'è solo l'obiettivo di tirar su quelle quattro lire, sputtanarle come si vuole, e poi ricominciare per un altro mese. Ai fantasmi, a molti di loro, questo non va giù, ma, prima o poi, si ritrovano a volere di nuovo un corpo, bello e desiderabile: ed allora chiedono di vedere le luci di un'altra ribalta, di provare, chiudendo gli occhi, tappandosi la bocca e le orecchie, a far girare il Mondo dalla loro parte. Come un turbinio infinito di stelle cadenti, che prima o poi verranno dimenticate. Come dimentichiamo ogni cosa buona.

Con grande affetto
D.

mercoledì 18 aprile 2007

 R.S.V.P.

Ci voleva andare a tutti i costi, al Congresso dei DS.
Ha detto: "La figa la porto io!".
Fatta.



 

lunedì 16 aprile 2007

 Before I Leave


Cara, sperduta G.,
        ciò che nelle parole non si legge è quello che più importa, quel che vive nell'Amore e che gli dà speranza. Così, dopo quelle che mi hai inviato, ho immaginato le frasi che non hai detto, che hai solo pensato, rimesse in un cassetto o perse per sempre.
        Non avrebbe senso che io ti dicessi cosa si può o non si può fare: dato che non potrei riuscire a farlo per me, figuriamoci per gli altri. Sono convinto che il vero ostacolo sia la nostra cocciutaggine, l'imperativo è scontrarsi sempre e comunque con ciò che desideriamo, figli voluti dell'essere viziati.
        Non perdiamo più, non lo ammettiamo, non possiamo: è come se nella battaglia il nostro nemico avesse arco e frecce, noi bombe atomiche. Di tutto quello che necessita, ed è poco, in realtà, sappiamo fare un quadro brutto e dimenticabile, per affannarci alla rincorsa di quel “qualcos'altro”, quasi sempre -sempre- indistinto ed anche pericoloso. E sul campo di questi scontri erigiamo castelli senza fondamenta, arrampichiamo certezze che ci colmano solo nel momento, spargendoci, poi, in pezzi sui campi delle sconfitte.
        Così, mia cara, io intravedo una luce molto forte nel desiderio, che è naturale, di felicità, che si paga in contanti e senza alcun sconto. Poi, dimmi, ti resta qualcosa in tasca? Tra tutto ciò che è bianco in quelle righe ordinate, elettroniche e fredde, c'è altro? Non posso permettermi di dirti “...non volare, non pensare, non capire, vivi e sbaglia come tutti”, perchè nessuna scuola mi ha dato il diritto d'insegnare alcunchè. Più mi convinco che sia del tutto inutile, una nave destinata al naufragio, parlare ancora d'Amore, più vedo il tuo desiderio e la tua fragile perseveranza. Intorno, come le statue di quello stadio, una per ogni regione d'Italia (tranne una, la Rossa), ci sono mutismi voluti, che non durano mai veramente fino in fondo.
        Oh, sì, chè la promessa più disattesa è quella di farla finita, per davvero, per tutti i giorni a venire, per tutte le volte che hai combattuto. Per quanto si possa pensare d'essere ascoltati, pensa, che in realtà comprendiamo ciò che ci è comodo. Uscendo ogni istante dalle tue storie cerca solo di non inciampare in un altro trabocchetto: anestetizzati contro la volubile e decorativa inutilità dei bei pensieri freddi come ghiaccio e taglienti come una spaccatura sulle tue labbra.
        Ti sto solo dicendo -perdona- di essere te oltre te stessa, oltre ad un altro “prima” che diviene la prima di quelle statue, che non sa contare e che non saprà mai che ne mancherà sempre una.
        E sempre non è uno spazio bianco.
        Con affetto.
        D.

domenica 15 aprile 2007

 Nostalgia? Non delle canaglie



Dando un'occhiata al calendario possono cambiare parecchie cose. Prendete quest'anno: il 30 Aprile cade di Lunedì, il I° Maggio di Martedì: ponte d'oro. Se l'abilità di sfangarla si vedesse da questo, molti sarebbero professori. Allora spuntano pensate del tipo che il 25 Aprile si può lavorare, per “guadagnare” il 30 in bonus e farsi tutta una tirata fino al 2 Maggio. Una prova del nove inconfutabile sul come sia tutto labile, figuriamoci una ricorrenza che è stata dileggiata, ignorata, demolita, fino a farla diventare merce di scambio. A chi mi ha fatto questa proposta (sì, perchè dovrei poi io portarla all'attenzione della Direzione Aziendale) dovrei rispondere nella maniera più semplice e sbrigativa che conosca, restando nell'ambito dell'educazione: non se ne parla, proprio. Mi ritrovo a doverci pensare, invece, perchè non interessa davvero quasi più a nessuno. Non solo la “classe operaia” non esiste più, ma non c'è traccia visibile di un minimo di ragionamento storico, politico, se volete solamente di opportunità. Tanto s'è detto e fatto da arrivare a questo. Non c'è una data che ricordi la fine del Comunismo in Italia, ridendo mi si dice. Vero. Fino a prova contraria nessun tipo di Comunismo ha tiranneggiato qui per 30 anni, portando questo Paese in guerra, arrivando ad uno scontro tra fratelli, alla fine. Non gliene frega niente, al popolino della TV stiracchiata tra pacchi e mutandari pallonati, di ciò che è il 25 Aprile. Se volete tacciarmi di Partigianeria, non vedo occasione migliore.
Grazie a Dio.



sabato 7 aprile 2007

 Per piacere, per dovere, per tornare...



Adesso che so di essere arrivato almeno alla colomba, spero di tener duro fino al panettone.
Meglio, grazie, sì.
Nei prossimi giorni passo a recuperarVi tutti ed intanto ringrazio per gli Auguri, per la pazienza e per le eventuali donazioni in euro.
Un abbraccio, Compagni...(poi ognuno la legga come vuole!).