lunedì 5 novembre 2007

 La musica di plastica costa (pagate)




Amare la musica ed essere degli illusi è tutt'uno. Perchè quello che si poteva, in quest'Arte così splendidamente appagante, fare, di bello, probabilmente è già stato compiuto. Probabilmente, non sicuramente. Se il “patron” della EMI (una delle quattro sorelle della musica intesa come prodotto di “consumo”), cazzia un po' di gente perchè non produce, a me sovviene un dubbio (non quello che viene ad Assante e Castaldo, le due mummie vendute della “Repubblica”): un tempo non era questione di talento e bravura? Mercificata anche l'anima, ormai, a questo Mondo, è solo un parlare di soldi: se non produci, se non vendi, se non sei primo in classifica, con la tua “musica”, sei fuori, vattene a cercare anticipi da un'altra parte. A me frega assai poco di quanto percepisce un poveretto come Doherthy, o una nullità come la Carey, né mi stupisco che un altro cartapestato come Williams sia riuscito a scucire 80 milioni di € per fare quattro cd, o che i Coldplay ci mettano quattro anni per un disco: a me frega che non si paghi un cd 19,90 €, e dopo quattro mesi trovarlo a 9,90. A me frega che ci sia musica buona, non solo mercato, che Dio benedica ancora i Led Zeppelin e fotta gli Arctic Monkeys, che mantenga Joni Mitchell e faccia cambiare mestiere a Bono. Se, poi, scaricando la gente toglie soldini a tutto il ciarpame che va agli "MTV Awards", vuol dire che una sorta di giustizia c'è: roba di pochissima importanza di fronte ai veri mali del pianeta. Perciò: stop, rewind.

Mao Xuhui, "White Western Scissors In Cross Shape", 2005, Kwai Fung Art Gallery, Hong Kong.