domenica 11 novembre 2007

 Monologo di un uomo confuso




Ripropongo questo scritto di Hans Magnus Enzensberger. Lo ritengo, ancora oggi, e con rammarico, molto efficace, vero, non retorico. Uso queste sue parole, molto migliori delle mie, per esprimere un senso di confusione che si è acuito, se possibile, ancora. I nostri ricordi si allontanano, ed ogni giorno sanguinano di nuovo. Non esistono anniversari, ma giorni da non dimenticare.


“Noi siamo gli uni e gli altri sono gli altri. Lo dico per mettere subito le cose in chiaro! Gli altri sono sempre lì e ci danno sempre sui nervi. Mai che ti lascino in pace! E fossero almeno diversi! Macchè: pretendono di essere migliori di noi. Gli altri sono arroganti, supponenti e intolleranti nei nostri confronti. E' difficile dire cosa pensino davvero. Talvolta abbiamo l'impressione che siano dei matti. Una cosa è certa: vogliono qualcosa da noi, non ci lasciano mai in pace. Ci scrutano con fare provocatorio come se fossimo scappati da uno zoo o fossimo degli extraterrestri. Il minimo che si possa dire è che noi li percepiamo come una minaccia. Se non sapremo difenderci, ci porteranno via tutto quello che abbiamo. Il loro vero desiderio sarebbe quello di eliminarci.

D'altro canto, un mondo senza gli altri ci appare ormai inconcepibile. Alcuni, addirittura, ritengono che noi abbiamo bisogno di loro. Tutta la nostra energia, noi la investiamo per gli altri, pensiamo a loro tutto il giorno e persino di notte. Anche se non li sopportiamo, dipendiamo da loro. Certo che saremmo contenti se scomparissero dal nostro orizzonte, andandosene via da qualche parte. Ma poi, che cosa faremmo? Ci sono due possibilità: o ci ritroveremmo altra gente che ci dà fastidio e allora tutto ricomincerebbe da principio -dovremmo studiare questi nuovi altri e difenderci da loro- oppure -peggio ancora- cominceremmo a litigare tra di noi e allora alcuni di noi diventerebbero gli altri e la nostra identità collettiva finirebbe per non esistere più.

Talvolta mi chiedo se noi siamo davvero gli uni. Perchè è ovvio che siamo al contempo gli altri degli altri. Anche loro hanno bisogno di qualcuno su cui esercitare la propria insofferenza e quelli siamo certamente noi. Non siamo solo noi che dipendiamo da loro: anche loro dipendono in eguale misura da noi e pure loro si rallegrerebbero se noi scomparissimo dal loro orizzonte, andandocene via da qualche parte. Ma poi, probabilmente, finirebbero per rimpiangerci. Non appena ce ne fossimo andati, scatenerebbero delle sanguinose lotte intestine, proprio come faremmo noi se andassero via gli altri.

Non sono cose che si possono dire ad alta voce qui da noi: è solo un mio pensiero segreto che è meglio che tenga per me. Altrimenti, infatti, tutti direbbero: adesso sappiamo come sta la faccenda, caro mio! In fondo tu non sei uno di noi, non lo sei mai stato, ci hai ingannato! Tu sei uno degli altri! E allora, non avrei più nessun motivo per ridere. Mi tirerebbero il collo, questo è certo. E' meglio che non ci pensi troppo: non fa bene alla salute.

Forse quelli della mia parte hanno persino ragione. Talvolta non so neppure io se sono uno degli uni o uno degli altri. E' questo il grave. Più ci penso e più mi è difficile distinguere tra gli uni e gli altri. A guardar bene, ciascuno degli uni assomiglia terribilmente agli altri, e viceversa. Talvolta non so più neppure io se sono uno degli uni, oppure un altro.

Vorrei essere me stesso, ma questo
ovviamente
è impossibile".

(Traduzione di Paola Quadrelli)

Tim Head, "Industrial Hole 2", 1997, Tate Modern, London.