sabato 8 dicembre 2007

 Dead Man Working



Meno di un mese fa, in Piazza, a Monfalcone, culla della cantieristica Italiana, serpeggiava nascosta la rabbia per l'ulteriore dimostrazione di come qualsiasi cosa, perfino la Morte, non conti più nulla per nessuno. Un operaio, il secondo, nel giro di due giorni, era morto, di notte: la “sua” Azienda non aveva chiuso, neanche un'ora. I suoi colleghi, tranne poche eccezioni, non avevano sospeso il lavoro, non erano a manifestare, seppur per altri motivi, con la loro categoria.

Difficile non essere retorici di fronte a fatti come quelli di Torino, come quelli che, nella stessa giornata, hanno ucciso altre due persone sul lavoro. Eppure l'Italia è un paese che si può anche definire illuminato: siamo tra i primi, in Europa, metro di paragone, a licenziare leggi e norme all'avanguardia sul diritto alla sicurezza del lavoro, sul diritto alla salvaguardia dell'incolumità fisica e morale. E' paradossale che 1300€ al mese costino la vita. Però, neanche chi fatica con te si ferma. C'è qualcosa di malato, di strisciante e ributtante, oltre allo sciacallaggio delle buone intenzioni politiche e delle idiozie dei tanti che pontificano con una mano sporca di sangue e l'altra intenta a contare soldi, quelli “veri”, quelli che possono. Come si fa a non essere banali, allora? Servirebbe un moto vero, non uno sciopero, non un comizio. Servirebbe l'orgoglio di dire “no”. Ma chi può permettersi di dire no, se non quelli che hanno già detto sì allo spegnimento della coscienza in nome di un proprio benessere spropositato? Un colpevole certo è la coscienza, ottenebrata, dei lavoratori che si barricano dietro a necessità incontrovertibili, e che superano in importanza, evidentemente, la Civiltà. La luce è spenta. Restano fiamme e nessuno sembra averne paura.
Brutta cosa.

Christopher R. W. Nevinson, "Making the Engine", 1917, Tate Modern, London.