martedì 18 marzo 2008

 Burn the China?



Photo by http://domblr.tumblr.com



Una giornata nuvolosa d'estate può essere una fortuna.
Rara, capita anche nell'assolata Grecia.
Le torme di turisti intruppati e vocianti si disperdono, magari sostano più a lungo davanti ad inutile paccotaglia o cercano di capire se l'ούζο gli piace.
Allora, ciò che rimane dello stadio d'Olimpia appare silenzioso, più vasto, tra gli alberi ed il vento.
Percepire ciò che fu, quel luogo, è più semplice, più chiaro: fuori da uno sport che adesso è solo business, record, immagine e globalità, in un Mondo così piccolo d'andar stretto.

Da lì riparto per la Cina di adesso, Nazione sconosciuta anche a se stessa, gigante millenario ormai decaduto e mai rialzato.
Paese troppo facilmente esaltato (e non solo da quella parte politica che adesso, per cambiare, viene tacciata di ipocrisia) da tutti; per convenienza, per tradizione, per ignoranza, per paura.
Paese complicato come solo quelli che hanno fatto la Storia sanno essere: così sazio di contraddizioni da non riuscire più a guardare oltre i propri limiti.
Paese violento, che non sfugge al desiderio d'imporre un dominio che sa d'antico, d'inutile, di violento.

Da lontano, da Olimpia o da una qualsiasi città d'Europa, appare indistinto qualunque avvenimento che non sia a portata di sguardo: solo il cuore, il principio, possono accorciare queste distanze.
Potrebbe bastare, ma non rende meno acuta la sensazione d'impotenza e d'inutilità, di vergogna e ritrosia, che attanaglia: da me, persona qualsiasi, fino a quelli che credono di contare, ma che sono o troppo vigliacchi o troppo menefreghisti per capire che la Vita di ognuno, su questo pianeta, è più importante dei soldi, del benessere egoisticamente proprio.
A quanto pare lottare per la Libertà, la dignità, l'autodeterminazione, il futuro non ha importanza.
Come non ha importanza questa Olimpiade.
E' solo un chiacchierio indistinto che non copre la nostra pochezza.