venerdì 2 gennaio 2009

 Immobili e contenti



Quando qualcosa rimane immobile si copre di polvere: lascia traccia di sé solo quando viene sollevata e pulita. Per tornare, poi, a stare e basta. Dal ninnolo inutile sul comò allo Stato Nazionale. Un paese come il nostro non ha mai voluto spostarsi un po', togliere lo sporco e cercare di farsi notare. Tra le tante cose che non si possono accettare c'è anche questa: la passività e l'indolenza. Ciò che appare straordinario, urgente, poi, resta fisso e diviene permanente. Pensate solo ai lavori sulle autostrade o a certi musei, nati già chiusi e tali rimasti. Nella società degli uomini, dove la persona è quell'entità che decide e può cambiare (sia le cose che i suoi simili), l'immobilismo per antonomasia non dovrebbe essere una regola. Nasce da questo il lento scivolare verso l'indifferenza e la paura. E se potrebbe sembrare una scusa, invece si rivela essere una comoda presa d'incoscienza, soporifera e totale. Nei meccanismi della famiglia, come della politica, si aspetta che passi la nottata e che nulla cambi. Senza timore, non c'è pericolo. L'unico problema potrebbe venire da un rigurgito di attività cerebrale, ma ricordiamoci che il tubo catodico, assunto a dosi massicce, funziona perfettamente come antidoto.

“In tutti i paesi del Mondo questi aspetti vanno, in diversi modi e maniere, mutando: e mutando si annullano. Il loro carattere, quello che li crea, è infatti l'immobilità, la permanenza delle cose morte ed estranee. Si chiama depressa un'area immobile, ferma: o quella parte della popolazione di un paese che essendo trattenuta immobile, fuori dall'esistenza, non partecipando, perde la connessione con le cose vive, che mutano: e diventano un corpo estraneo. Il problema delle aree depresse è dunque quello della “alienazione” parziale o totale dell'uomo. L'uomo è uno e libero, solo se non respinge da sé una parte di se stesso. Una società che non solo tollera nel suo seno della parti alienate, ma le costringe a rimanere tali, o si fonda addirittura sulla permanenza dell'alienazione, non è una società viva.”

(Carlo Levi)

Catherine Yass, "Corridors", 1994, Tate Modern Collection, London.