mercoledì 15 aprile 2009

 House of Hope


 


Adesso bisogna ricostruire. Un'identità, un territorio: le sue case e con quelle pietre, lì, non altrove. Eppure un ricomporre dovrebbe essere iniziato, molto prima di un terremoto. Si sarebbe dovuto ripensare e rimettere insieme i pezzi dell'Italiano cittadino, del compatriota. Impresa ben più ardua e costosa di quella fisica del rifare le case e gli ospedali [sic].

Stupirsi della generosità e della prontezza di molti, adesso, è un bene prezioso e gratificante: dura il tempo, appunto, dello stupore. Uno stupore che non dovrebbe esistere, ma esser norma. Tant'è. La vita dei giorni cosiddetti normali è diversa, lo si sa da una vita. Qui da noi uno frega l'altro, in un via vai di furbizia e cialtroneria senza fine e senza un inizio: natura, modo d'essere, condizione ambientale e, sovrana, mentale.

Se il pizzicagnolo sotto casa tende a fregarmi, o se il concessionario, il costruttore, il tizio o caio che volete fa così, bisognerebbe rifare una mentalità, prima d'altro. Battaglia persa, chè ne dicano soloni e giornalisti, registi o preti. Un ospedale senza certificazione di agibilità è un segno come tanti di quello che siamo, saremo. E non vogliamo cambiare. La cosa certa è che la montagna di menzogne e ipocrisia è ben salda: non c'è terremoto che tenga o persone che la scalfiscano. Una certezza quasi consolante per i più. I più che fanno la somma.

Lawrence Weiner, "Earth to Earth...", 1970, Guggenheim Museum, New York.