giovedì 21 giugno 2012

Battaglia n°194


Mi perdoneranno i miei tre lettori (i miei tre amici) se oggi non scrivo nè di lavoro, né di un Senatore finito in galera. Spendo il mio tempo per la Legge 194, datata 1978. Sembrano secoli, perchè si vuole sempre ribaltare ogni cosa e, a intervalli più o meno regolari, ci si accanisce contro questa norma, votata tramite referendum (e quindi praticamente inattacabile): da partiti e giudici, da medici e farmacisti arrivano tentativi di far marcire quello che è il frutto di una battaglia di civiltà che altri hanno fatto per Noi, vincendola. E' di ieri il respingimento dell'ultimo tentativo, che è fallito con gran dispiacere del "PdL" e di tutti quelli che si barricano dietro l'obiezione di coscienza per lavarsela. Il nodo è questo, più che altro. Troppe persone, nel servizio pubblico, ignorano questa Legge per una propria convinzione che nessuno deve giudicare, ma che interrompe un diritto altrui. Chi lavora nella sanità pubblica non dovrebbe poterlo fare, semplicemente, ma è ovvio che entrano in gioco altri fattori, ben più concreti come la carriera, la libera professione. Perfino i farmacisti, cui questa possibilità non viene data da nessuno, fanno un po' come gli pare. Ciarlare di "legittimità Costituzionale" ad ogni piè sospinto mi fa credere che questa non è una Repubblica fondata sulla Costituzione, ma piuttosto su altri libri, magari sacri per molti, ma non di certo tendenti ad un ragionamento laico e di civiltà.
Per le donne, per la dignità di Italiani e di persone intelligenti, bisogna fare in modo che queste cose smettano di accadere.
Salvaguardare la Legge 194 non è una questione politica, ma di civiltà e questa sì che è un'altra battaglia da fare.
Oggi, purtroppo, la possiamo fare anche noi.