giovedì 11 aprile 2013

Ping Pong



Nel 1971, la diplomazia del ping-pong avvicinò la Cina agli USA. Il ping pong è un gioco veloce e di riflessi, ma, fondamentalmente, si tratta di tirarsi una palla. Allora fu veicolo di aperture ed oggi ce lo ritroviamo in Italia come metafora di un empasse politico così sfiancante che è senz’altro possibile definire storico. Sembra che una congiunzione astrale particolarmente sfortunata abbia cercato di imporre un cambiamento profondo che, però, non si è palesato in maniera definitiva, riducendosi ad occupazioni, pranzetti al borgo e reiterati equivoci oratori. Mentre coloro che avevano la vittoria in tasca, stanno cercando un nuovo metodo per sminuzzare in parti infinitesimali la ormai pallida parvenza di un’idea politica, spacciata anch’essa per nuova (per quanto, alla luce del sole, sembra più che altro ridipinta in velocità). E intanto l’arbitro, ex giocatore, che già pensava ad una pensione dorata e ludica, si trova di nuovo al centro dell’attenzione, tronfio ed impomatato come forse non è mai stato.
Servirebbe la guida illuminata di qualcuno che riesca a reggere anche un tie-break, di quelli tiratissimi, allo spasimo: che abbia un’ampia visione del gioco e che applichi le regole in maniera inflessibile.
Manco a dirlo, sempre sotto la luna storta d’Europa (irascibile, ha l’oroscopo brutto), i contendenti non trovano chi possa dare alla partita uno svolgimento pacato e sportivamente accattivante.
Intanto il pubblico, pagante, perde slancio emotivo e lentamente scivola in una apatica forma di rassegnazione allo spettacolo, noioso e tecnicamente piuttosto scarso.
Si rende conto, la massa ormai quasi muta, che è sì ping - pong, ma che si gioca con palle diverse.