venerdì 15 novembre 2013

Se c'ero, non ridevo



Una cosa come la telefonata di Vendola è manna, per la Rete. Credo di aver letto centinaia di commenti in poche ore, almeno dieci post e altrettante illuminate opinioni sull'accaduto: tutto ed il suo contrario, incazzature, difese, baggianate. La velocità di propagazione degli avvenimenti e delle loro conseguenze è sempre più veloce, immediata: travalica persino il contenuto stesso della notizia, deviando in migliaia di rivoli d'ogni sorta, fino al parossismo.

A me è rimasta una sgradevole sensazione, nel bailamme: ciò che è chiaro, evidente, è la spocchia e la fiducia nel proprio potere che agita moltissime delle figure politiche nostrane contemporanee. Quel sottile, ma mai spezzato, senso di quasi onnipotenza, di menefreghismo verso il peso delle parole, fosse anche nel privato di una conversazione che ha a che fare, comunque, con temi delicatissimi.

L'anti-politica ha una miriade di facce, ma qui, piuttosto, parlerei di giusta indignazione per il modo con cui ci si muove, con cui si esplicano concetti e difese del proprio stato, per la maniera colma di alterigia con cui si trattano elettori e lavoratori. Insomma, la comunicazione verbale e non, a certi livelli, diviene canzonatura (i giornalisti sono visti come persone fastidiose, per esempio). Che, poi, è quello che la politica combatte: le parole fastidiose, il web che "discute", che si permette di riferire le opinioni di chiunque.

All'oscuro delle conseguenze di questa conversazione (anche per chi l'ha messa a disposizione), penso che siamo sempre fermi al punto di partenza: non c'è un vera Democrazia, ma un insieme di caste che hanno sempre e per sempre un diritto che tutti gli altri non hanno. Fare come gli pare e quando gli pare. Quindi non è solo un corto-circuito semantico, ma la riprova che ci sono molti pesi e moltissime misure.