mercoledì 24 dicembre 2014

The Force Awakens


Ecco qui. Questi non sono propositi, non sono promesse, non sono elucubrazioni fantasmagoriche. Potrebbero essere intenzioni, pensieri da applicare, ma senza una regola fissa: eccezioni che accadono?

1) Evitare di essere me stesso fino in fondo. Non è che si possa cambiare completamente (queste sono cose cui lascio baloccarsi i filosofi da libri di serie “C”), ma certamente si possono smussare certi angoli. In fondo sono ancora in divenire, qualsiasi cosa pensino molte persone.
Certo, diventare meglio. Sennò è solo spreco di energie.

2) Evitare gli ipocriti, il più possibile. Questa caratteristica, presente in qualsiasi persona, la trovo accentuata in alcuni, magari amplificata dal fatto che si può usare Internet per far notare al mondo quanto si è bravi, buoni e decisamente corretti. Sappiamo tutti, fatti alla mano, che poi, nella realtà, la cattiveria e le maschere vanno alla grande.
Raus.

3) Dedicare un po' meno tempo ai “Social Network”, magari tornando a scrivere, leggere, ascoltare. A volte prende l'ansia di esserci, il timore d'esser scordato se non presente sempre, comunque, anche quando c'è solo fuffa (e mal digeribile) in giro. Non stare da solo, ma un po' meno nel frastuono.

4) Ricominciare ad approfondire temi ed argomenti che ho tralasciato. Nei mesi passati troppo spesso pigrizia e pensieri non edificanti mi hanno portato alla superficialità. Per quella ci sono masse di individui.

5) Imparare a manipolare meglio i suoni.

6) Famiglie ed affetti. Amici, quei pochi veri. Conoscenti, tanti.
Dare e non chiedere.

7) Non aspettarsi quasi nulla. Stupirmi anche per cose minime.

8) Crescere insieme ad Anna.

9) Non rompere i coglioni a quelli che non ascoltano la musica che mi piace. Fare buon viso e cattivo gioco a coloro che non hanno la stessa passione che ho io: come matto, basto e avanzo.

10) Arrivare a cinquant'anni. E da lì, tutta discesa.


Buon Natale e buon Anno.
{non occorrono valanghe di auguri: fatemeli solo se ne avete davvero voglia. Non m'offendo}

mercoledì 3 dicembre 2014

Greetings From Mongolia - 2014 Playlist



Tra poco anche quest'anno va a farsi benedire. Vediamo cosa mi ha interessato musicalmente.
Magari vi viene qualche voglia.
{I dischi non sono in ordine numerico: hanno tutti la stessa posizione}


Lussuria - "
Industriale illuminato".

Damon Albarn - "Everyday Robots".

Perpaolo Capovilla - "Obtorto collo".

Paolo Benvegnù - "Earth Hotel".

Eno & Hyde - "High Life".

FKA Twigs - "LP1".

Carla Bozulich - Boy".

Swans - "To Be Kind".

Flying Lotus - "You're Dead!".

Simple Minds - "Big Music".

David Crosby - "Croz".

Ristampe e Raccolte.

Fabrizio de Andrè - "Crêuza de mä".

Pixies - "Doolittle 25".

Afterhours - "Hai paura del buio?".

Robert Wyatt - "Different Every Time".

Ho dimenticato senz'altro un sacco di roba. Normale.


giovedì 20 novembre 2014

Greetings from Mongolia - La fine dei fiumi?


Eventi. Certi dischi sono eventi, qualsiasi cosa si possa pensare, nel bene e nel male. Le pause eterne di alcuni artisti diventano un sorta di "imprinting" in attesa di capolavori, sempre più rari, sia detto, nel mondo musicale. Dopo vent'anni sono certo che un disco dei Pink Floyd sia roba grossa: il nome, la storia, il mito. Però c'è il tempo, di mezzo: le cose cambiano, anche se, in realtà, molto più lentamente di quello che ci piace pensare. E qui ci sono le due scuole di pensiero, che dividono quelli che pensano che la musica si evolva, comunque, e coloro che (anche giustamente, spesso) pensano che il meglio si sia già sentito.
Chi fa parte di quest'ultima fascia certamente sarà contento di "The Endless River", che è una sorta di copertina calda consolante: i suoni curatissimi, la "liquidità" delle atmosfere, il senso di "déjà vu" che consola. Non vi è nulla di male. Questo ci si poteva aspettare e questo è stato.
Gli altri, dell'altro pensiero, non esiteranno a denigrare in maniera netta quella che può apparire una mera operazione nostalgico/commerciale.
Cosa ci può stare d'altro? Forse una sorta di limbo in cui chiunque è libero di accettare dischi come questo o di fare finta che non esista. Che, poi, è la fine del 90% della musica che esce.



Più o meno lo stesso discorso andrebbe fatto per "Weekend" di Alice. Tutto quello che aveva da dire, ai tempi in cui collaborava con artisti eccezionali, l'ha detto: ora si perpetua una sorta di formuletta piuttosto prevedibile, in bilico tra trascendenza e osservazione dei sentimenti. Va detto che rispetto a "Samsara", un passo decisamente falso, in quest'ultimo lavoro si ritrovano almeno delle sonorità più curate e decisamente assai più centrate, Tralasciando (la colpa di chi è?) che il singolo ha il giro di "Space Oddity", il resto è dignitoso, anche se riaffiorano qui e là alcune pesantezze testuali non indifferenti. Tra l'altro non sarebbe stata sbagliata la scelta di insistere di più sulle composizioni ritmate, che qui, come sempre, sottostanno alle ballate.
Si può desumere che sia più semplice lavorare sul certo che osare, come la nostra faceva ai tempi.
Giustificabile, fino ad un certo punto.









venerdì 10 ottobre 2014

Le fondamenta della casa




Stavo riflettendo su quello che è accaduto a Pianura. Le parole dei genitori di questi ragazzi, che hanno perpetrato un vero atto di violenza gravissima contro un "grasso", sono di un'ignoranza enorme. Tentare di fare passare ciò che ha portato a gravi lesioni come uno "scherzo" è solo il frutto di una tristissima desolazione intellettuale.

Possiamo parlare dell'ambiente, della storia di queste persone, della mancanza di sostegni adeguati per le famiglie, di menefreghismo verso l'educazione dei figli e di altro ancora. Ma resta il fatto in sé. E rimane scolpita l'immagine brutalmente avvilente di una società che vive di contraddizioni enormi, dove spesso la violenza è la sola risposta che si ha per mascherare vite vissute oltre i cosiddetti margini.

Non posso né desidero tentare una risposta logica a questa cosa. Insieme ci si dovrebbe interrogare a fondo sulla nostra capacità di educare, comprendere e fermare (quando serve) un figlio. Se si arriva a certi deliri non manca una sola cosa: è tutta l'impalcatura che vacilla, tutta la casa crolla. Ed è una casa comune.

sabato 27 settembre 2014

I chiodi delle poltrone



A quanto pare è proprio vero che ognuno ha la sua, di Giustizia. E' praticamente impossibile, per un personaggio politico, accettare una sentenza di buon grado, facendo dei distinguo, riservandosi di ricorrere in appello, ma intanto di dimettersi. Qualunque parte rappresenti, la colpa è sempre altrui: del sistema, dei Giudici, della corruzione, della melma, del vento o della polvere.

Potrebbe essere un De Magistris qualunque che parla o uno dei tanti condannati che stanno a Roma, nei Palazzi del "potere": quel potere che non si molla nemmeno sotto tortura (si fa per dire: il massimo che certa gente sopporta è che gli tolgano il telefono gratis, poi va fuori di testa) e che siccome viene dal popolo solo da esso può essere tolto.

Dallo stesso popolo che si affida all'apparato della Giustizia inerme, il più delle volte, e che di certo non può combattere per la propria innocenza (sempre presunta, sì) sui giornali, alla TV o pagando avvocati di grido. E' proprio inutile dire che tutto il Paese fa schifo, perchè lo stesso Stato crea diseguaglianze enormi e insopportabili.

Se De Magistris andrà a fare il "Sindaco in strada" gli auguro di capire cosa vuol dire vivere fuori dagli uffici dell'amministrazione, tra chi si sbatte per poco o niente, tra chi si aspetta risposte a domande legittime e nonostante tutto, nonostante i tanti delinquenti, ancora vuol credere che esista un minimo di decenza e moralità.

I chiodi delle poltrone di certe persone ancorano il loro culo, nonostante tutto, però.

martedì 26 agosto 2014

Video Kills



Non ho guardato il filmato della morte di James Foley. Non lo farò. Se c'è libertà d'informazione, di opinione, io applico il diritto di non dare al delirio un'opportunità in più. Di gran unga preferisco leggere ed informarmi.

La crudeltà attira e la rete sta portando al parossismo questa assai diffusa necessità di vedere ogni cosa. Figli anche di una televisione malata di scandalismo ad ogni costo, di vacuità, di volgarità (e non parlo di tette e culi), di "reality show" che sono solo idiozie per aficionados della nullità, ormai è un declino piuttosto preoccupante quello del guardare uguale a capire.

E ritorna, bello pesante, il discorso sulla semplificazione: qualsiasi situazione, per quanto intricata, storicamente confusa, politicamente irta, viene livellata per una malcelata e zoppicante idea di "comprensione" globale. Come se questo Mondo fosse roba facile.

Per contro è inutile complicare quello che nella realtà è lineare. Si dovrebbe, lo dico, avere anche un po' di fortuna e cercare coloro che ci possono aiutare nella comprensione, eliminando quelle voci che ci distraggono per forza e con decisione. (Ed i social network rendono tutto più complicato, paradossalmente).

La rete è globale, ma il discernimento è singolo.

Lucio Fontana, "Concetto spaziale - 'Attesa'", 1960, Tate Modern Gallery, London.

martedì 19 agosto 2014

Microfratture aq {Before and Afterlife}



"Ci sono tre modi per diventare saggi. Riflettendo, che è il modo più nobile. Imitando, che è il più semplice. Facendo esperienza, che è il più amaro".


I tuoi occhi sono chiusi, i miei guardano in alto la finestra aperta...
Abbiamo l'un l'altra e abbiamo tempo, nient'altro.
Ma di tempo ne abbiamo tantissimo, come se non esistesse neanche più.



Patrick Caulfield, "Small Window", 1969, Tate Gallery, London.

mercoledì 30 luglio 2014

Disunità



Giuro che non ve la meno con le storie sulla tristezza di un quotidiano che chiude: che non vi annoio con i discorsi sulla libertà di stampa e d'opinione, sul fatto che la pluralità di voci ci rende migliori. Sono cose che si scrivono ogni volta che chiude una testata giornalistica. Ogni volta. Non sto dicendo che siano fregnacce, ma inutile ribadirle.

Se "l'Unità" se ne va (spero solo momentaneamente), la colpa è anche del fatto che io, per esempio, non la compravo sempre e comunque, come posso fare con altri giornali (vedi "il manifesto", che da anni sta a galla per miracolo). Giriamoci pure attorno, ma ormai è più semplice andare di mouse che spendere 1,50€ per sfogliare la carta. Tutto circola, tutto si rimanda, si passa, si invia, si fa "like".

Questo è un fatto su cui si riflette da anni e ciò che verrà sarà il mutamento delle nostre abitudini (e finirà l'era del tutto gratis) di lettura, anche dei quotidiani. Non sto dicendo che "l'Unità", come altri, non l'abbia capito, non è il punto. La questione è che in uno Stato dove quasi nessuno legge nulla, i primi a temere i colpi dei liquidatori sono proprio coloro che hanno tradizione, che vengono da lontano, che si sa da che parte stanno (non come certi colossi che vanno dove va il vento).

Quelli, insomma, che non hanno paura della coerenza, che pagano i propri errori sulla loro busta paga, che non hanno protettori e padrini. Sarà sempre così.

Stavo leggendo su "Twitter" qualcuno affermare che bisogna chiedersi se "l'Unità" non chiuda perchè i suoi giornalisti non piacciono alla gente. Se questo fosse il metro (sic), allora rimarrebbe un unico quotidiano, probabilmente con duecento pagine, di cui metà scritte da gente che all'Università faceva sega tutti i giorni e che sa tutto su Beyoncè, ma nulla del mondo reale.

E comunque, seguendo il "ragionamento", "Libero" non doveva neanche nascere.

giovedì 17 luglio 2014

To-morrow {microfratture #ao-p}



Se cito "...l'avvenire è un buco nero in fondo al tram." (*) sono un pessimista.
La corda, però è tesa: c'è chi si barcamena per non cadere, chi la guarda da sotto e non sale, chi si siede a godersi lo spettacolo, chi la vorrebbe tagliare, chi la usa per andarsene in un altrove che non esiste.

Ogni momento in cui si guarda avanti è sintomo di rinnovato desiderio, un passo oltre il ristagno, uno sguardo che coglie dettagli cui siamo impreparati, il disconoscimento dell'apatia, della noia, della frustrazione.

Ogni momento in cui non si ascoltiamo, prima di stare a sentire gli altri (la soluzione, come mai?, qualcuno ce l'ha in tasca, fatta e finita), è consapevolezza ed anche dei limiti.

Domani è domani. Il colore, poi, lo scegliamo sorridendo.


(*): "Io e te" di Enzo Jannacci, da "Foto ricordo", 1979 (ed. Ultima spiaggia).
Bridget Riley, "Nataraja", 1993, Tate Gallery.




mercoledì 16 luglio 2014

Serietà, ma anche no



Io, in fondo, del Mondo non so nulla. Non sono stato a Parigi, nè a Londra o Berlino. Nemmeno a Napoli (ed è grave sul serio). Quindi, sono un Blogger statico. La peggior specie che ci sia, perchè vedo le cose che accadono attraverso la rete ed è poco.

Poco perchè di tanti accadimenti, cose serie, cose drammatiche, bisognerebbe parlare a voce con quelli che 'sto pianeta l'hanno girato, lo conoscono, si sono confrontati con altre culture, altre visioni.

Ma poi noto che le cose importanti vengono dimenticate in fretta, nel reale: è più facile agganciare argomenti fondamentali per il "modus vivendi", robina leggera, da beccaccini. E non si può mica discutere delle tristezze del globo: a che serve? Possiamo farci qualcosa? Magari pensare, essere consapevoli? Sia mai.

Coraggio, teniamo duro. All'inizio del campionato di calcio non manca moltissimo.
Alleluja.

David Hockney, "A Bigger Splash", 1967, Tate Gallery.

sabato 12 luglio 2014

Fare e dire



Il web, mi sa, è ciclico. Tutto torna, a intervalli assolutamente irregolari. Quindi atti a non farsi ricordare: meglio, per fare in modo che si finga d'aver rimosso, quando, in realtà, dal nostro cervello (per chi ne è dotato) non si rimuove proprio nulla. Le interazioni compulsive prendono il volo soprattutto nel caso in cui ci sia di mezzo una guerra, un genocidio. Insomma roba grossa.

Perseverare nel distruggerci è prerogativa umana e questo atto si trasfigura, ora, per via telematica. L'accesso ai contenuti dei  nostri amici, ai giornali, a tutte le informazioni vere o false possibili, ci fa schierare e dare opinioni. Ma resta il fatto che, nel concreto, non ci alziamo dalla sedia. Meglio: magari lo facciamo, ma non essendo parti della "Marvel", ci spingiamo fino al centro città, massimo massimo a qualche chilometro da casa.

Tutto questo è anche comprensibile: non si possono cambiare le cose da soli, che so?, in Ucraina. Di certo potremmo iniziare a capire che Internet ci rivela in maniera istantanea quello che è il mondo attuale. Una presa d'atto di coscienza è già molto: meglio sarebbe concedere anche della serietà e delle azioni concrete. Lì è la vera differenza, lì è l'oltre della digitazione/condivisone/pubblicazione ormai abitudine quotidiana.

Ci si morde la coda di continuo.
Primo.

Jenny Holze, "Truism", 1984, Tate Gallery.

venerdì 11 luglio 2014

Urgenze personali



Alcune cose urtano. Assai. Come dice "Malvino" nel suo post, stiamo assistendo all'ennesimo bel spettacolo italiota. Mi ricorda qualcun altro, per dire: uno che è talmente "super partes" da fregarsene della legge, tanto è pieno di amichetti.

Ma un altro piccolo, minuscolo fatto mi dà noia. La continua ripetizione, da parte di più esponenti del Governo o della sua finta opposizione, che questa riforma del Senato è "...chiesta dai cittadini."
Ora, non essendo titolare di un istituto di sondaggi, non posso parlare per tutti (a campione, s'intende). Però così, a pelle, mi pare che gli Italiani chiedano altro.
Che so, il lavoro? La lotta vera contro la corruzione, magari? Un futuro decente per i propri figli? Insomma cosette del genere.

Dare priorità viene sempre male, ad un certo livello: si è troppo impegnati a distrarre per potere essere credibili in affermazioni che paiono politicamente importanti, ma che mascherano solo e sempre urgenze atte a deviare l'attenzione verso riconoscimenti personali o di casta (sì, vabbe', che parola abusata: prometto di aprire il Dizionario dei sinonimi, che quello dei contrari è vuoto).

Perciò, parlate per voi, come avete sempre fatto.

Andreas Gursky, "Parliament", 1998, Tate Gallery.

giovedì 10 luglio 2014

C'era il pensiero



Non scrivendo per mestiere, mi è difficile, spesso, trovare la volontà per esprimermi in questo ed altri spazi sul web. Non che se si faccia quotidianamente sia sintomo di qualità: aprite un quotidiano qualsiasi e ne avrete più di un esempio. Certamente la consuetudine aiuta, però. La scrittura è anche esercizio, pazienza, interesse, ricerca.

Ora, tutte queste cose le vedo come parte di quel percorso di crescita personale che tanto amo citare nei miei post (la ripetitività è un'altro limite di coloro che non sono usi all'espressione scritta regolare) e che sottende ad una più ampia consapevolezza dei propri limiti e anche delle proprie capacità. Allora, non mi spiego perchè sempre più, vista la facilità con cui ormai possiamo attingere a fonti ed opinioni, si parli per frasi fatte (da altri).

La citazione è una semplificazione utile a chiarire concetti che spesso facciamo nostri, ma che non riusciamo (non vogliamo?) esprimere con espressioni personali. Il che, mi rendo conto, è piuttosto arduo, se non impossibile, quando una frase od una nozione sono così chiari da essere citati migliaia di volte, spesso giornalmente, spesso a sproposito, spesso per comodità.

Avendo anch'io operato in tal senso, potreste eccepire che il pulpito è sbagliato. Può essere. Di certo mi sforzo, anche nelle cose minime e di poco spessore, di fare con quello che ho, camminando con il mio bagaglio autocostruito e certamente carente. In quelle valigie mentali ci entrano anche le parole altrui, mica può essere diversamente. Ecco, quello che è per me realmente una sfida è affrancarmi con decisione dalla tentazione di abusare degli altri e di ciò che esprimono.

Non è detto che ci riesca, tutt'altro. Mi dò delle chances.
Almeno se sbaglio sarà per qualcosa che ho scritto io.
Così come questo post è una riflessione e non un'offesa a nessuno.
La libertà d'espressione è insindacabile, in qualsiasi forma avvenga.

Sir Eduardo Paolozzi, "Wonder Toy: Robert the Robot", 1971, Tate Collection.




lunedì 7 luglio 2014

Andate in pace



La notizia che i signori 'ndraghetisti del carcere di Larino disertano le funzioni religiose perchè un Papa li ha scomunicati ha un che di ridicolo in sé. Intendiamoci: Francesco è stato pure troppo buono, non è questo il problema. Semmai è una cosa al limite dell'assurdo che ci si sconvolga ancora dell'aperta ipocrisia di queste masse delinquenziali. Quanti film, quanti articoli, quanti libri hanno sempre riportato fedelmente l'attaccamento morboso e retrogrado delle famiglie criminali alla Religione Cattolica. Se una statua s'inchina davanti alla casa del "boss", c'è qualcosa di strano?

Piuttosto è sempre tardiva la distanza che si vuole frapporre tra la religiosità ed il suo contrario, tra la fede e la morte indotta, comprata, ordinata. Se, come si sono affrettati a dire molti esponenti anche della Giustizia, il credere in Dio è un fatto personale, altrettanto dovrebbero fare nel sottolineare come questo "modus vivendi" offenda l'idea stessa del Cattolicesimo, che, almeno a parole, insegna a condurre una vita giusta e buona. Roba semplice, oserei dire da oratorio. Lapalissiano.

Eppure non è proprio così, perchè il cancro della connivenza tra queste professioni è ormai talmente vasto che è propriamente inutile cercare di curarlo. Certo, una frase del Papa dovrebbe mettere a tacere qualsiasi eccezione, ma come si fa a cambiare gentaglia che nella sua "vita" ha sempre rispettato codici in cui la vita degli altri vale, spesso, poco o nulla? La 'ndragheta, la mafia, tutte queste derivazioni patologicamente inserite nei tessuti connettivi dello Stato, infilate nel sangue dei una Nazione, se ne fregano. Vanno sui giornali, in televisione per qualche giorno e dopo tornano a fare quello che gli riesce meglio: delinquere, a tutti i livelli.

Nessuna assoluzione può sembrare una bella frase, forte, completa, definitiva: in realtà sarà l'ennesimo tassello di un puzzle ormai finito da tempo, in cui non c'è un'autorità, né in cielo né in terra, che tenga.
La vera religione è la loro, quella dei criminali.
A prova di bomba, verrebbe da dire.

Max Ernst, "Pietà or Revolution by Night", 1923, Tate Modern Gallery.



mercoledì 2 luglio 2014

Университет, который нужно выпить (Università da bere)



Piove. Improponibile usare l'auto: il che può essere anche una fortuna. Autobus.
Sale una ragazza e in dieci secondi netti inizia ad urlare (normale) nel cellulare. 
Diciamo che, visto il traffico di quelli che non si possono bagnare neanche le suole delle scarpe, il bus ci metta otto minuti, anziché cinque per arrivare alla mia fermata. 
In questi otto minuti, la ragazza, Universitaria (lo sanno tutti, ormai, anche quelli sul marciapiede, tale è il volume della conversazione), fa tre telefonate: una a Maria (mi pare), una a Sabrina e l'altra a Sonia.
Alla fine di ogni chiamata la conclusione è:
"Allora ci vediamo alle "X", così beviamo una cosa e poi andiamo in facoltà."
D'accordo che l'Università Italiana è messa male, ma non immaginavo che bisognasse per forza essere ubriachi per sopportarla.



Anselm Kiefer, "Book With Wi
ngs", 1992-94, Modern Art Museum of Forth Worth.

lunedì 30 giugno 2014

Noi, gli altri, io.



Ripropongo questo scritto di Hans Magnus Enzensberger. Lo ritengo, ancora oggi, e con rammarico, molto efficace, vero, non retorico. Uso queste sue parole, molto migliori delle mie, per esprimere un senso di confusione che si è acuito, se possibile, ancora. I nostri ricordi si allontanano, ed ogni giorno sanguinano di nuovo. Non esistono anniversari, ma giorni da non dimenticare.
(E' un discorso sulla collettività, nessun intento personale).

“Noi siamo gli uni e gli altri sono gli altri. Lo dico per mettere subito le cose in chiaro! Gli altri sono sempre lì e ci danno sempre sui nervi. Mai che ti lascino in pace! E fossero almeno diversi! Macchè: pretendono di essere migliori di noi. Gli altri sono arroganti, supponenti e intolleranti nei nostri confronti. E' difficile dire cosa pensino davvero. Talvolta abbiamo l'impressione che siano dei matti. Una cosa è certa: vogliono qualcosa da noi, non ci lasciano mai in pace. Ci scrutano con fare provocatorio come se fossimo scappati da uno zoo o fossimo degli extraterrestri. Il minimo che si possa dire è che noi li percepiamo come una minaccia. Se non sapremo difenderci, ci porteranno via tutto quello che abbiamo. Il loro vero desiderio sarebbe quello di eliminarci.

D'altro canto, un mondo senza gli altri ci appare ormai inconcepibile. Alcuni, addirittura, ritengono che noi abbiamo bisogno di loro. Tutta la nostra energia, noi la investiamo per gli altri, pensiamo a loro tutto il giorno e persino di notte. Anche se non li sopportiamo, dipendiamo da loro. Certo che saremmo contenti se scomparissero dal nostro orizzonte, andandosene via da qualche parte. Ma poi, che cosa faremmo? Ci sono due possibilità: o ci ritroveremmo altra gente che ci dà fastidio e allora tutto ricomincerebbe da principio -dovremmo studiare questi nuovi altri e difenderci da loro- oppure -peggio ancora- cominceremmo a litigare tra di noi e allora alcuni di noi diventerebbero gli altri e la nostra identità collettiva finirebbe per non esistere più.

Talvolta mi chiedo se noi siamo davvero gli uni. Perchè è ovvio che siamo al contempo gli altri degli altri. Anche loro hanno bisogno di qualcuno su cui esercitare la propria insofferenza e quelli siamo certamente noi. Non siamo solo noi che dipendiamo da loro: anche loro dipendono in eguale misura da noi e pure loro si rallegrerebbero se noi scomparissimo dal loro orizzonte, andandocene via da qualche parte. Ma poi, probabilmente, finirebbero per rimpiangerci. Non appena ce ne fossimo andati, scatenerebbero delle sanguinose lotte intestine, proprio come faremmo noi se andassero via gli altri.

Non sono cose che si possono dire ad alta voce qui da noi: è solo un mio pensiero segreto che è meglio che tenga per me. Altrimenti, infatti, tutti direbbero: adesso sappiamo come sta la faccenda, caro mio! In fondo tu non sei uno di noi, non lo sei mai stato, ci hai ingannato! Tu sei uno degli altri! E allora, non avrei più nessun motivo per ridere. Mi tirerebbero il collo, questo è certo. E' meglio che non ci pensi troppo: non fa bene alla salute.

Forse quelli della mia parte hanno persino ragione. Talvolta non so neppure io se sono uno degli uni o uno degli altri. E' questo il grave. Più ci penso e più mi è difficile distinguere tra gli uni e gli altri. A guardar bene, ciascuno degli uni assomiglia terribilmente agli altri, e viceversa. Talvolta non so più neppure io se sono uno degli uni, oppure un altro.

Vorrei essere me stesso, ma questo, ovviamente, è impossibile."

(Traduzione di Paola Quadrelli)
Tim Head, "Industrial Hole 2", 1997, Tate Modern, London.

venerdì 27 giugno 2014

Esuberanza (remix)



La rassegnazione è un male. Provate a guardarla da ogni lato, e resta sempre un danno. Anche quando non c'è nient'altro da “sentire”, quando non vi è più alcunchè a cui aggrapparsi. Porta, alla visione distorta di affetti, di situazioni, persino dei visi cari. Se possibile, vi è un ambito in cui è ancora più insopportabile: quando si deve lottare, quasi letteralmente per la sopravvivenza.

Questo è un problema lavorativo. 
Questo è un problema comune, in questa paesucolo, per milioni di persone.
Eppure lasciare il campo senza lottare mi pare un'eresia. Se comprendo lo scoramento, se accetto giustificazioni e motivazioni, se cerco sempre un “perchè”, non significa che la pensi così. 
Il lavoro, oltre ad essere un diritto, non è un favore che viene fatto: non si può pensare, in nome di ciò che è stato dato, che si sia sempre in debito. La riconoscenza viene ampiamente risarcita dalla professionalità, dalla serietà, dall'impegno. 
Ovvietà.
Ed invece per molti il significato del termine “dignità” è oscuro: forse non viene abbastanza citato nei reality o nelle varie vite in diretta.
Non essere un numero, non essere merce, non essere un “qualcosa che sta lì e non fa male” è decisivo, è fondamentale. 
Le battaglie perse in partenza non fanno per me. 
Troppo idealista? 
Probabile. 
Meglio idealista che pirla, comunque.

“Stanco di vedere le parole che muoiono 
stanco di vedere che le cose non cambiano 
stanco di dover restare all’erta ancora 
respirare l’aria come lama alla gola.” 

Photo by Lasse Hoile.

mercoledì 25 giugno 2014

Trento era bella anche d'estate



Sono frammenti, senza il loro tempo, messi lì a rincorrersi. 
Il mio abbraccio, alla stazione, la tua schiena magra, la camicia a fiori e un sorriso tirato.
Tutto quello che si immagina è diverso, adesso che non c'è più distanza. 
Il caos del tuo studio, quelle due sediole scomode e il tuo lavoro, come il mio, senza passione, ma con impegno. 
Il pomeriggio afoso, nudo, che si trascina lucido. 
Poi diviene notte, insonne e tersa, un affogare nelle nostre braccia. 
“Stasera ceniamo a casa"
“Come vuoi. Cucini tu?” 
“Cos'è, non ti fidi? Mi pigli in giro?” 
“Sì, con te gioco sempre”
E quel gioco nella città vuota continua.

Chissà dove vanno le frasi, i pensieri, quando tra due persone di cose da dire non ce ne sono più. 
Forse si bloccano tra quelle dette e il loro limite.
O, semplicemente, se ne stanno tra le cose che un giorno possono servire. 
Solo che, quando le cerchi, poi, non le trovi mai. 



Gerhard Richter, "Cage 6", 2006

venerdì 13 giugno 2014

Enrico




Forse perchè Roma non arriva mai, quando ci vai con il treno. Forse perchè il salame ed il vino non si esaurivano. Forse perchè dentro di noi sembrava irreale che Enrico fosse morto e si continuava a parlare di lui al presente. Forse perchè ci sono momenti in cui non senti la fatica, l'odore delle sigarette, dei corpi.

Una città intera colorata di rosso, dalla stazione in poi ovunque bandiere, fiori e volti. I visi che si sovrapponevano, tutti egualmente attoniti, tutti con un'espressioni di smarrito stupore.

Capire che, quel giorno più di altri, chiunque intorno era un Compagno, un amico, qualcuno che viveva tutto quello che stavi provando tu. Mai più visto tante lacrime, pezzi d'uomini letteralmente piegati sulle gambe, maree di parole.

E' stato un giorno eterno, il saluto ad Enrico: eppure sembrava volare, il tempo. Non volevo essere da nessun'altra parte: uno delle migliaia, un nome, un amico venuto a dire solo "Ciao", grazie, tutto semplice.

Un momento che è rimasto, insieme a pochissimi altri, scolpito interamente nella mia memoria. Da allora Enrico è stato una parte della mia vita. Non mi interessano coloro che solo adesso sembrano aver coscienza di chi fosse stato, di cosa rappresentasse per milioni di persone. E neanche, almeno per oggi, il ridimensionamento della sua figura, chè questo Paese è immaturo come pochi, imberbe e volgare.

Per sempre ci sarà il sole, su quelle bandiere.

lunedì 9 giugno 2014

I primi caldi



Se arriva il caldo, non sono solo le zanzare il problema. Impreparati come al solito alle ondate di temperature oltre la media del periodo (si dice così, credetemi), anche i PC diventano bollenti. Anzi, più bollenti di quello che già sono. Perchè non c'è dissipatore di calore che riesca ad eliminare la polemica fine a se stessa, cavallo vincente di una parte del popolo del web (andiam, orsù, di retorica) che corre di più sopra i 30°.

Quasi per dare ragione alla nota ed assodata teoria che questa situazione climatica induca alla irritabilità, gli sfoghi polemici sopra e sotto le righe si moltiplicano, sia autoalimentano, con insana ferocia anche per le minuzie più irrilevanti. Non vale dire che è sempre così: a me pare di poter affermare che questo periodo dell'anno è virulento, molto peggio che in altre stagioni.

E il limite si alza, "amici" o meno. Fuochi che ardono sotto la brace del non detto trovano nuova linfa, il vento li riavvia. Bisogno di ferie, magari. O che questo è un momento storico devastante, dove tutto s'accumula e, prima o poi, esce. Tutto si può comprendere, aggirare, ignorare, anche queste cose.

Però il termometro del fraintendimento continua a salire e l'unica cura ragionevole è la lettura, la decodificazione anche superficiale di quello a cui potrebbe portare entrare in questi meandri di contrasti e ragionare sul da farsi. Non sempre è obbligatorio dare la propria opinione, non è scritto sulle sacre tavole della Rete che esserci è una cosa che ti rende importante.

Lo so, avrei bisogno di andarmene alle Hawaii.
Speravo non si notasse così tanto.

Gerhard Richter, "Lesende", olio su tela, 1994.

venerdì 6 giugno 2014

Greetings From Mongolia - Per parlare anche di noi




C'è sempre qualcosa di più alternativo, qualcosa che è oltre il piacere di dire: "Questo è un fottuto, grande disco." Come se ci si dovesse vergognare, a volte, di essere partigiani colpiti al cuore da un insieme di parole e musica.
Quindi, se non fosse chiaro, questo è un post di parte.

Usando molto più che con il "Teatro degli orrori" la forma canzone (non nel senso, comunque, che gli si attribuisce in una qualsiasi trasmissione radio comune, la plastica), Capovilla intraprende un piccolo/grande viaggio personale nel suo essere oggi abitante di questo Paese. E basta così, senza scomodare massimi sistemi o improbabili altre interpretazioni sofistiche.

Nulla è più inesplorato di noi stessi e nessuno più di noi è impreparato a questa perlustrazione. Nel momento in cui Capovilla parla di sé riesce perfino a dar voce agli altri. Non è cosa facile. Accomunati tutti dalla nostra (presunta) umanità ed ognuno diverso, ci muoviamo per capire, se siamo bravi: oppure per poter sputare sentenze, chè è più facile.

Emozioni e sentimenti resi lucidissimi ed allo stesso tempo raffinati in testi all'apparenza semplici. Invece, siccome scrivere parole per la musica è un esercizio molto difficile (tanti dovrebbero lasciar perdere da anni), farlo con questa diretta essenzialità rende il lavoro un denso ritratto del nostro tempo, un insieme di piccoli quadri in cui scorgi l'insieme disarmonico e contraddittorio dei giorni difficili.

E la voce che ti trasporta è quella bassa e recitante di chi usa ogni singola parola in maniera determinata e mai a caso. Tra tutte le "canzoni" mi riuscirebbe arduo sceglierne una o più da consigliare: questo è un disco che va ascoltato da cima a fondo, più volte.
Caricatevelo nel sangue, come diceva un altro grande interprete e fatelo circolare in voi.
Non per "obtorto collo", ma per scoprire, ce ne fosse bisogno, un grande artista ed un uomo vero.
Potrebbe farci bene.



martedì 3 giugno 2014

Microfratture #n.



"Sono sicura che ancora mi senti."
Anche se, ormai, tutto si allontana.
Anche se, ormai, quel che resta è una foto mossa, un'immagine che sfugge.
Anche se, ormai, certe canzoni suonano solo per me.
Anche se, ormai, si può restare a corto di parole.
Anche se, ormai, quasi ogni momento è solo un momento.
Anche se, ormai, non me lo scordo più, auguri.

Alighiero Boetti, "Tutto", 1988 (arazzo su lino)

martedì 27 maggio 2014

Microfratture #an




Ed il ricordo, nato acerbo e finito prima di diventare incancellabile, sa di caffè, di vento e di un

piccolo disagio.


Una strada tortuosa come quelle destinate ad un bel panorama finale, quella vicinanza che passa

incolume tra la stupidità delle espressioni di circostanza e l'imbarazzo: costruire un altro mondo,

di parole, mai è esercizio sterile, mai è compiuto.


La fragilità anche delle persone più distanti è la percezione di una unità che sa diventare

momento, ed il momento riesce a trasformarsi in qualcosa di più grande, che circonda vita ed

affetto.


Anche nell'istante della consapevolezza, in cui si riesce a comprendere che non torneranno più

quei giorni così amati, resta un gusto dolce di completezza, bene prezioso da stillare con dovizia

nel futuro.


Fortunati coloro che sapranno cogliere, in ogni luogo, in ogni mutar di stagione e di anni,

quell'ansia del viaggiatore delle parole, inesausto amico di tutti quelli che si interrogano non per


cercar risposte, ma solo per farsi altre domande.





Mark Rothko, "Untitled", 1950

mercoledì 14 maggio 2014

Microfratture #am



Ci sono persone che attenderei per ore, anche sapendo di poterci stare assieme cinque minuti.
Ci sono persone che se ritardano due minuti già mi danno noia.
Altre che attenderò per sempre (cioè, il per sempre di uno a quasi cinquant'anni) e che non verranno più. Questa è l'attesa peggiore, chè si chiama speranza, parola pericolosa e spesso falsa.

E' tempo, comunque.
Mi chiedo se l'ho sempre speso bene e so la risposta.

Mark Rothko, "No. 3/No. 13", 1949, Museum Of Modern Art (MOMA), New York.

martedì 13 maggio 2014

Greetings From Mongolia - Le due malinconie

Lo stato emotivo della malinconia ha prodotto molte belle canzoni. Non dite di no. Non sempre una composizione riuscita è un brano allegro. Oppure, se vi va meglio, le cosiddette ballate colgono nel segno, perchè in alcuni momenti della vita di ognuno sembrano più adatte a quello che proviamo. Semplice. Ora, ci sono due dischi in circolazione la cui cifra stilistica (per stessa ammissione degli autori) è proprio questo sentimento. Con sostanziali differenze.
Mentre in "Everyday Robots" di Damon Albarn è un mood permeante e leggero, sfumatura per canzoni di uno spessore inusitato anche per uno che di bella roba l'ha fatta, in "Ghost Stories" dei Coldplay finisce per essere una bella noia, al di là del fatto che già si inizino a leggere paroloni come "magia" e "...toni meravigliosi" via per recensioni.

Ambedue i lavori sono molto personali, su questo non si discute. Per motivi diversi, sono dischi quasi introspettivi, ma, anche qui, con due approcci che più distanti non si potrebbe. Per Albarn è la fine di un viaggio musicale molto variegato (le sue esperienze in Africa, i "Gorillaz", la breve reunion dei "Blur"), per Chris Martin (questo è il suo primo disco solista, gli altri suonano e basta, sembra) la fine del matrimonio.

Personalità opposte, che sviluppano idee artistiche con punti di partenza che più diversi non si potrebbe. Paragone improponibile? Non proprio. Il disco dei Coldplay è noioso, piatto: le canzoni sembrano quasi sempre la stessa, con poche variazioni. E c'è ancora qualcuno che, nel 2014, pensa di darsi una spolverata di novità aggiungendo un po' di beats e le voci distorte. Ma basta. Basta.

Quello di Albarn ha lo stesso tiro, se vogliamo, ma con una convinzione maggiore e, credo, più cura e riflessione per l'ambito strettamente musicale. Certo, si può dire che anche lui percorre sentieri conosciuti, ma i suoi portano verso l'alto: quelli di Chris Martin portano più verso una piatta pianura.

Non mancheranno di certo coloro che troveranno del buono in "Ghost Stories", perchè certi nomi (gli U2, ad esempio) non si possono mettere in discussione: problemi loro. Pur continuando ad ascoltarli entrambi, l'unico risultato che ne viene fuori è una smaccata preferenza per "Everyday Robots".
L'altro, ahimè, lo dimenticherò presto.


(Non vale, al solito offendere, eh?).


venerdì 9 maggio 2014

La settimana pessimistica (commenti prescindibili) - Anno I° numero 1



Dopo vent'anni, Greganti e compagnia, liberi e pagati, tornano a fare al meglio quello che sanno: rubare.
La calda coperta degli Italiani.

La Fiat fa la nuova pubblicità con Pizzul e Trapattoni. Adatta il suo messaggio all'età dei modelli che produce.

Il Mondo non è un bel posto e quando la Religione ci si mette, pure peggiore.
Digitate  #BringBackOurGirls per capirlo.

Per lanciare alcuni missili nucleari, gli USA usano ancora i floppy disk. Per fare un figurone li installeranno anche sugli F-35 Italiani.

Probabilmente venti milioni di Italiani non andranno a votare per le Europee. Tutti quelli che non vedranno gli 80 euro.

Rubate le nuove banconote da 10 euro che dovrebbero entrare in circolazione a Settembre. Per quella volta saranno comunque un ricordo per moltissima gente.

I troppi litigi in famiglia e con il partner aumentano del 50% la mortalità tra gli uomini della mia età. Se avete qualcosa da dirmi, chiamate prima possibile.

"Chi muore giace, chi vive manda un #tweet" (Marcello Marchesi, se avessimo la fortuna di averlo ancora tra noi).




martedì 6 maggio 2014

Microfratture #al



Anni difficili, gli ultimi. Per me, per tanti. Ognuno fa i conti con le proprie scelte, con gli errori, gli incontri, le mancanze, le gioie, le cose e le persone da evitare e quelle da accogliere. Magari lasciarsi andare (si dice così?).
Anche i giorni si ricordano.
Io, uno di quindici anni fa.

Perchè anche ricordare è una convinzione.

Mark Rothko, "Number 10", 1950 (Museum Of Modern Art -MOMA- New York)

giovedì 1 maggio 2014

Microfratture #ai



Dal web, con il web. Penso di non voler cambiare me stesso in base a ciò che alcuni vorrebbero fossi qui, o su altre pagine.
Non chiedetemi di fare cose che non voglio fare. I miei tempi e le mie stramberie, le mie idiosincrasie, i miei difetti e i miei pregi: mi tengo tutto e ridò indietro come posso.
Se ci sono, bene.
Altrimenti, tutto va avanti.
Essere persone non obbligate.

Mark Rothko "White and Black on Wine".

mercoledì 23 aprile 2014

Bella sì



La libertà è quella cosa che ti permette, tra l'altro, di leggere o meno qualcosa. Pure in rete. Anzi, soprattutto un Blog. Al Blog ci arrivi perchè lo vuoi: in altri luoghi vedi scorrere via veloci, vecchie dopo tre minuti, un sacco di cose.
Per dire che qui le cose sono sempre state piuttosto chiare e senza paura di affermarle.

Se a Pordenone non si può cantare "Bella ciao", il 25 Aprile, può darsi che interessi a pochi. Carina l'idea dell'ordine pubblico, che salta fuori un po' a caso: magari questa cosa andrebbe usata, che so?, sui campetti di calcio, dove anche i papà dei muletti si menano o menano gli altri.

Sulfurea puzzetta di revisionismo, che, italianicamente, è solo un bel dire che certe cose, senza approfondimento, danno fastidio. Sono sessantanove anni che si festeggia la Liberazione dal Fascismo, ma tutti (proprio tutti) sanno che questa meraviglia ideologica non è mai morta: è viva e lotta con o contro di noi.

Erano quelli i bei tempi in cui si diceva "cialdino" per indicare una pastiglia o, per compiacere un delinquente epocale, si mandava a morire qualche decina di migliaia di persone, armate ancora come nel '15-'18. Ma anche no, grazie.

Se si vuole rivedere un po' del dopo, di quello che è accaduto, magari non serve vietare di cantare una canzone (tanto si farà lo stesso, che si crede il Prefetto?), ma usare quel che resta di razionalità per ragionare su fatti, ideologie e persone che hanno comunque un peso nella storia di questo Paese.

Ho detto "magari".

[Nella colonna di destra -sic- c'è scritto "antifascismo". Se non l'avete letta, fatelo: lo dico ogni anno, più o meno in questi giorni. Così ci evitiamo la noia di prenderci in giro]

venerdì 11 aprile 2014

Tutta questa gente



Nessun generale ha mai vinto una guerra senza soldati. Lapalissiano. E siccome "...la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi" (cit.*), appare ovvio che chi ama e vuole il potere si circonda di truppe a Lui fedeli. Elettori, ovviamente, e poi la corte dei leccapiedi, avvocati, consulenti e via dicendo. Cosa normale, direi storica.

Negli ultimi anni questo baluardo di difensori del Capo ha ricevuto nuove connotazioni grazie ad una persona come Berlusconi, che ha fondato sul populismo tutta la sua attività fuori dall'economia, ovvero il suo modo di fare politica. Una strategia, come detto milioni di volte, furba e semplicissima, che ha raggiunto la sua apoteosi in questi giorni in cui questo signore è stato condannato dalla Giustizia Italiana per reati fiscali in vi definitiva.

Ormai non si abbandona la nave, quando affonda, lasciando il capitano a governare la fine della faccenda, ma ci si erge a scudi umani e propagandistici per affermare la sua grandezza ed importanza, sempre e comunque. Sempre continuando ad inondare ogni mezzo di comunicazione con plateali difese di non meglio definiti meriti e proponendo tutte le ingiustizie calunniose a cui il leader è stato sottoposto. Comunque andando contro il sistema giudiziario di un Paese che, piaccia o meno, è quello e, se non viene cambiato, va accettato.

Va accettato da tutti, dal più umile dei Cittadini che di certo non può fregarsene (almeno in teoria), fino alle massime cariche dello Stato, che ne sono perfino garanti davanti alla Nazione. Ma qui da noi si vive un modo del tutto stralunato di intendere la Legge, quello per cui anche chi dovrebbe andare in galera può e deve continuare a fare politica, perchè glielo chiede il suo esercito, lo anelano i suoi sudditi.

Non posso e non voglio essere accomunato a compatriota di questi: li rinnego, non li desidero accanto a me. Ho altre idee, forse non migliori, ma credo nel fatto che essere parte di uno Stato, con gli innegabili doveri che si hanno, non possa mai comportare la negazione della Legge. Amo la libertà di pensiero, di chiunque, ma arrivare a certi atteggiamenti è solo un modo patetico di riaffermare un modo di credersi al di sopra degli altri, di coloro che ragionano ed accettano che le azioni hanno sempre delle conseguenze.

Insomma, io non so scrivere di fantascienza.
Tutta questa gente, invece, vuole che si pensi che esistono mondi paralleli fatti di menefreghismo verso una società dotata di regole.
Chissà, magari sono bolle che prima o poi scoppieranno.

*: Carl Phillip Gottlieb von Clausewitz 

venerdì 4 aprile 2014

Opinioni vs. soloni



[Questo non è mai stato un Blog d'informazione, ma di opinione. Meglio ribadirlo, anche ai pochissimi che mi onorano della propria attenzione. E sì, perchè c'è una differenza sostanziale tra chi dice la sua e chi fa giornalismo/informazione. Io riporto notizie da giornali e siti: di certo posso (ed ho) sbagliato, alcune volte, a farlo, perchè chi aveva il dovere di verificare fonti e avvenimenti non l'ha fatto con il dovuto discernimento e professionalità. Quello è un problema che non mi riguarda, se non di sponda. Non sono un giornalista, per fortuna.]

Ancora oggi, data astrale 2014, mi pare ci siano grossi e anche voluti fraintendimenti sulle differenze che ci sono tra i vari tipi di modalità ed uso dei siti personali. Ribadisco, personali. Le testate giornalistiche che si cimentano sul web sono altra cosa, partono da presupposti diversi e, senza meno, contano sulla (presunta) professionalità di chi le gestisce. L'opinione di un giornalista non è quella di un "...ragazzino di 16 anni" (cit.). Verissimo, perchè sono due mondi diversi. Non ci vuole un Pulitzer per capirlo.

Se un Blogger vuol fare informazione, quella vera, quella che dà un punto di vista proprio, ma utile a chi vuole comprendere un avvenimento, una storia, una situazione, deve necessariamente avere delle fonti certe, delle informazioni originali: sennò è come me, un cittadino che si esprime e dà una visione delle cose. E temo che questo sia ancora fastidioso per moltissime persone, anche e soprattutto del "mestiere". Non è la paura, abbastanza infondata per milioni di Blog (non parlo di quei Blogger che si sono formati una base amplissima di notorietà perchè gestiti in maniera molto esperta e con basi di giornalismo puro), di portare via visibilità ai giornali e ai loro fruitori, ma un modello di pensiero che circoscrive le opinioni solamente a coloro che si ritengono (o vengono ritenuti) adatti ad esprimerle.

La reputazione di un giornalista non verrà di certo scalfita da un sito qualunque, se egli sa e saprà fare il suo mestiere anche sulla Rete. Che si inizia a pensare, però, che il Mondo della fruizione dell'informazione e delle interpretazioni soggettive è ancora immutabile nella staticità di un quotidiano (seppur non cartaceo), si sbaglia e di molto. L'adattamento alle nuove tecnologie non è solo un fatto tecnico, ma mentale: sempre di meno ci sarà spazio per pressapochismo o per arcaici difensivismi corporativistici.


martedì 18 marzo 2014

La (ri)vincita del nulla



Andare contro tutto e tutti, contro il buonsenso e persino il pudore. Da anni si è sdoganata una forma di comunicazione, soprattutto, politica in cui la semantica è piegata, usata con una leggerezza fastidiosa, livellata verso il basso. In questo sono uniti tutti: partiti, personaggi pubblici, "politici", anche i giornali. Potremmo definirla semplicemente semplificazione dei concetti, ma non è così bella, in effetti.

Se qualcuno pensa che una persona come Berlusconi vada candidato a delle elezioni Europee per "...un fatto di civiltà" (cit. Brunetta), usa un concetto alto e lo rende pura fuffa mediatica. Dietro a questo presunto ragionamento (sic) c'è solo l'opportunismo di quelli, senza "se" e senza "ma", vogliono restare al loro posto, a dispetto di leggi e norme che dovrebbero essere accettate e basta, in quanto ratificate.

Ammantare tutto quanto, ma proprio tutto, con il sulfureo miasma del complotto ordito ai danni di coloro che, seppur delinquenti condannati (e questo "signore" non è certo l'unico, nei partiti Italiani), hanno il diritto di continuare ad amministrare un Paese, è l'arma con cui si abbindolano milioni di votanti. Questi ultimi, per le più svariate ragioni personali, si ritrovano di continuo in tale disonestà intellettuale, fieri di avere argomenti da bar trasformati in filosofia morale e argomentazioni politiche alte.

Non c'è dubbio che chi propone siffatti, tragici emendamenti alla ragione ha capito molto e da molto. La tendenza è, ormai, consolidata e consolatrice. L'importante non è essere onesti mentalmente, ma più furbi degli altri, più scaltri, più maneggioni.
E' la rivincita del nulla.
Gli hanno dato pure un rigore, a quanto pare.

David Smith, "Hudson River Landscape", 1951 - Whitney Museum of American Art, New York.

venerdì 14 marzo 2014

Atti deboli



Riguardo all'ipocrisia che permea qualsiasi ambito sociale (anche di coloro che ne sono immuni, ammesso che sia possibile), sarebbe interessante vedere da dove proviene. Seppur penso sia innata e difficilmente battibile, non è un'atteggiamento obbligatorio o con cui si nasce e si resta: è più figlio dell'opportunismo, delle situazioni, del modo in cui vogliamo (anzi, non vogliamo) affrontare determinate persone, ad esempio.

Della natura dell'ipocrisia non è compito mio dire. Vedo che essa nasce, nel caso della politica, dal modo che hanno imparato i nostri amministratori di andare verso la gente, di sentire i loro bisogni. Il camaleontismo è opportunità, anche se stride con convinzioni ed idee radicate: se ricordiamo il termine "Cattocomunisti" stiamo dieci secondi a comprendere come si possano unire acqua ed olio.

Il barricamento dei valori enunciati cade, sempre più facilmente, di fronte ai comportamenti reali, ancorché in questi tempi ove ogni cosa è scritta, filmata, twettata (passatela) ed il giornalismo pruriginoso è un "modus" che perfino i più seri professionisti non disdegnano d'abbracciare. E' sempre stato così, però: esempi storici a bizzeffe.

C'è, quindi, qualcosa di nuovo? Assolutamente no. Possiamo pensare che l'ipocrisia si evolve in ragione dell'arretramento dei costumi o, meglio, dell'impunità con cui sono accettati determinati comportamenti, che vengono cassati in pubblico e coccolati in privato. Quel privato che non esiste quasi più e giustamente, almeno per personaggi pubblici.

Senza scordare, sia mai, che vivendo nel calderone della religione più lassista del pianeta si è quasi giustificati o, perlomeno, perdonati con molta facilità. Perchè è senz'altro più comoda la via di una assoluzione celeste che quella della coerenza, che vada a scapito di piaceri facili e di ancor più facili costumi.

Ma sto parlando solo di politica?

Whitney Museum of American Art - Arshile Gorky, The Betrothal, II, 1947.

martedì 11 marzo 2014

Microfratture #af




Se volessi descrivere con un suono questi giorni, sarebbe quello di un violoncello. Aereo.
Una musica periferica: cigli imbrattati e rigogliosi di fiori in anticipo, ma non troppo.
Come un limitare di sensazioni in bilico tra la nuova luce e un freddo che non c'è mai stato.

Poche note sospese, lunghissime, con variazioni minime e sorprendenti nel mutare le sensazioni e le riflessioni.

Un unico con il vociare indistinto da cui affrancarsi volutamente.
Lasciare permeare solo ciò che desidero sentire.
Allontanare il brusio, renderlo un solo battito.

lunedì 10 marzo 2014

Però...


Detto tra noi (che sarà? Qualche milione…), avete un attimo stufato.
E non vi va bene mai niente.
Quello di Sinistra no, a Destra figurati, i gattini, i cagnolini, le poesie, le canzoni dei Coldplay, un paio di amici che non chiamano mai, quello che sta sempre tra le palle, la moglie, il marito, il tizio con il decespugliatore, la macchina, la moto, la cosa sulla tangenziale, la squadra che perde, quella che vince, il sole, la pioggia, il Governo, il giornale spiegazzato, il PC lento.
Che vogliamo fare?
Magari bere un caffè prima di scrivere aiuta.
Ecco.

martedì 25 febbraio 2014

L'equilibrista


Renzi non ha tempo da perdere. Non può fermarsi, ci sono urgenze ovunque. Quindi, figuriamoci se può guardare un film. Non se ne parla. Però, se avesse cinque minuti (magari a pranzo, sull'iPad), potrebbe visionare solo gli ultimi cinque minuti de "Gli equilibristi". Solo quelli.

Nello sguardo di Valerio Mastrandrea, che interpreta un uomo sull'orlo del baratro totale, vi è tutto quello che c'è da dire d'importante sull'Italia di oggi. Anzi, specifichiamo: su una delle tante "Italie" che i politici s'immaginano. Una di quelle che la parola speranza suona sempre più vuota, fessa.

Non perchè Renzi o i suoi Ministri non conoscano la situazione dei disoccupati di lungo corso, dei padri di famiglia sbattuti fuori casa e che non hanno un centesimo in tasca, o dei giovani abbattuti ancor prima di iniziare la loro corsa ad una vita autonoma e dignitosa. No, lo sanno, di tutte queste cose. Però non vivono in un mondo fatato con le bacchette magiche. Piuttosto brancolano in un paese fatto di parole e parole, promesse, editti, discorsi a braccio e la solita vecchia retorica parlamentare.

Difficile ormai che s'immaginino che molta gente gliela dia per buona sulla fiducia. Eppure la pervicacia con cui s'incaponiscono a far finta che tutto può cambiare è deprimente, illusorio ed anche un poco offensivo.
Bisognerebbe essere così realisti da dargli il tempo d'iniziare a lavorare, dargli modo di stupirci, di leggere, un domani, un libro di storia in cui questo ennesimo Governo guidato da fuori, da altri, verrà ricordato come quello epocale sul serio.

E' che non si può frustare un cavallo morto.
Nè cambiare uno Stato in quattro mesi. Troppo realista o troppo pessimista?
Forse troppo lineare.

"Con l'età si diventa lineari."
(Cormac McCarthy, "Non è un paese per vecchi", Einaudi).

venerdì 21 febbraio 2014

Microfratture #ae


Non scrivere per forze su Renzi, sull'Ucraina, Sanremo o del "Lupo di Arcore" (sic) non significa essere fuori dal Mondo. Forse si è ancora più dentro al marasma scegliendo di informarsi senza necessariamente esplicarsi. Parlavo con un caro amico del disagio che, a volte provo, nei confronti dei "Social Network", da cui, e lo sanno i tre fedelissimi che mi seguono, mi stacco, ogni tanto.

E' divenuto perfino fisico, questo imbarazzo: in fondo me lo sono creato da solo e devo gestirlo, come un fastidioso mal di schiena o un raffreddore da omeopata. L'agone è duro, le tribune stracolme, le panchine piene. Il tempo va sfruttato e ricreato, non perpetuato in un flusso continuo e marasmatico.

Così tutto quello che circonda lo colloco e lo sposto a seconda del ritmo della vita, che non è solo abitudine, ma anche fraintendimento, fatica, lavoro (chè si può dire anche se non si lavora), pensiero e non necessariamente condivisione a tutti i costi.

Insomma, l'avete capito.
Ho voglia di finire i libri impilati sulla scrivania.
Ecco.


giovedì 20 febbraio 2014

Microfratture #ad


Seguiamo.
Seguiamo un "capo popolo", che il popolo lo sa scrivere, ma non sa dove sia. Seguiamo qualche idiota su #twitter, su "Facebook", sulla parola. Seguiamo una pubblicità per "capelli più dinamici", a 320kbps. Seguiamo un'auto che cambia da sola, parcheggia da sè, ma la benzina la paghi tu. Seguiamo il calcio, che ci mancano un po' di cretini. Seguiamo scrittori che hanno un senso solo per mamma e papà, forse. Seguiamo cantanti che hanno fatto patti con il diavolo, ma lo hanno preso per il culo. Seguiamo giornali che scrivono su suggerimento, di solito accompagnato da un assegno. Seguiamo delinquenti legalizzati che poi ti mangiano il lavoro, la casa, la vita, i figli. Seguiamo "Sanremo", perchè così i soldi del canone sono ben spesi. Seguiamo la "DC" senza accorgercene. Seguiamo le compagnie telefoniche, tutto incluso, anche le linee che non esistono.

Io voglio seguire un mio pensiero, ma non so se ci riuscirò.
Se arriverò in fondo al ragionamento, farò ciò che penso sia giusto.
Probabilmente sbaglierò, accade spesso.
Però lo faccio lo stesso.

venerdì 7 febbraio 2014

Cinque anni fa. Ieri.




Se mi chiedessero qual'è l'immagine che, per prima, mi sovviene parlando di Eluana Englaro, risponderei che è quella della madre di un compagno di classe di Anna, mia figlia. Il suo ragazzo non era certamente uno di quelli definibili come "bravi". Non era un problema di risultati, ma di comportamento. Nelle riunioni del consiglio di classe erano emersi dei fatti molto gravi, per un bambino di quell'età. Violenza e teppismo puro.

Siccome io non sono di quelli che cercano di insegnare agli altri come si educano i figli, ero preoccupato per la classe e per quello che poteva succedere, non di redarguire i genitori. Anche pensando a questo, sono passato davanti alla struttura "La quiete", dove in quei giorni era ospite Eluana. Una (piccola) folla manifestava davanti all'entrata, con cartelli, lumini e tanta foga. Erano contro il desiderio di Beppino Englaro di porre fine alle sofferenze di sua figlia. Arrabbiati e anche di più: incazzati. E tra di loro, urlante, la madre del bambino che vi dicevo.

Ammetto che non mi è piaciuto vederla lì, dato che la pensavo esattamente all'opposto di quei signori, e che, forse, avrebbe dovuto stare a casa, a controllare che il figlio facesse i compiti (che non svolgeva mai), o a parlargli di quello che era accaduto a causa sua. Un errore mio: avevo contravvenuto al principio di "non interferenza" con il modo di vivere e pensare altrui. Comunque, ero anche convinto che quella gente stesse facendo lo stesso: interferiva contro una decisione di cui sapevano solo quello che gli faceva comodo.

Era perfino logico. Il clima, tipicamente Italiano, era quello del tifo "pro" o "contro", come si si trattasse di una banalissima disputa da bar. Mentre, lo sappiamo, lo sapevamo, c'erano in ballo questioni molto più complesse, che arrivano a toccare fino l'animo più intimo delle persone.

Oggi, a cinque anni di distanza dalla scomparsa (fisica) di Eluana, non abbiamo fatto granché per avere la certezza che il principio di autodeterminazione delle persone sia realmente rispettato, anche e soprattutto da coloro che impongono una visione prettamente Cattolica ed oscurantista. Vero è, anche, che tanti Comuni permettono la compilazione di dichiarazioni di volontà per il fine vita, ma resta tutto sospeso, un po' garibaldino.

Ecco, ripensando a quei volti, a quella madre, mi piacerebbe pensare che finisca il clima da stadio, ma che, con onestà intellettuale da una parte e dall'altra, ci si ritrovasse a parlare seriamente e per costrutto di un argomento così delicato, importante, doloroso. Sarebbe la maniera migliore per ricordare Eluana, non solo "simbolo", ma persona, donna, essere umano.

(Foto - Jackson Pollock, "The Key", 1946, The Art Institute of Chicago)

venerdì 31 gennaio 2014

Dare to live


Lasciamo da parte gli attori. Lasciamo da parte l'inevitabile emozione di un film che parla di AIDS ai tempi in cui ancora non si avevano le possibilità attuali di combattere questa malattia degradante in tutti i sensi. E accantoniamo anche la fascinazione di una storia vera, come quasi tutte quelle che vanno fortissimo ad Hollywood (che si è accorta di questo film, costato quasi nulla, dopo 137 volte che era stato rifiutato).

Rimane tutto il resto. Ovvero la narrazione asciutta e a tratti disturbante, situazioni che fanno riflettere su come le persone possono combattere sapendo già di aver perso, su un desiderio di autodistruzione pari quasi a quello di sopravvivenza, ai confini che si varcano ogni giorno sapendo che potrebbe essere l'ultimo. Rimane l'umanità degli uomini e la loro paura, la loro costante paura di non sapere cosa fare, in fondo, di se stessi.

La pellicola di Jean-Marc Vallée è densa, umorale, realmente profonda. Lo si deve a chi la interpreta (se Jared Leto non vince l'Oscar siete autorizzati ad incazzarvi di brutto), perchè si vede che ha creduto nella scelta di partecipare a questo progetto e porta a compimento un percorso interiore che appare lucidissimo sullo schermo. Ogni singola scena ha un perchè ed anche i gesti (ad esempio quello del quadro da appendere) assumono valenze rilevanti.

Non è un film di piccoli spostamenti, ma di gigantesche trasformazioni individuali. Una sorta di guerra senza vincitori, uno sguardo ad un futuro inesistente raccontato con lucida partecipazione e senza scadere nel sentimentalismo spiccio. Opera solida e consigliata.
Sperando che il mainstream USA non se la divori.