venerdì 31 gennaio 2014

Dare to live


Lasciamo da parte gli attori. Lasciamo da parte l'inevitabile emozione di un film che parla di AIDS ai tempi in cui ancora non si avevano le possibilità attuali di combattere questa malattia degradante in tutti i sensi. E accantoniamo anche la fascinazione di una storia vera, come quasi tutte quelle che vanno fortissimo ad Hollywood (che si è accorta di questo film, costato quasi nulla, dopo 137 volte che era stato rifiutato).

Rimane tutto il resto. Ovvero la narrazione asciutta e a tratti disturbante, situazioni che fanno riflettere su come le persone possono combattere sapendo già di aver perso, su un desiderio di autodistruzione pari quasi a quello di sopravvivenza, ai confini che si varcano ogni giorno sapendo che potrebbe essere l'ultimo. Rimane l'umanità degli uomini e la loro paura, la loro costante paura di non sapere cosa fare, in fondo, di se stessi.

La pellicola di Jean-Marc Vallée è densa, umorale, realmente profonda. Lo si deve a chi la interpreta (se Jared Leto non vince l'Oscar siete autorizzati ad incazzarvi di brutto), perchè si vede che ha creduto nella scelta di partecipare a questo progetto e porta a compimento un percorso interiore che appare lucidissimo sullo schermo. Ogni singola scena ha un perchè ed anche i gesti (ad esempio quello del quadro da appendere) assumono valenze rilevanti.

Non è un film di piccoli spostamenti, ma di gigantesche trasformazioni individuali. Una sorta di guerra senza vincitori, uno sguardo ad un futuro inesistente raccontato con lucida partecipazione e senza scadere nel sentimentalismo spiccio. Opera solida e consigliata.
Sperando che il mainstream USA non se la divori.

sabato 25 gennaio 2014

Un agosto torrido


Nel 2007 il drammaturgo Tracy Letts vince il "Pulitzer" con "August: Osage County" che diviene un grande successo teatrale. Perfetto testo per uno di quei film parlati che a me piacciono per la loro avulsa voglia di non essere sempre e solo pellicole che devono stupire ad ogni costo. Certo anche qui c'è il colpo di scena, anzi di teatro: ci sono le ambientazioni quasi estreme nella loro perfetta normalità e ci sono gli attori, quelli bravi.

Nessuno di questi, all'interno della vicenda di una famiglia non a pezzi, ma letteralmente distrutta, è meno che bravo. E' un altro esempio di film cucito addosso agli interpreti per esaltarne l'istrionica perfezione, per stillare (vista anche l'ambientazione estiva) ogni goccia di capacità espressiva, ogni tono di voce possibile. E' un male? Di per sè no, ma è anche un limite.

In una vicenda dove gli uomini (tranne uno, che, tutto sommato è secondario) sono meno perfidi delle loro disintegrate donne, ogni azione, anche la più piccola, ruota attorno a questi picchi di teatralità. Per carità, il fine giustifica i mezzi: la storia è di quelle che piacciono al pubblico un po' meno affine ai film di cassetta, a coloro che non disdegnano una punta di snobismo. Grandi afflizioni, redenzioni, pentimenti, strilli e dolcezza.

Una storia senza dubbio americana, che vive anche della sua natura di specchio di una certa società decaduta e decadente che si ama molto mettere in scena. E il gioco riesce: il film è senza dubbio coinvolgente, con dialoghi, ovviamente, perfetti, ma proprio per questo anche asettici. Mi chiedo sempre se, poi, si parlerebbe davvero così e se quello che vedo non sia solo allegoria.

La Streep e la Roberts si prendono un'altra nomination e se la meritano. Giocano le loro carte con la sicurezza di sapere che sono le migliori che hanno: non nascondono nè le rughe nè una certa dose di autoreferenzialità.

Lode al fatto che, per l'intera durata del film, non si vede neanche un PC o un cellulare.
Alleluja.

giovedì 23 gennaio 2014

Il Ministro dei temporali


Penso di aver già dato. Negli anni di parole scritte qui ed altrove, ho provato a dire cose perlomeno sensate e personali sul mio Paese, soprattutto sulla politica. Questa cosa strana che dovrebbe regolare la vita di noi tutti e darci certezze, farci sentire cittadini consapevoli e partecipativi, mi sta annoiando. Lo dico con molta sincerità e ammettendo anche una bella dose di pigrizia intellettuale.

Il mio livello d'attenzione è scarso, come quando a scuola si faceva religione e i quaderni si riempivano di scarabocchi o si leggeva qualcosa per tentare di far vedere che s'era studiato per la materia dopo. Adesso navigo sul mare delle soluzioni ai problemi quotidiani, per rimediare agli inevitabili casini costruiti su scelte a volte sbagliate, spesso imposte, giornalmente subite.

Questo è. L'egoismo non nasce dal menefreghismo, nè dall'inconsapevolezza: quest'ultima è ampiamente sparsa, in Italia, e cresce figlia di un atteggiamento che si propaga per vie di comunicazione populistica, dando appiglio a chi casca dalle nuvole sempre e comunque. L'ignoranza non va premiata, va combattuta e io cerco di farlo per me stesso: gli altri (non quelli intelligenti e che mi onoro di conoscere) se voglion viver come bruti, s'accomodino.
Troveranno sempre qualcuno pronto ad accoglierli.

Nè è una pausa, tutto questo. Tutt'altro. La mente non si ferma mai e nessuno ha ancora inventato una pillola che la metta in stand-by affinché si rigeneri e cancelli i pensieri negativi. Ci vorrebbe un bel Ministero dei Temporali che pensi a lavare un po' di coscienze e, magari, dia l'allarme se viene a piovere, che da noi bastano due giorni per disintegrare tutto.

Anche la forza di volontà.

"Il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni." (Fabrizio de Andrè, "La domenica delle salme", da "Le nuvole", 1990, ed. Ricordi/Fonit Cetra)

martedì 21 gennaio 2014

Il capo del branco


Tre ore di adrenalina sparata come le droghe che campeggiano ovunque: un'apnea di sensazioni visive e sonore di difficile paragone. Gli Americani tendono a fare film in cui dicono, in sostanza, che sono stati cattivi, che hanno sbagliato, che c'è qualcosa di endemico nel loro desiderio di essere in cima al mondo, anche a discapito della massa. Perchè chi vuole emergere deve essere un lupo, per forza. Soprattutto se si tratta di fare soldi, quelli veri, quelli tanti. E loro sanno di cosa si parla.

La fine è sempre quella, cambia se c'è redenzione o meno. Di Caprio, che offre una gamma di capacità attoriali assolutamente di livello, dà al suo personaggio poche chances, come è accaduto al vero Jordan Belfort: d'altro canto se solo la metà di quello che si vede è vero, l' "happy ending" te lo puoi scordare. Non per un fatto di giustizia (non esiste una giustizia che possa riparare ai danni che questi fanno, nel tempo), ma perchè tutta la parabola di questo broker è un invito all'autodistruzione. Una vita spesa per arrivare alla grande alla fine (emblematica la scena della tempesta).

Scorsese fa quello che gli riesce meglio: non ti lascia scampo, ti mette di fronte ad uno spettacolo tragico e sontuoso, sceglie con destrezza attori (nota più che positiva per Jonah Hill e Matthew McConaughey) e situazioni, potrebbe venderti una macchina intanto che guardi il film. Tutto il sesso, la volgarità, gli eccessi sfiancanti sono consoni all'atmosfera. Anche la scelta delle canzoni non è affatto secondaria. Insomma, ormai una garanzia.

Certo le polemiche sono enormi: gente truffata per anni che si imbestialisce vedendo la presunta glorificazione di tanta avidità, di tanto menefreghismo verso tutto e tutti, nel riconoscere in questi personaggi le peggiori qualità degli esseri cosiddetti umani. Persone che ancora oggi pagano sulla loro pelle un'idea di finanza che sta mettendo tutti i "normali" sul lastrico anche adesso (perchè, diciamolo, quello che fa Belfort con la sua compagnia di strafatti accade ancora, eccome).

Qui la visione diventa veramente personale. A me ha lasciato un fortissimo senso di amarezza, senza alcuna compassione. Non invidia, non empatia, ma tristezza. Be', i soldi piacciono a tutti, non facciamo gli ipocriti: Belfort li fa in maniera criminale, ma scintillante. Quella luce che brilla di continuo negli occhi degli attori nasconde la tenebra del nulla, del rimando dell'inevitabile. Più che un dramma, illusione.

E Gordon Gekko, credetemi, era un dilettante.

sabato 4 gennaio 2014

Scale in discesa



Sono sempre stato desideroso d'imparare. I mezzi sono quelli che sono, quasi tutti artigianali e costruiti da me. Quindi, per molta parte del web, quello intelligente, molto spocchioso e perfino algido, non va bene. Rimarrà comunque una differenza tra "chi sa" e "chi è qui perchè c'è libertà d'espressione". Il che vuol dire, per una parte ampia d'intellighenzia, parole a vanvera. Come in un bar. Solo che nel bar ci vanno tutti e quando bevono mi sa che i gesti sono gli stessi: magari cambia il liquido nel bicchiere, visto che non tutti si posso permettere un vino da 5€ al calice. No? Sì, invece.

Questo è il decimo anno di esperienza come Blogger e mi piacerebbe festeggiarlo. Insomma, andare oltre questi argomenti, che mi perseguitano, dato che sono in contatto con parecchie persone (il che non vuol dire che sia un approccio amichevole con tutti, non è umanamente possibile) e dalle molte idee, differenti tra loro. La festa che ho in mente è quella di scrivere come so, cercando di migliorare.

Però sarà anche la celebrazione dell'ovvio, temo: non sono così presuntuoso da credere d'aver chissà quali argomenti originali da mettere sul tavolo. Ogni vita è diversa, magari per microscopici scostamenti dalle altre, o per chiarissime distanze d'intenti, modi, espressioni, ragionamenti, desideri, inclinazioni, preparazione. Tenterò, sia chiaro, un percorso sempre personale. E a chi sta nella sua torre (di qualsiasi materiale), auguro di percorrere una scala anche in discesa, magari non facendolo pesare agli altri.