martedì 21 gennaio 2014

Il capo del branco


Tre ore di adrenalina sparata come le droghe che campeggiano ovunque: un'apnea di sensazioni visive e sonore di difficile paragone. Gli Americani tendono a fare film in cui dicono, in sostanza, che sono stati cattivi, che hanno sbagliato, che c'è qualcosa di endemico nel loro desiderio di essere in cima al mondo, anche a discapito della massa. Perchè chi vuole emergere deve essere un lupo, per forza. Soprattutto se si tratta di fare soldi, quelli veri, quelli tanti. E loro sanno di cosa si parla.

La fine è sempre quella, cambia se c'è redenzione o meno. Di Caprio, che offre una gamma di capacità attoriali assolutamente di livello, dà al suo personaggio poche chances, come è accaduto al vero Jordan Belfort: d'altro canto se solo la metà di quello che si vede è vero, l' "happy ending" te lo puoi scordare. Non per un fatto di giustizia (non esiste una giustizia che possa riparare ai danni che questi fanno, nel tempo), ma perchè tutta la parabola di questo broker è un invito all'autodistruzione. Una vita spesa per arrivare alla grande alla fine (emblematica la scena della tempesta).

Scorsese fa quello che gli riesce meglio: non ti lascia scampo, ti mette di fronte ad uno spettacolo tragico e sontuoso, sceglie con destrezza attori (nota più che positiva per Jonah Hill e Matthew McConaughey) e situazioni, potrebbe venderti una macchina intanto che guardi il film. Tutto il sesso, la volgarità, gli eccessi sfiancanti sono consoni all'atmosfera. Anche la scelta delle canzoni non è affatto secondaria. Insomma, ormai una garanzia.

Certo le polemiche sono enormi: gente truffata per anni che si imbestialisce vedendo la presunta glorificazione di tanta avidità, di tanto menefreghismo verso tutto e tutti, nel riconoscere in questi personaggi le peggiori qualità degli esseri cosiddetti umani. Persone che ancora oggi pagano sulla loro pelle un'idea di finanza che sta mettendo tutti i "normali" sul lastrico anche adesso (perchè, diciamolo, quello che fa Belfort con la sua compagnia di strafatti accade ancora, eccome).

Qui la visione diventa veramente personale. A me ha lasciato un fortissimo senso di amarezza, senza alcuna compassione. Non invidia, non empatia, ma tristezza. Be', i soldi piacciono a tutti, non facciamo gli ipocriti: Belfort li fa in maniera criminale, ma scintillante. Quella luce che brilla di continuo negli occhi degli attori nasconde la tenebra del nulla, del rimando dell'inevitabile. Più che un dramma, illusione.

E Gordon Gekko, credetemi, era un dilettante.