martedì 25 febbraio 2014

L'equilibrista


Renzi non ha tempo da perdere. Non può fermarsi, ci sono urgenze ovunque. Quindi, figuriamoci se può guardare un film. Non se ne parla. Però, se avesse cinque minuti (magari a pranzo, sull'iPad), potrebbe visionare solo gli ultimi cinque minuti de "Gli equilibristi". Solo quelli.

Nello sguardo di Valerio Mastrandrea, che interpreta un uomo sull'orlo del baratro totale, vi è tutto quello che c'è da dire d'importante sull'Italia di oggi. Anzi, specifichiamo: su una delle tante "Italie" che i politici s'immaginano. Una di quelle che la parola speranza suona sempre più vuota, fessa.

Non perchè Renzi o i suoi Ministri non conoscano la situazione dei disoccupati di lungo corso, dei padri di famiglia sbattuti fuori casa e che non hanno un centesimo in tasca, o dei giovani abbattuti ancor prima di iniziare la loro corsa ad una vita autonoma e dignitosa. No, lo sanno, di tutte queste cose. Però non vivono in un mondo fatato con le bacchette magiche. Piuttosto brancolano in un paese fatto di parole e parole, promesse, editti, discorsi a braccio e la solita vecchia retorica parlamentare.

Difficile ormai che s'immaginino che molta gente gliela dia per buona sulla fiducia. Eppure la pervicacia con cui s'incaponiscono a far finta che tutto può cambiare è deprimente, illusorio ed anche un poco offensivo.
Bisognerebbe essere così realisti da dargli il tempo d'iniziare a lavorare, dargli modo di stupirci, di leggere, un domani, un libro di storia in cui questo ennesimo Governo guidato da fuori, da altri, verrà ricordato come quello epocale sul serio.

E' che non si può frustare un cavallo morto.
Nè cambiare uno Stato in quattro mesi. Troppo realista o troppo pessimista?
Forse troppo lineare.

"Con l'età si diventa lineari."
(Cormac McCarthy, "Non è un paese per vecchi", Einaudi).

venerdì 21 febbraio 2014

Microfratture #ae


Non scrivere per forze su Renzi, sull'Ucraina, Sanremo o del "Lupo di Arcore" (sic) non significa essere fuori dal Mondo. Forse si è ancora più dentro al marasma scegliendo di informarsi senza necessariamente esplicarsi. Parlavo con un caro amico del disagio che, a volte provo, nei confronti dei "Social Network", da cui, e lo sanno i tre fedelissimi che mi seguono, mi stacco, ogni tanto.

E' divenuto perfino fisico, questo imbarazzo: in fondo me lo sono creato da solo e devo gestirlo, come un fastidioso mal di schiena o un raffreddore da omeopata. L'agone è duro, le tribune stracolme, le panchine piene. Il tempo va sfruttato e ricreato, non perpetuato in un flusso continuo e marasmatico.

Così tutto quello che circonda lo colloco e lo sposto a seconda del ritmo della vita, che non è solo abitudine, ma anche fraintendimento, fatica, lavoro (chè si può dire anche se non si lavora), pensiero e non necessariamente condivisione a tutti i costi.

Insomma, l'avete capito.
Ho voglia di finire i libri impilati sulla scrivania.
Ecco.


giovedì 20 febbraio 2014

Microfratture #ad


Seguiamo.
Seguiamo un "capo popolo", che il popolo lo sa scrivere, ma non sa dove sia. Seguiamo qualche idiota su #twitter, su "Facebook", sulla parola. Seguiamo una pubblicità per "capelli più dinamici", a 320kbps. Seguiamo un'auto che cambia da sola, parcheggia da sè, ma la benzina la paghi tu. Seguiamo il calcio, che ci mancano un po' di cretini. Seguiamo scrittori che hanno un senso solo per mamma e papà, forse. Seguiamo cantanti che hanno fatto patti con il diavolo, ma lo hanno preso per il culo. Seguiamo giornali che scrivono su suggerimento, di solito accompagnato da un assegno. Seguiamo delinquenti legalizzati che poi ti mangiano il lavoro, la casa, la vita, i figli. Seguiamo "Sanremo", perchè così i soldi del canone sono ben spesi. Seguiamo la "DC" senza accorgercene. Seguiamo le compagnie telefoniche, tutto incluso, anche le linee che non esistono.

Io voglio seguire un mio pensiero, ma non so se ci riuscirò.
Se arriverò in fondo al ragionamento, farò ciò che penso sia giusto.
Probabilmente sbaglierò, accade spesso.
Però lo faccio lo stesso.

venerdì 7 febbraio 2014

Cinque anni fa. Ieri.




Se mi chiedessero qual'è l'immagine che, per prima, mi sovviene parlando di Eluana Englaro, risponderei che è quella della madre di un compagno di classe di Anna, mia figlia. Il suo ragazzo non era certamente uno di quelli definibili come "bravi". Non era un problema di risultati, ma di comportamento. Nelle riunioni del consiglio di classe erano emersi dei fatti molto gravi, per un bambino di quell'età. Violenza e teppismo puro.

Siccome io non sono di quelli che cercano di insegnare agli altri come si educano i figli, ero preoccupato per la classe e per quello che poteva succedere, non di redarguire i genitori. Anche pensando a questo, sono passato davanti alla struttura "La quiete", dove in quei giorni era ospite Eluana. Una (piccola) folla manifestava davanti all'entrata, con cartelli, lumini e tanta foga. Erano contro il desiderio di Beppino Englaro di porre fine alle sofferenze di sua figlia. Arrabbiati e anche di più: incazzati. E tra di loro, urlante, la madre del bambino che vi dicevo.

Ammetto che non mi è piaciuto vederla lì, dato che la pensavo esattamente all'opposto di quei signori, e che, forse, avrebbe dovuto stare a casa, a controllare che il figlio facesse i compiti (che non svolgeva mai), o a parlargli di quello che era accaduto a causa sua. Un errore mio: avevo contravvenuto al principio di "non interferenza" con il modo di vivere e pensare altrui. Comunque, ero anche convinto che quella gente stesse facendo lo stesso: interferiva contro una decisione di cui sapevano solo quello che gli faceva comodo.

Era perfino logico. Il clima, tipicamente Italiano, era quello del tifo "pro" o "contro", come si si trattasse di una banalissima disputa da bar. Mentre, lo sappiamo, lo sapevamo, c'erano in ballo questioni molto più complesse, che arrivano a toccare fino l'animo più intimo delle persone.

Oggi, a cinque anni di distanza dalla scomparsa (fisica) di Eluana, non abbiamo fatto granché per avere la certezza che il principio di autodeterminazione delle persone sia realmente rispettato, anche e soprattutto da coloro che impongono una visione prettamente Cattolica ed oscurantista. Vero è, anche, che tanti Comuni permettono la compilazione di dichiarazioni di volontà per il fine vita, ma resta tutto sospeso, un po' garibaldino.

Ecco, ripensando a quei volti, a quella madre, mi piacerebbe pensare che finisca il clima da stadio, ma che, con onestà intellettuale da una parte e dall'altra, ci si ritrovasse a parlare seriamente e per costrutto di un argomento così delicato, importante, doloroso. Sarebbe la maniera migliore per ricordare Eluana, non solo "simbolo", ma persona, donna, essere umano.

(Foto - Jackson Pollock, "The Key", 1946, The Art Institute of Chicago)