venerdì 14 marzo 2014

Atti deboli



Riguardo all'ipocrisia che permea qualsiasi ambito sociale (anche di coloro che ne sono immuni, ammesso che sia possibile), sarebbe interessante vedere da dove proviene. Seppur penso sia innata e difficilmente battibile, non è un'atteggiamento obbligatorio o con cui si nasce e si resta: è più figlio dell'opportunismo, delle situazioni, del modo in cui vogliamo (anzi, non vogliamo) affrontare determinate persone, ad esempio.

Della natura dell'ipocrisia non è compito mio dire. Vedo che essa nasce, nel caso della politica, dal modo che hanno imparato i nostri amministratori di andare verso la gente, di sentire i loro bisogni. Il camaleontismo è opportunità, anche se stride con convinzioni ed idee radicate: se ricordiamo il termine "Cattocomunisti" stiamo dieci secondi a comprendere come si possano unire acqua ed olio.

Il barricamento dei valori enunciati cade, sempre più facilmente, di fronte ai comportamenti reali, ancorché in questi tempi ove ogni cosa è scritta, filmata, twettata (passatela) ed il giornalismo pruriginoso è un "modus" che perfino i più seri professionisti non disdegnano d'abbracciare. E' sempre stato così, però: esempi storici a bizzeffe.

C'è, quindi, qualcosa di nuovo? Assolutamente no. Possiamo pensare che l'ipocrisia si evolve in ragione dell'arretramento dei costumi o, meglio, dell'impunità con cui sono accettati determinati comportamenti, che vengono cassati in pubblico e coccolati in privato. Quel privato che non esiste quasi più e giustamente, almeno per personaggi pubblici.

Senza scordare, sia mai, che vivendo nel calderone della religione più lassista del pianeta si è quasi giustificati o, perlomeno, perdonati con molta facilità. Perchè è senz'altro più comoda la via di una assoluzione celeste che quella della coerenza, che vada a scapito di piaceri facili e di ancor più facili costumi.

Ma sto parlando solo di politica?

Whitney Museum of American Art - Arshile Gorky, The Betrothal, II, 1947.