lunedì 30 giugno 2014

Noi, gli altri, io.



Ripropongo questo scritto di Hans Magnus Enzensberger. Lo ritengo, ancora oggi, e con rammarico, molto efficace, vero, non retorico. Uso queste sue parole, molto migliori delle mie, per esprimere un senso di confusione che si è acuito, se possibile, ancora. I nostri ricordi si allontanano, ed ogni giorno sanguinano di nuovo. Non esistono anniversari, ma giorni da non dimenticare.
(E' un discorso sulla collettività, nessun intento personale).

“Noi siamo gli uni e gli altri sono gli altri. Lo dico per mettere subito le cose in chiaro! Gli altri sono sempre lì e ci danno sempre sui nervi. Mai che ti lascino in pace! E fossero almeno diversi! Macchè: pretendono di essere migliori di noi. Gli altri sono arroganti, supponenti e intolleranti nei nostri confronti. E' difficile dire cosa pensino davvero. Talvolta abbiamo l'impressione che siano dei matti. Una cosa è certa: vogliono qualcosa da noi, non ci lasciano mai in pace. Ci scrutano con fare provocatorio come se fossimo scappati da uno zoo o fossimo degli extraterrestri. Il minimo che si possa dire è che noi li percepiamo come una minaccia. Se non sapremo difenderci, ci porteranno via tutto quello che abbiamo. Il loro vero desiderio sarebbe quello di eliminarci.

D'altro canto, un mondo senza gli altri ci appare ormai inconcepibile. Alcuni, addirittura, ritengono che noi abbiamo bisogno di loro. Tutta la nostra energia, noi la investiamo per gli altri, pensiamo a loro tutto il giorno e persino di notte. Anche se non li sopportiamo, dipendiamo da loro. Certo che saremmo contenti se scomparissero dal nostro orizzonte, andandosene via da qualche parte. Ma poi, che cosa faremmo? Ci sono due possibilità: o ci ritroveremmo altra gente che ci dà fastidio e allora tutto ricomincerebbe da principio -dovremmo studiare questi nuovi altri e difenderci da loro- oppure -peggio ancora- cominceremmo a litigare tra di noi e allora alcuni di noi diventerebbero gli altri e la nostra identità collettiva finirebbe per non esistere più.

Talvolta mi chiedo se noi siamo davvero gli uni. Perchè è ovvio che siamo al contempo gli altri degli altri. Anche loro hanno bisogno di qualcuno su cui esercitare la propria insofferenza e quelli siamo certamente noi. Non siamo solo noi che dipendiamo da loro: anche loro dipendono in eguale misura da noi e pure loro si rallegrerebbero se noi scomparissimo dal loro orizzonte, andandocene via da qualche parte. Ma poi, probabilmente, finirebbero per rimpiangerci. Non appena ce ne fossimo andati, scatenerebbero delle sanguinose lotte intestine, proprio come faremmo noi se andassero via gli altri.

Non sono cose che si possono dire ad alta voce qui da noi: è solo un mio pensiero segreto che è meglio che tenga per me. Altrimenti, infatti, tutti direbbero: adesso sappiamo come sta la faccenda, caro mio! In fondo tu non sei uno di noi, non lo sei mai stato, ci hai ingannato! Tu sei uno degli altri! E allora, non avrei più nessun motivo per ridere. Mi tirerebbero il collo, questo è certo. E' meglio che non ci pensi troppo: non fa bene alla salute.

Forse quelli della mia parte hanno persino ragione. Talvolta non so neppure io se sono uno degli uni o uno degli altri. E' questo il grave. Più ci penso e più mi è difficile distinguere tra gli uni e gli altri. A guardar bene, ciascuno degli uni assomiglia terribilmente agli altri, e viceversa. Talvolta non so più neppure io se sono uno degli uni, oppure un altro.

Vorrei essere me stesso, ma questo, ovviamente, è impossibile."

(Traduzione di Paola Quadrelli)
Tim Head, "Industrial Hole 2", 1997, Tate Modern, London.

venerdì 27 giugno 2014

Esuberanza (remix)



La rassegnazione è un male. Provate a guardarla da ogni lato, e resta sempre un danno. Anche quando non c'è nient'altro da “sentire”, quando non vi è più alcunchè a cui aggrapparsi. Porta, alla visione distorta di affetti, di situazioni, persino dei visi cari. Se possibile, vi è un ambito in cui è ancora più insopportabile: quando si deve lottare, quasi letteralmente per la sopravvivenza.

Questo è un problema lavorativo. 
Questo è un problema comune, in questa paesucolo, per milioni di persone.
Eppure lasciare il campo senza lottare mi pare un'eresia. Se comprendo lo scoramento, se accetto giustificazioni e motivazioni, se cerco sempre un “perchè”, non significa che la pensi così. 
Il lavoro, oltre ad essere un diritto, non è un favore che viene fatto: non si può pensare, in nome di ciò che è stato dato, che si sia sempre in debito. La riconoscenza viene ampiamente risarcita dalla professionalità, dalla serietà, dall'impegno. 
Ovvietà.
Ed invece per molti il significato del termine “dignità” è oscuro: forse non viene abbastanza citato nei reality o nelle varie vite in diretta.
Non essere un numero, non essere merce, non essere un “qualcosa che sta lì e non fa male” è decisivo, è fondamentale. 
Le battaglie perse in partenza non fanno per me. 
Troppo idealista? 
Probabile. 
Meglio idealista che pirla, comunque.

“Stanco di vedere le parole che muoiono 
stanco di vedere che le cose non cambiano 
stanco di dover restare all’erta ancora 
respirare l’aria come lama alla gola.” 

Photo by Lasse Hoile.

mercoledì 25 giugno 2014

Trento era bella anche d'estate



Sono frammenti, senza il loro tempo, messi lì a rincorrersi. 
Il mio abbraccio, alla stazione, la tua schiena magra, la camicia a fiori e un sorriso tirato.
Tutto quello che si immagina è diverso, adesso che non c'è più distanza. 
Il caos del tuo studio, quelle due sediole scomode e il tuo lavoro, come il mio, senza passione, ma con impegno. 
Il pomeriggio afoso, nudo, che si trascina lucido. 
Poi diviene notte, insonne e tersa, un affogare nelle nostre braccia. 
“Stasera ceniamo a casa"
“Come vuoi. Cucini tu?” 
“Cos'è, non ti fidi? Mi pigli in giro?” 
“Sì, con te gioco sempre”
E quel gioco nella città vuota continua.

Chissà dove vanno le frasi, i pensieri, quando tra due persone di cose da dire non ce ne sono più. 
Forse si bloccano tra quelle dette e il loro limite.
O, semplicemente, se ne stanno tra le cose che un giorno possono servire. 
Solo che, quando le cerchi, poi, non le trovi mai. 



Gerhard Richter, "Cage 6", 2006

venerdì 13 giugno 2014

Enrico




Forse perchè Roma non arriva mai, quando ci vai con il treno. Forse perchè il salame ed il vino non si esaurivano. Forse perchè dentro di noi sembrava irreale che Enrico fosse morto e si continuava a parlare di lui al presente. Forse perchè ci sono momenti in cui non senti la fatica, l'odore delle sigarette, dei corpi.

Una città intera colorata di rosso, dalla stazione in poi ovunque bandiere, fiori e volti. I visi che si sovrapponevano, tutti egualmente attoniti, tutti con un'espressioni di smarrito stupore.

Capire che, quel giorno più di altri, chiunque intorno era un Compagno, un amico, qualcuno che viveva tutto quello che stavi provando tu. Mai più visto tante lacrime, pezzi d'uomini letteralmente piegati sulle gambe, maree di parole.

E' stato un giorno eterno, il saluto ad Enrico: eppure sembrava volare, il tempo. Non volevo essere da nessun'altra parte: uno delle migliaia, un nome, un amico venuto a dire solo "Ciao", grazie, tutto semplice.

Un momento che è rimasto, insieme a pochissimi altri, scolpito interamente nella mia memoria. Da allora Enrico è stato una parte della mia vita. Non mi interessano coloro che solo adesso sembrano aver coscienza di chi fosse stato, di cosa rappresentasse per milioni di persone. E neanche, almeno per oggi, il ridimensionamento della sua figura, chè questo Paese è immaturo come pochi, imberbe e volgare.

Per sempre ci sarà il sole, su quelle bandiere.

lunedì 9 giugno 2014

I primi caldi



Se arriva il caldo, non sono solo le zanzare il problema. Impreparati come al solito alle ondate di temperature oltre la media del periodo (si dice così, credetemi), anche i PC diventano bollenti. Anzi, più bollenti di quello che già sono. Perchè non c'è dissipatore di calore che riesca ad eliminare la polemica fine a se stessa, cavallo vincente di una parte del popolo del web (andiam, orsù, di retorica) che corre di più sopra i 30°.

Quasi per dare ragione alla nota ed assodata teoria che questa situazione climatica induca alla irritabilità, gli sfoghi polemici sopra e sotto le righe si moltiplicano, sia autoalimentano, con insana ferocia anche per le minuzie più irrilevanti. Non vale dire che è sempre così: a me pare di poter affermare che questo periodo dell'anno è virulento, molto peggio che in altre stagioni.

E il limite si alza, "amici" o meno. Fuochi che ardono sotto la brace del non detto trovano nuova linfa, il vento li riavvia. Bisogno di ferie, magari. O che questo è un momento storico devastante, dove tutto s'accumula e, prima o poi, esce. Tutto si può comprendere, aggirare, ignorare, anche queste cose.

Però il termometro del fraintendimento continua a salire e l'unica cura ragionevole è la lettura, la decodificazione anche superficiale di quello a cui potrebbe portare entrare in questi meandri di contrasti e ragionare sul da farsi. Non sempre è obbligatorio dare la propria opinione, non è scritto sulle sacre tavole della Rete che esserci è una cosa che ti rende importante.

Lo so, avrei bisogno di andarmene alle Hawaii.
Speravo non si notasse così tanto.

Gerhard Richter, "Lesende", olio su tela, 1994.

venerdì 6 giugno 2014

Greetings From Mongolia - Per parlare anche di noi




C'è sempre qualcosa di più alternativo, qualcosa che è oltre il piacere di dire: "Questo è un fottuto, grande disco." Come se ci si dovesse vergognare, a volte, di essere partigiani colpiti al cuore da un insieme di parole e musica.
Quindi, se non fosse chiaro, questo è un post di parte.

Usando molto più che con il "Teatro degli orrori" la forma canzone (non nel senso, comunque, che gli si attribuisce in una qualsiasi trasmissione radio comune, la plastica), Capovilla intraprende un piccolo/grande viaggio personale nel suo essere oggi abitante di questo Paese. E basta così, senza scomodare massimi sistemi o improbabili altre interpretazioni sofistiche.

Nulla è più inesplorato di noi stessi e nessuno più di noi è impreparato a questa perlustrazione. Nel momento in cui Capovilla parla di sé riesce perfino a dar voce agli altri. Non è cosa facile. Accomunati tutti dalla nostra (presunta) umanità ed ognuno diverso, ci muoviamo per capire, se siamo bravi: oppure per poter sputare sentenze, chè è più facile.

Emozioni e sentimenti resi lucidissimi ed allo stesso tempo raffinati in testi all'apparenza semplici. Invece, siccome scrivere parole per la musica è un esercizio molto difficile (tanti dovrebbero lasciar perdere da anni), farlo con questa diretta essenzialità rende il lavoro un denso ritratto del nostro tempo, un insieme di piccoli quadri in cui scorgi l'insieme disarmonico e contraddittorio dei giorni difficili.

E la voce che ti trasporta è quella bassa e recitante di chi usa ogni singola parola in maniera determinata e mai a caso. Tra tutte le "canzoni" mi riuscirebbe arduo sceglierne una o più da consigliare: questo è un disco che va ascoltato da cima a fondo, più volte.
Caricatevelo nel sangue, come diceva un altro grande interprete e fatelo circolare in voi.
Non per "obtorto collo", ma per scoprire, ce ne fosse bisogno, un grande artista ed un uomo vero.
Potrebbe farci bene.



martedì 3 giugno 2014

Microfratture #n.



"Sono sicura che ancora mi senti."
Anche se, ormai, tutto si allontana.
Anche se, ormai, quel che resta è una foto mossa, un'immagine che sfugge.
Anche se, ormai, certe canzoni suonano solo per me.
Anche se, ormai, si può restare a corto di parole.
Anche se, ormai, quasi ogni momento è solo un momento.
Anche se, ormai, non me lo scordo più, auguri.

Alighiero Boetti, "Tutto", 1988 (arazzo su lino)