mercoledì 30 luglio 2014

Disunità



Giuro che non ve la meno con le storie sulla tristezza di un quotidiano che chiude: che non vi annoio con i discorsi sulla libertà di stampa e d'opinione, sul fatto che la pluralità di voci ci rende migliori. Sono cose che si scrivono ogni volta che chiude una testata giornalistica. Ogni volta. Non sto dicendo che siano fregnacce, ma inutile ribadirle.

Se "l'Unità" se ne va (spero solo momentaneamente), la colpa è anche del fatto che io, per esempio, non la compravo sempre e comunque, come posso fare con altri giornali (vedi "il manifesto", che da anni sta a galla per miracolo). Giriamoci pure attorno, ma ormai è più semplice andare di mouse che spendere 1,50€ per sfogliare la carta. Tutto circola, tutto si rimanda, si passa, si invia, si fa "like".

Questo è un fatto su cui si riflette da anni e ciò che verrà sarà il mutamento delle nostre abitudini (e finirà l'era del tutto gratis) di lettura, anche dei quotidiani. Non sto dicendo che "l'Unità", come altri, non l'abbia capito, non è il punto. La questione è che in uno Stato dove quasi nessuno legge nulla, i primi a temere i colpi dei liquidatori sono proprio coloro che hanno tradizione, che vengono da lontano, che si sa da che parte stanno (non come certi colossi che vanno dove va il vento).

Quelli, insomma, che non hanno paura della coerenza, che pagano i propri errori sulla loro busta paga, che non hanno protettori e padrini. Sarà sempre così.

Stavo leggendo su "Twitter" qualcuno affermare che bisogna chiedersi se "l'Unità" non chiuda perchè i suoi giornalisti non piacciono alla gente. Se questo fosse il metro (sic), allora rimarrebbe un unico quotidiano, probabilmente con duecento pagine, di cui metà scritte da gente che all'Università faceva sega tutti i giorni e che sa tutto su Beyoncè, ma nulla del mondo reale.

E comunque, seguendo il "ragionamento", "Libero" non doveva neanche nascere.