giovedì 20 novembre 2014

Greetings from Mongolia - La fine dei fiumi?


Eventi. Certi dischi sono eventi, qualsiasi cosa si possa pensare, nel bene e nel male. Le pause eterne di alcuni artisti diventano un sorta di "imprinting" in attesa di capolavori, sempre più rari, sia detto, nel mondo musicale. Dopo vent'anni sono certo che un disco dei Pink Floyd sia roba grossa: il nome, la storia, il mito. Però c'è il tempo, di mezzo: le cose cambiano, anche se, in realtà, molto più lentamente di quello che ci piace pensare. E qui ci sono le due scuole di pensiero, che dividono quelli che pensano che la musica si evolva, comunque, e coloro che (anche giustamente, spesso) pensano che il meglio si sia già sentito.
Chi fa parte di quest'ultima fascia certamente sarà contento di "The Endless River", che è una sorta di copertina calda consolante: i suoni curatissimi, la "liquidità" delle atmosfere, il senso di "déjà vu" che consola. Non vi è nulla di male. Questo ci si poteva aspettare e questo è stato.
Gli altri, dell'altro pensiero, non esiteranno a denigrare in maniera netta quella che può apparire una mera operazione nostalgico/commerciale.
Cosa ci può stare d'altro? Forse una sorta di limbo in cui chiunque è libero di accettare dischi come questo o di fare finta che non esista. Che, poi, è la fine del 90% della musica che esce.



Più o meno lo stesso discorso andrebbe fatto per "Weekend" di Alice. Tutto quello che aveva da dire, ai tempi in cui collaborava con artisti eccezionali, l'ha detto: ora si perpetua una sorta di formuletta piuttosto prevedibile, in bilico tra trascendenza e osservazione dei sentimenti. Va detto che rispetto a "Samsara", un passo decisamente falso, in quest'ultimo lavoro si ritrovano almeno delle sonorità più curate e decisamente assai più centrate, Tralasciando (la colpa di chi è?) che il singolo ha il giro di "Space Oddity", il resto è dignitoso, anche se riaffiorano qui e là alcune pesantezze testuali non indifferenti. Tra l'altro non sarebbe stata sbagliata la scelta di insistere di più sulle composizioni ritmate, che qui, come sempre, sottostanno alle ballate.
Si può desumere che sia più semplice lavorare sul certo che osare, come la nostra faceva ai tempi.
Giustificabile, fino ad un certo punto.