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Miserabili now



Qualche giorno fa, leggendo il solito bel post dell'amico Gilberto, mi sono soffermato su un termine da lui usato: miserabile. Adesso esulo dal contesto in cui lui lo inseriva e me ne servo per tutt'altro discorso. La parola la uso piuttosto poco: di solito è per definire una persona che disprezzo, per cui non ho alcuna stima, un perfetto coglione, per essere estremamente chiari.
E cercherò di essere cristallino.

Le cose, lo sapete, valgono assai di più se provate sulla propria pelle. Le esperienze più delle parole; un assioma. Se non hai mai potato un albero non sai quale sia la fatica o i problemi che comporta: è solo per dire che ci riempiamo la bocca di opinioni su mille cose, ma ciò che viviamo è quello che conosciamo davvero. Il resto sta alla nostra attenzione, preparazione, agli interessi, a dove e cosa impariamo.

Facciamo così. Io vi dico che adesso so per certo che significhi essere un miserabile, lavorativamente ed economicamente parlando. Non che io abbia mai vissuto negli agi: al giorno d'oggi una retribuzione degna l'ha chi è formato, chi ha conoscenze avanzate. Il lavoro non qualificato o qualificato poco (o pochissimo) è merce, pure avariata. E fin qui, lo sapevamo tutti, soprattutto chi questo lavoro lo sfrutta.

Poi ci fai i conti, quelli veri, quelli della serva: conti fatti da servi, appunto. Così ti fanno sentire. Lasciate perdere i diritti, che sono quelle cose che i politici e gli economisti vanno a sputtanare nei loro convegni, nelle loro conventicole. Ci sono, certo, ma il valore che hanno scema come e più del rispetto che si dovrebbe a qualsiasi lavoratore.
Qualsiasi.

Adesso che io sono un miserabile (di certo anche per mia colpa: non ho mai detto di essere perfetto, sennò dal mio Blog sarebbe nata un'azienda multimilionaria) provo una sensazione orribile: quella di dover accettare ogni tipo di mancanza. Di rispetto, di dignità, di solidarietà tra lavoratori, di semplice minima serenità se devo o voglio spendere dieci euro.
E siamo a milioni: ci riproduciamo come ratti.

Quella sensazione onnipresente di non contare assolutamente un cazzo. E non parlo solo di essere dentro al sistema liberale e consumistico: parlo di non potersi permettere quasi nulla. Se impari a stare con soli due euro in tasca la giorno, e credetemi l'ho provato, abbassi anche i tuoi desideri e le aspettative, ma vivi veramente di merda. Non rispetto per forza allo status di qualcun altro, ma verso te stesso.

Perdi continuamente in dignità e fai cose che rimproveravi (da quale pulpito, poi?) ad altri, quando stavi meglio. Insomma, un vortice e dai vortici non si esce facilmente: di solito ti mandano a fondo. In Italia, poi, sappiamo benissimo come vanno le cose, per i lavoratori miserabili. Adesso che si va a votare, sarà pure peggio: il danno lo subiamo già, ci sarà l'ennesima beffa. Limoni da spremere e buttare.

Questo è. Ribellarsi. Certo, come no. Prima bisognava farlo. Ormai mi sa che i buoi sono scappati e la cazzo di stalla l'hanno venduta per due lire. Unirsi. Come sopra. La guerra è guerra e non la vincono i generali, ma i soldati. Solo che adesso siamo come l'Armir: soli e senza nessuna possibilità di uscirne indenni. Questo vogliono, questo hanno. Questo continueranno a fare.
Continueranno a farci massacrare.
C'è chi ci guadagnerà. Sempre.
Il mio stato attuale è questo.
Il mio stato futuro è troppo incerto per essere definito.
Se perdete le mie tracce, prima di tutto portate del vino.



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