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 Il 25 Aprile e una foto

E' stato un 25 Aprile di vento pungente, a tratti violento. Non eravamo in tanti, ma nemmeno così pochi, come si poteva pensare. Guardarsi e cercarsi, per scambiare una stretta di mano, una battuta, tra le parole che risuonano a volte vuote, di circostanza. Come essere in un piccolo Paese, di quelli che hanno il monumento al centro, dove sta a marcire una corona fino all'anno dopo; come se bisognasse far passare 365 giorni per ricordarsi di ricordare. E' più facile, perchè fare proprio un'ideale ogni giorno è fatica, e di guai ce ne sono già troppi. E tra la sigaretta e il taglietto (*) ci sono ancora quei visi così aperti e sereni, i gesti veloci e inevitabili di un'armonia per poche ore inviolabile.
Poi esce di nuovo il sole.
Guardiamo avanti.

Oggi ho ritrovato un libro: tra le sue pagine una foto. Non ridevi e neanche guardavi: i tuoi occhi erano persi a cercare di cogliere ogni istante di quelle ore. Ricordi Bologna, il freddo, quel giorno lontano? E la nostra prima notte, insonne e appassionata, come lo sarebbero state altre. Tu avresti dormito, dopo, con me che gettavo uno sguardo allo specchietto per guardarti, intanto che scorrevano i chilometri del nostro ritorno. Non ti ho mai più visto così bella, forse perchè ti avrei amato talmente tanto che la bellezza non significava nulla: c'eri tu e basta.
(*): tajut.



 

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