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Talula, eh?

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Miserabili now

Qualche giorno fa, leggendo il solito bel post dell'amico Gilberto, mi sono soffermato su un termine da lui usato: miserabile. Adesso esulo dal contesto in cui lui lo inseriva e me ne servo per tutt'altro discorso. La parola la uso piuttosto poco: di solito è per definire una persona che disprezzo, per cui non ho alcuna stima, un perfetto coglione, per essere estremamente chiari.
E cercherò di essere cristallino.

Le cose, lo sapete, valgono assai di più se provate sulla propria pelle. Le esperienze più delle parole; un assioma. Se non hai mai potato un albero non sai quale sia la fatica o i problemi che comporta: è solo per dire che ci riempiamo la bocca di opinioni su mille cose, ma ciò che viviamo è quello che conosciamo davvero. Il resto sta alla nostra attenzione, preparazione, agli interessi, a dove e cosa impariamo.

Facciamo così. Io vi dico che adesso so per certo che significhi essere un miserabile, lavorativamente ed economicamente parlando. Non che io abbia mai vissuto …

Perchè mi frega

Francamente non mi interessa. Non mi interessa quale potrebbe essere il vostro schieramento politico, la vostra idea della politica o se sapete cosa può (o potrebbe) essere la politica. Io non sono uno di quelli che si definiscono "osservatori privilegiati": fossimo ai tempi bui, potrei al massimo aspirare alla parte di servo della gleba con propensione a mettersi nei casini, dato che il culo non lo lecco a nessuno.

Non mi interessa neppure se non andate a votare, se ci andate, se vi fotografate mentre fate il dito medio tenendo in mano la scheda elettorale o se la vostra scrutatrice è una bella figliola e voi vorreste invitarla a pranzo, prima sapendo da che parte sta. E mi frega anche di meno se, il cinque marzo, farete ascese ardite e risalite per dire "Io lo sapevo" (tutti lo sanno, dopo).
Non mi frega proprio: vi prego, credetemi.

Arrivo a dire che non mi alza nulla neppure sapervi, che so?, fascisti. E sì che io, i fascisti, li aborro un attimo. Detto da uno…

Trumbo. Una scusa.

Di "Trumbo" (in Italiano "L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo"), il film, scrivo esattamente due righe.
E' recitato magnificamente, è bello quanto basta ad un film che racconta una storia vera all'americana, girato con sapienza, ma senza stupire.

Ed è quello che dice veramente questa vicenda che dovrebbe interessare. Probabilmente alcuni giornalisti lo capiranno ma io, per qualche grazia che non merito, non sono uno di loro. Sono esattamente quello che sono, con un altro lavoro, con un'altra vita: una persona che è quello che vuole essere, ma che troppo spesso non ci riesce. Meglio: una persona che cerca di migliorare, come miliardi di altri essere umani, e in qualche modo fallisce. Il che non vuol dire che non ci provi. E' vero proprio il contrario. Un'identità, un carattere (va bene, schifoso), un vissuto, un futuro di non si sa quanto.

Vivo insieme a Voi tutti e mi farebbe comodo circondarmi, selezionando, solo di persone che m…

Ti dovrei dire...

Ti dovrei che forse scrivere queste cose non è giusto.
Ti dovrei dire quanto sia difficile.
Ti dovrei dire che sono sempre stato sincero.

Ti dovrei dire che quando sorridi è tutto diverso.
Ti dovrei dire che se mi ascolti serve poco altro.
Ti dovrei dire che sono debole, che quando mi sproni a vivere hai ragione.

Ti dovrei dire che a volte non ti sopporto, ma solo perchè mi nascondo.
Ti dovrei dire che ridere con te è così bello che mi sembra di non averlo mai fatto.
Ti dovrei dire che sono stupidamente geloso.

Ti dovrei dire che mi manchi.
Ti dovrei dire che non ti voglio annoiare.
Ti dovrei dire che, in realtà, mi piacerebbe scordarti.

Ti dovrei dire che ti amo.
Ma non lo farò mai.
Sono uno dei tanti.
Non sono quello che desideri, ma tu sai che quando prendo in giro i sentimenti non lo dico sul serio.
Ti dovrei dire che ti amano, forse, in troppi.
Ti dovrei dire tutto questo.
Ti dirò solo e sempre che non ti voglio perdere.

Io, me

"Io
accetto
la grande avventura
di essere me."

(Simone De Beauvoir)

Poche cose possono essere difficili quanto essere se stessi: non è di certo una novità. Il tempo che viviamo, così connesso ed iperattivo, paradossalmente toglie personalità, anziché rafforzarla. Perchè è un gara, atrocemente pervasiva, a proiettare un'immagine del proprio essere che sia quanto più gradita a molte persone: così tante che, nel quotidiano, mai ne conosceremmo in tal numero.

Poche balle: tutti ci caschiamo, ci siamo cascati, continueremo a cascarci. Se penso che le aziende guardano i profili sui Social Network per dare le possibilità di colloquio lavorativo, è logico intuire come ci si debba mascherare, in una qualche maniera, per essere compresi ed accettati, considerati.
Si può dire che lo stesso "gioco" lo facciamo anche nel quotidiano, ma, ricordiamocelo, senza l'impunità della distanza e dell'amicizia virtuale.

Non è solo una questione di "vigliaccheria", se pasate …

La felicità è un sistema complesso

Volendo essere onesti e scrivere ciò che si pensa, posso dire che la felicità probabilmente non esiste. Ci sono vari gradi di serenità. Ed anche quella non è cosa facile da raggiungere. Naturalmente, ogni affermazione può essere confutata dal singolo: tutte le persone hanno una loro idea della felicità e della serenità. Qui non si affermano (mai) principi assoluti, altrimenti penso sarei più famoso.

Ciò premesso è ineludibile il desiderio di ciascuno di poter vivere in maniera degna ed in pace: che sia la pace della propria coscienza o quella del Mondo, oppure semplicemente un'esistenza priva di tutti quei problemi che ci angustiano. Cosa, detto, impossibile. Anche perchè non è detto che i problemi necessariamente siano un ostacolo alla felicità.

Prendi una roba strana come l'amore (ed anche sulla sua esistenza/significato è perfettamente inutile dilungarsi: avete biblioteche intere a disposizione). Il massimo quando c'è: una cosa devastante quando manca o non viene corrispo…