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USA e getta



Nella lunga intervista che Marchionne ha concesso al "Corriere" (qui), c'è un'analisi molto ampia sullo stato dell'azienda Italiana al momento. Vi sono, anche, i soliti giochetti lessicali per cui abbiamo imparato a conoscere questo manager e quella sottile aria di ricatto, ormai usuale. La parte riguardante la "Fiom" è, al solito, pregna di quella arroganza sociale che deriva dalla consapevolezza di tenere migliaia di (onesti) lavoratori per i cosiddetti. Pur cianciando di maggioranze ed accordi, molti di loro sono, di fatto, non rappresentati, senza voce, con solo lo stomaco a tener la rabbia di un precariato sempre sbandierato come un lenzuolo nero, per far paura. Il secondo passo, dopo "Fabbrica Italia" e la reinterpretazione del contratto di lavoro, è quella di minacciare la chiusura di due stabilimenti autoctoni se non si esporta di più. Certamente il mercato Americano (compresa la parte Latina) è più ampio, appetibile e concreto di quello Europeo, dove da anni Fiat inanella clamorosi cali di vendite. Però è pur sempre un'idea che relega a partner di minoranza il nostro Stato, già di per sè incapace di valorizzare e sostenere la propria industria. Insomma, non sono aut-aut, quelli di Marchionne, ma sembrano, ogni volta di più, dosi di amarissima medicina, da iniettare piano piano, fino al completo assorbimento ed alla conseguente sottomissione.

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Perchè mi frega

Francamente non mi interessa. Non mi interessa quale potrebbe essere il vostro schieramento politico, la vostra idea della politica o se sapete cosa può (o potrebbe) essere la politica. Io non sono uno di quelli che si definiscono "osservatori privilegiati": fossimo ai tempi bui, potrei al massimo aspirare alla parte di servo della gleba con propensione a mettersi nei casini, dato che il culo non lo lecco a nessuno.

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Ping Pong

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Fatevi l'inchino

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