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Vendetta infinita


Benemerita la "Tucker Film" che porta a noi pellicole che restano, non passano come effimeri baracconi visivi o inutili ripetizioni di dejà-vu pseudo stilizzati. Di "Confessions" si può anche dire poco, tutto è lì, davanti ai vostri occhi. Tetsuya è visivamente perfetto e al contempo inquietante, penetrante e disturbante, mai al di sotto di una forma pressochè inattaccabile. Vedi alla voce "rallenty". Nel quasi cento per cento dei casi, questa tecnica è sovrastimata, usata a sproposito, spesso inutilmente. In "Confessions" le azioni si rallentano quasi al ritmo dei pensieri degli attori, in un circolo di crudeltà ed insensatezza che li travolge e li sposta verso il baratro e non sembra esserci altra maniera di raccontarle, non qui, non in questo film. Non è facile reggere la narrazione di omicidi insensati e di vite disintegrate, in un cupo nichilismo che non lascia scampo. Mai, però, si scade in una forma di autocompiacimento o di pura formalità. Tutto si incastra, magari all'ultimo secondo, seguendo quasi pedissequamente il romanzo d'ispirazione: una canzone o un semplice sguardo, un particolare, un ritorno a scene già viste, ogni singolo frammento è delineato in maniera abbacinante.
A dire le cose così sembra di parlare di uno di quei film per pochi, i soliti soloni del 35 mm.
Invece chiunque, se ne avrà occasione, riconoscerà in "Confessions" una di quelle opere che raschiano l'anima per non lasciarla mai più.
Semplice.

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