Passa ai contenuti principali

Vendetta infinita


Benemerita la "Tucker Film" che porta a noi pellicole che restano, non passano come effimeri baracconi visivi o inutili ripetizioni di dejà-vu pseudo stilizzati. Di "Confessions" si può anche dire poco, tutto è lì, davanti ai vostri occhi. Tetsuya è visivamente perfetto e al contempo inquietante, penetrante e disturbante, mai al di sotto di una forma pressochè inattaccabile. Vedi alla voce "rallenty". Nel quasi cento per cento dei casi, questa tecnica è sovrastimata, usata a sproposito, spesso inutilmente. In "Confessions" le azioni si rallentano quasi al ritmo dei pensieri degli attori, in un circolo di crudeltà ed insensatezza che li travolge e li sposta verso il baratro e non sembra esserci altra maniera di raccontarle, non qui, non in questo film. Non è facile reggere la narrazione di omicidi insensati e di vite disintegrate, in un cupo nichilismo che non lascia scampo. Mai, però, si scade in una forma di autocompiacimento o di pura formalità. Tutto si incastra, magari all'ultimo secondo, seguendo quasi pedissequamente il romanzo d'ispirazione: una canzone o un semplice sguardo, un particolare, un ritorno a scene già viste, ogni singolo frammento è delineato in maniera abbacinante.
A dire le cose così sembra di parlare di uno di quei film per pochi, i soliti soloni del 35 mm.
Invece chiunque, se ne avrà occasione, riconoscerà in "Confessions" una di quelle opere che raschiano l'anima per non lasciarla mai più.
Semplice.

Commenti

  1. non l'ho visto e deduco dal tuo commento che è sicuramente un film ottimamente realizzato, ma diciamo che al momento avrei bisogno di qualcosa di un po' più positivo..
    buona settimana!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti non è un film conciliante, nè "divertente". Appena ne hai il desiderio, però, guardalo. Lo consiglio davvero.
      Buona settimana a te e grazie.

      Elimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

O bello. Ciao.

Il gioco era di quelli possibili per tutti. Quando sono entrato in Facebook, dieci anni fa, ci si baloccava alla grande: come sempre era tutto da fare. Conoscevi un sacco di gente e pure bella, interessante, piacevole. Cazzeggio. Poi si va sul serio: ogni tipo di serietà, dalla politica al calcio (che serio non può mai essere), la musica, arte, quello che ti pare. E la cosa cresce, in termini di tempo. E poi di ansia. Chi dice che i "social network" creano angoscia e isolano non sbaglia. Non ha nemmeno ragione, comunque.

E iniziano i discorsi sull'uso del mezzo e non della sua inutilità: ma, infatti, Facebook non è mai stato inutile. E' cambiato, perchè è mutata la gente, il suo modo di approcciarsi al coso blu. Poi la spirale, per me da sempre debole da questo punto di vista, dell'affermazione: quanti hanno letto? E' piaciuto? Perchè quell'altro mi dice di lasciar perdere, che so?, la politica? La mia amica legge lui e non me. Che cazzo. No.

No, perchè …

L' effetto che fa.

A volte sembra quasi un incubo. Lucido e reale. Di quelli da cui ti svegli nei rari momenti di serenità che riesci a strappare qui e là. No, non parlo di psicofarmaci, sennò la goduria sarebbe più lunga. Lavoro, quello è un incubo. Chiarisco, non per tutti. Per quelli che come me, non avendo mai leccato il culo a nessuno, pagano le proprie colpe. Giustamente. Interamente, senza sconti, senza pietà. Ed è tutto corretto: non puoi appellarti.

Qualche mese fa, in un tribunale (e lì che si parla spesso del lavoro, qualcuno mi ha detto che per i mestieri "non qualificati" non c'è futuro. Ah, bene. Certamente il mondo si sta spostando verso le specializzazioni alte. Internet ha cambiato ogni cosa ed è solo l'inizio. Tutto va così veloce che nemmeno chi ci sta dentro riesce a tenere il passo. Dietro la scrivania c'è già qualcuno che ne sa più di te, o ha un'idea geniale, un'applicazione fottutamente innovativa o ha fatto tre master al "MIT".

Di questo …

Talula, eh?

"Talula, eh?'", dice la figlia di un'amica che ancora non si esprime in maniera fluente: "Paura, eh?" sta a significare. Ci si arriva da soli. E' la maniera così spontanea e pulita di chi ancora non sa "dire" ciò che prova, ma che sente perfettamente cosa significhi quel momento, quell'attimo: magari scendendo da uno scivolo, sbucciandosi le ginocchia, come spero sempre facciano più bambini possibile.
Che è meglio che imparare da un videogioco o dalle noiose parole degli adulti.

Eppure mi ha fatto pensare alle mie, di paure. Ormai, vista la vetusta età, acclarate e persino persistenti. E immagino pensiate soprattutto a quella della morte, della fine della corsa, dell'arriverderci e grazie, è stato bello ma breve. In effetti ci penso spesso, ma debbo ammettere, con un filo di sovraeccitazione, che non è la peggiore.
A volte vira verso l'indifferenza o, non me ne vogliate, la liberazione.

Ne ho mille altre: politiche (be', questa è …