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Esuberanza (remix)



La rassegnazione è un male. Provate a guardarla da ogni lato, e resta sempre un danno. Anche quando non c'è nient'altro da “sentire”, quando non vi è più alcunchè a cui aggrapparsi. Porta, alla visione distorta di affetti, di situazioni, persino dei visi cari. Se possibile, vi è un ambito in cui è ancora più insopportabile: quando si deve lottare, quasi letteralmente per la sopravvivenza.

Questo è un problema lavorativo. 
Questo è un problema comune, in questa paesucolo, per milioni di persone.
Eppure lasciare il campo senza lottare mi pare un'eresia. Se comprendo lo scoramento, se accetto giustificazioni e motivazioni, se cerco sempre un “perchè”, non significa che la pensi così. 
Il lavoro, oltre ad essere un diritto, non è un favore che viene fatto: non si può pensare, in nome di ciò che è stato dato, che si sia sempre in debito. La riconoscenza viene ampiamente risarcita dalla professionalità, dalla serietà, dall'impegno. 
Ovvietà.
Ed invece per molti il significato del termine “dignità” è oscuro: forse non viene abbastanza citato nei reality o nelle varie vite in diretta.
Non essere un numero, non essere merce, non essere un “qualcosa che sta lì e non fa male” è decisivo, è fondamentale. 
Le battaglie perse in partenza non fanno per me. 
Troppo idealista? 
Probabile. 
Meglio idealista che pirla, comunque.

“Stanco di vedere le parole che muoiono 
stanco di vedere che le cose non cambiano 
stanco di dover restare all’erta ancora 
respirare l’aria come lama alla gola.” 

Photo by Lasse Hoile.

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Non mi interessa neppure se non andate a votare, se ci andate, se vi fotografate mentre fate il dito medio tenendo in mano la scheda elettorale o se la vostra scrutatrice è una bella figliola e voi vorreste invitarla a pranzo, prima sapendo da che parte sta. E mi frega anche di meno se, il cinque marzo, farete ascese ardite e risalite per dire "Io lo sapevo" (tutti lo sanno, dopo).
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