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Greetings From Mongolia - Per parlare anche di noi




C'è sempre qualcosa di più alternativo, qualcosa che è oltre il piacere di dire: "Questo è un fottuto, grande disco." Come se ci si dovesse vergognare, a volte, di essere partigiani colpiti al cuore da un insieme di parole e musica.
Quindi, se non fosse chiaro, questo è un post di parte.

Usando molto più che con il "Teatro degli orrori" la forma canzone (non nel senso, comunque, che gli si attribuisce in una qualsiasi trasmissione radio comune, la plastica), Capovilla intraprende un piccolo/grande viaggio personale nel suo essere oggi abitante di questo Paese. E basta così, senza scomodare massimi sistemi o improbabili altre interpretazioni sofistiche.

Nulla è più inesplorato di noi stessi e nessuno più di noi è impreparato a questa perlustrazione. Nel momento in cui Capovilla parla di sé riesce perfino a dar voce agli altri. Non è cosa facile. Accomunati tutti dalla nostra (presunta) umanità ed ognuno diverso, ci muoviamo per capire, se siamo bravi: oppure per poter sputare sentenze, chè è più facile.

Emozioni e sentimenti resi lucidissimi ed allo stesso tempo raffinati in testi all'apparenza semplici. Invece, siccome scrivere parole per la musica è un esercizio molto difficile (tanti dovrebbero lasciar perdere da anni), farlo con questa diretta essenzialità rende il lavoro un denso ritratto del nostro tempo, un insieme di piccoli quadri in cui scorgi l'insieme disarmonico e contraddittorio dei giorni difficili.

E la voce che ti trasporta è quella bassa e recitante di chi usa ogni singola parola in maniera determinata e mai a caso. Tra tutte le "canzoni" mi riuscirebbe arduo sceglierne una o più da consigliare: questo è un disco che va ascoltato da cima a fondo, più volte.
Caricatevelo nel sangue, come diceva un altro grande interprete e fatelo circolare in voi.
Non per "obtorto collo", ma per scoprire, ce ne fosse bisogno, un grande artista ed un uomo vero.
Potrebbe farci bene.



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