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C'era il pensiero



Non scrivendo per mestiere, mi è difficile, spesso, trovare la volontà per esprimermi in questo ed altri spazi sul web. Non che se si faccia quotidianamente sia sintomo di qualità: aprite un quotidiano qualsiasi e ne avrete più di un esempio. Certamente la consuetudine aiuta, però. La scrittura è anche esercizio, pazienza, interesse, ricerca.

Ora, tutte queste cose le vedo come parte di quel percorso di crescita personale che tanto amo citare nei miei post (la ripetitività è un'altro limite di coloro che non sono usi all'espressione scritta regolare) e che sottende ad una più ampia consapevolezza dei propri limiti e anche delle proprie capacità. Allora, non mi spiego perchè sempre più, vista la facilità con cui ormai possiamo attingere a fonti ed opinioni, si parli per frasi fatte (da altri).

La citazione è una semplificazione utile a chiarire concetti che spesso facciamo nostri, ma che non riusciamo (non vogliamo?) esprimere con espressioni personali. Il che, mi rendo conto, è piuttosto arduo, se non impossibile, quando una frase od una nozione sono così chiari da essere citati migliaia di volte, spesso giornalmente, spesso a sproposito, spesso per comodità.

Avendo anch'io operato in tal senso, potreste eccepire che il pulpito è sbagliato. Può essere. Di certo mi sforzo, anche nelle cose minime e di poco spessore, di fare con quello che ho, camminando con il mio bagaglio autocostruito e certamente carente. In quelle valigie mentali ci entrano anche le parole altrui, mica può essere diversamente. Ecco, quello che è per me realmente una sfida è affrancarmi con decisione dalla tentazione di abusare degli altri e di ciò che esprimono.

Non è detto che ci riesca, tutt'altro. Mi dò delle chances.
Almeno se sbaglio sarà per qualcosa che ho scritto io.
Così come questo post è una riflessione e non un'offesa a nessuno.
La libertà d'espressione è insindacabile, in qualsiasi forma avvenga.

Sir Eduardo Paolozzi, "Wonder Toy: Robert the Robot", 1971, Tate Collection.




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O bello. Ciao.

Il gioco era di quelli possibili per tutti. Quando sono entrato in Facebook, dieci anni fa, ci si baloccava alla grande: come sempre era tutto da fare. Conoscevi un sacco di gente e pure bella, interessante, piacevole. Cazzeggio. Poi si va sul serio: ogni tipo di serietà, dalla politica al calcio (che serio non può mai essere), la musica, arte, quello che ti pare. E la cosa cresce, in termini di tempo. E poi di ansia. Chi dice che i "social network" creano angoscia e isolano non sbaglia. Non ha nemmeno ragione, comunque.

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Ne ho mille altre: politiche (be', questa è …