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Fare e dire



Il web, mi sa, è ciclico. Tutto torna, a intervalli assolutamente irregolari. Quindi atti a non farsi ricordare: meglio, per fare in modo che si finga d'aver rimosso, quando, in realtà, dal nostro cervello (per chi ne è dotato) non si rimuove proprio nulla. Le interazioni compulsive prendono il volo soprattutto nel caso in cui ci sia di mezzo una guerra, un genocidio. Insomma roba grossa.

Perseverare nel distruggerci è prerogativa umana e questo atto si trasfigura, ora, per via telematica. L'accesso ai contenuti dei  nostri amici, ai giornali, a tutte le informazioni vere o false possibili, ci fa schierare e dare opinioni. Ma resta il fatto che, nel concreto, non ci alziamo dalla sedia. Meglio: magari lo facciamo, ma non essendo parti della "Marvel", ci spingiamo fino al centro città, massimo massimo a qualche chilometro da casa.

Tutto questo è anche comprensibile: non si possono cambiare le cose da soli, che so?, in Ucraina. Di certo potremmo iniziare a capire che Internet ci rivela in maniera istantanea quello che è il mondo attuale. Una presa d'atto di coscienza è già molto: meglio sarebbe concedere anche della serietà e delle azioni concrete. Lì è la vera differenza, lì è l'oltre della digitazione/condivisone/pubblicazione ormai abitudine quotidiana.

Ci si morde la coda di continuo.
Primo.

Jenny Holze, "Truism", 1984, Tate Gallery.

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Perchè mi frega

Francamente non mi interessa. Non mi interessa quale potrebbe essere il vostro schieramento politico, la vostra idea della politica o se sapete cosa può (o potrebbe) essere la politica. Io non sono uno di quelli che si definiscono "osservatori privilegiati": fossimo ai tempi bui, potrei al massimo aspirare alla parte di servo della gleba con propensione a mettersi nei casini, dato che il culo non lo lecco a nessuno.

Non mi interessa neppure se non andate a votare, se ci andate, se vi fotografate mentre fate il dito medio tenendo in mano la scheda elettorale o se la vostra scrutatrice è una bella figliola e voi vorreste invitarla a pranzo, prima sapendo da che parte sta. E mi frega anche di meno se, il cinque marzo, farete ascese ardite e risalite per dire "Io lo sapevo" (tutti lo sanno, dopo).
Non mi frega proprio: vi prego, credetemi.

Arrivo a dire che non mi alza nulla neppure sapervi, che so?, fascisti. E sì che io, i fascisti, li aborro un attimo. Detto da uno…

Talula, eh?

"Talula, eh?'", dice la figlia di un'amica che ancora non si esprime in maniera fluente: "Paura, eh?" sta a significare. Ci si arriva da soli. E' la maniera così spontanea e pulita di chi ancora non sa "dire" ciò che prova, ma che sente perfettamente cosa significhi quel momento, quell'attimo: magari scendendo da uno scivolo, sbucciandosi le ginocchia, come spero sempre facciano più bambini possibile.
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Miserabili now

Qualche giorno fa, leggendo il solito bel post dell'amico Gilberto, mi sono soffermato su un termine da lui usato: miserabile. Adesso esulo dal contesto in cui lui lo inseriva e me ne servo per tutt'altro discorso. La parola la uso piuttosto poco: di solito è per definire una persona che disprezzo, per cui non ho alcuna stima, un perfetto coglione, per essere estremamente chiari.
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