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Greetings From Mongolia - Hand. Cannot. Erase.



Alla quarta prova da solista, Steven Wilson ci arriva con il fiato un po' corto.
Personalità ormai acclarata nel mondo della musica ed impegnatissimo nel ridare lustro a molte opere del "Progressive" dei bei tempi (su tutti, i lavori dei "King Crimson"), è divenuto musicista di spessore e bravura indiscutibili.
Nei suoi primi tre album ha saputo miscelare con sapienza e passione momenti di intensa malinconia ad altri più smaccatamente ritmati, sempre con quell'idea di musica ampia (anche nei tempi) nei modi e nell'accentazione.

Dopo l'esperienza (peraltro non conclusa ufficialmente) dei "Porcupine Tree", band che ha lasciato milioni di cuori infranti, si è dedicato con costanza alla costruzione di una sua identità artistica precisa: è del tutto evidente in questo "Hand. Cannot. Erase." che giunge dopo due anni a colmare un vuoto che, conosciuti i tempi di Wilson, è assai lungo.

Forse avrebbe giovato una pausa più prolungata. Le canzoni di questa opera rimarcano sempre il medesimo canovaccio (escluse le belle "Perfect Life" e "Transience") compositivo: una prima parte più lenta, quieta, cui segue inevitabilmente una progressione ritmica e chitarristica a tratti furiosa. Nei pezzi più lunghi, anche questi sorta di marchio, ci sono assoli eterni che appaiono piuttosto frusti e messi in mostra per esaltare una tecnica virtuosistica francamente noiosa.

Per questo il disco appare faticoso da ascoltare, perlomeno in quelle canzoni che aggrediscono con una valanga di suoni ("Regret #9" o "Ancestral") e che si protraggono per alcuni minuti di troppo. Avrebbe giovato, io credo, una maggior concisione, una più matura operazione di sottrazione, perchè Wilson è senz'altro uno dei migliori scrittori di musica rock che ci siano in circolazione.

Non è affatto, questo, un brutto disco, ma nel complesso mi aspettavo più "magia".

Merita una menzione a parte l'incisione: curata, equilibratissima, pulita. Un lavoro eccellente.



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