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Talula, eh?


"Talula, eh?'", dice la figlia di un'amica che ancora non si esprime in maniera fluente: "Paura, eh?" sta a significare. Ci si arriva da soli. E' la maniera così spontanea e pulita di chi ancora non sa "dire" ciò che prova, ma che sente perfettamente cosa significhi quel momento, quell'attimo: magari scendendo da uno scivolo, sbucciandosi le ginocchia, come spero sempre facciano più bambini possibile.
Che è meglio che imparare da un videogioco o dalle noiose parole degli adulti.

Eppure mi ha fatto pensare alle mie, di paure. Ormai, vista la vetusta età, acclarate e persino persistenti. E immagino pensiate soprattutto a quella della morte, della fine della corsa, dell'arriverderci e grazie, è stato bello ma breve. In effetti ci penso spesso, ma debbo ammettere, con un filo di sovraeccitazione, che non è la peggiore.
A volte vira verso l'indifferenza o, non me ne vogliate, la liberazione.

Ne ho mille altre: politiche (be', questa è brutta davvero), personali nei confronti di coloro che amo, di natura lavorativa (cazzo, orribile) e via dicendo. Niente che almeno qualche miliardo di persone non condivida, magari con profondità e importanza diverse, ma quelle sono. Poi ho riflettuto, se mi comcedete il beneficio di crederci, su come invece la paura fotta veramente la mente di molte persone che mi circondano.

Mi riferisco al fatto che ci sono paure, stati di disagio forse è meglio definirli, che creano ansia a tanti. Per dire: il perbenismo (qualsiasi cosa voglia dire) che permea una buona parte della nostra società si terrorizza per un sacco di cose. A caso: avere un figlio gay, un vicino di casa non di razza adeguata, il fatto che l'albergo che vogliono sia sempre pieno, la macchina che ha già tre anni, la cazzo di lavatrice che non asciuga.

Vedo, giuro, gente terrorizzata dalla possibilità che il proprio status quo venga scalfito anche solo per sbaglio: abbarbicati, legati a idee e stili di vita cristallizzati, al benessere (almeno per come viene visto in maniera acritica e banale), alle convinzioni, alle credenze. Tipo quella che ci sia un Dio: l'esemplificazione del terrore totale. Affidarsi a qualcosa che non esiste per rifiutare l'inevitabile, ma non scansabile proprio, nemmeno per finta.

Allora mi chiedo se ci possa essere una "scala della paura", che va dal gradino più basso (tipo "Ostia, il mio gestore telefonico non ha ancora il 5G: e adesso?") ad uno più alto, che ha come limite il cielo stesso o, se volete, il paradiso. Non è credibile. Ognuno fa misurazioni diverse e non sono in discussione. Più criticabile è il fatto che ciò che ci spaventa spesso ha a che fare solamente con quello che non vogliamo accettare.

Non ci spinge il desiderio di superamento del nostro timore di fronte ad una società che corre disperatamente verso non si sa cosa, ma che muta, si trasforma, ingloba, fa diventare il mondo sempre più piccolo. No, è una paura che a molti sta bene: credono di affermare dei valori, che, dicevo, non sono sindacabili, ma che quando diventano odio, razzismo, populismo o tenere alla Juve non sono accettabili.

Non lo sono, perchè una parte sempre più grande di questa società soffre e soffre davvero: ha veramente paura. E' quel tipo di modo di vivere che diviene una "non vita", ma sopravvivenza e che non si sana comprando qualcosa o andando alla celebrazione di un rito. Proprio no. Non te la levi dal cuore e dalla testa, mai, neppure di notte.
Questo sì che è un dramma.

Insomma, dico solo che incattivirsi è un modello comportamentale che denota una paura fottuta, che annichilisce chi la prova. Il guaio è che non ce ne si accorge: si pensa di essere, in qualche modo, al sicuro perpetrando pessime azioni verso chi ci spaventa. E' questo che succede. Come il patriottismo idiota, fatto per riempirsi la bocca di ideali al mattino ed andare a prostitute la sera. Su, che è anche così.

Forse l'unica cura sarebbe la cultura, l'ascolto, ma sono cose che costano un sacco di tempo: tempo meglio spendibile con chi la pensa alla nostra stessa maniera, che è facile intendersi. Il conformismo peloso di una fetta di società "civile" che non ha capito che con nulla veniamo e con nulla andiamo via (lo disse uno piuttosto famoso un paio di millenni fa). Pensare in maniera più semplice, più aperta, più consapevole che quella barca è sempre la stessa e porta tutti tutti.

Lo dico io che ancora devo imparare un sacco di cose, tra cui la pazienza e la positività. Quindi liberi di credere che predico bene (benino, dai), ma razzolo malissimo. Può essere, ma dentro a questa testa ci sono io e solo io so che quel tempo di cui sopra lo trovo o mi scasso l'anima ad inventarmelo.
Mi dispiace solo che queste righe non giungano a qualche soggetto che dico io.
Magari mi guarderebbe in maniera diversa, domani.
Con ancora più arroganza.

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