La casa di tutti è la dignità.


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E' ricorrente il fatto che in Italia ci si debba rifare, per avere esempi virtuosi d'onestà e capacità, al passato. Oggi è l'anniversario della nascita di Giuseppe di Vittorio, di cui è inutile ricordare l'importanza nella storia del Sindacato, della politica e del lavoro nel nostro Paese. Quindi non è affatto un caso che in questa data veda la luce la "Lega dei braccianti", da un'idea assolutamente condivisibile di Aboubakar Soumahoro, lavoratore e sindacalista che da anni porta avanti una battaglia coraggiosa, determinata e di grande senso sociale in Italia. Lui che non è nato qui, ma che adesso è più combattivo e sicuramente più attento di tanti connazionali ai problemi dello sfruttamento dei braccianti, alla loro condizione indegna, inaccettabile. E da loro si potrebbe allargare il discorso a tutte quelle categorie di lavoratori precari, invisibili, poveri che ancora molta politica si ostina a far finta di non conoscere (tranne, poi, diventarne paladina "a tempo", quando occorre.)

Insieme alla LdB viene inaugurata la "Casa dei diritti e della dignità Giuseppe di Vittorio". Una scelta precisa, non solo di riferimento sindacale e territoriale, ma di sentimento, di umanità. Non servirebbero troppi commenti, lodi e applausi. Serve e servirà riflettere su ciò che queste persone stanno compiendo all'interno di un tessuto omertoso, fatto di violenza e prevaricazione, dove l'essere umano non ha neanche una propria dignità, non merita rispetto. Anche questo è Italia, oggi, ancora: anche questo è il mondo che continua a fare finta che la differenza sociale sia uno spauracchio buono per vecchi nostalgici di Sinistra, argomento non valido, sorta di "favoletta" buona per fare un po' di sana retorica che, quella sì, male non fa.

Stiamo guardando le cose dalla finestra di un palazzo che ha come panorama la paura: di una pandemia, di una vita che scorrerà ancora più incerta, probabilmente più povera, zoppicante, con navigazione a vista. Ma da un palazzo che ha molti piani e quelli più alti, dove le cose sfumano in un'aura più confortante e tranquilla, ovattata, certe cose non si vedono o, più facilmente, si nascondono. A se stessi ed alla propria coscienza. Il benessere di alcuni continua a crescere, per altri sarà una cosa nuova, arrivata con mezzi magari illeciti, con idee che non presumono aderenza ad uno status che non contempla l'altrui dignità, la vita degli altri.
Non chiamiamola, se desiderate, "lotta di classe": definiamola ingiustizia sociale.

Può suonare migliore o meno politica, ma non è invisibile: può non essere contemplata, da molti, o semplicemente additata come refrain fiacco di pochi conformisti, che desiderano essere "dalla parte giusta."
Però è proprio così: lottare per una società che non ghettizza, sfrutta e poi sputa le persone è lotta. Viene dal basso, da molti e dà fastidio, ma questo è. Non serve aver studiato economia per comprendere che salari indegni di tale nome, povertà, assenza di diritti portano allo scontro. Chi desidera che questo non avvenga è perchè sa di avere i mezzi per fregarsene e può dedicare un minuto al giorno alla finta comprensione di cui sopravvive in tale situazione. 

Il mondo non è perfetto, le favole sono invenzioni, la felicità una chimera, ma quello che oggi è stato fatto ci mette davanti, tutti, ad un dato innegabile: se vogliamo definirci umani non possiamo, nella maniera più assoluta (e senza pararsi dietro ad ideologie) crearci un'illusione mentale per cui le cose, comunque, andranno avanti. Per persone che vivono giorno per giorno, senza certezze, senza fondamenta non è progredire: è sopravvivenza. Dignità per ogni uomo, donna e bambino, senza idiote distinzioni di razza e provenienza, è la strada: non ha due corsie, ne ha una sola, per tutti quanti
Questo sta dicendo Aboubakar Soumahoro e con lui tutti coloro che sanno che questo piccolo pezzo di terra che ci è concesso deve essere una casa confortevole, accogliente per ogni persona.
Ogni persona. Non solo per noi stessi e la nostra piccola ipocrisia quotidiana.



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