giovedì 29 ottobre 2015

Schierarsi



Attenzione: questo non è un post politico. Un po' di pazienza.


Mi ostino a pensare che si debba cambiare idea solo nel caso se ne trovi una migliore della propria. Avendo la maturità di accettare i propri limiti, senza mai smettere di cercare ed imparare, procurandosi dosi massicce di pazienza e nutrendosi con una sana quantità di curiosità, spesso si conquistano mete diverse da quelle prefissate, ma interessanti, soddisfacenti.

Ma nulla viene costruito sul niente e tutto passa dalle persone. Impossibile circondarsi solo di coloro che ci fanno divenire migliori: sarebbe l'epifania, un mondo personale a colori sgargianti, l'apoteosi delle giornate perfette. E nulla è perfetto: non lo sono io, non lo è nessuno (anche perchè che cos'è la perfezione? Non ce la si cava con le definizioni religiose: quelle sono extra Mondo).

Si può, però, tendere ad eliminare i portatori di stress. Lo sto imparando a mie spese e non sono ricco. Se di fronte ho chi riesce a togliermi dalla testa quei tre punti fissi errati (non ne ho di più: sono quasi normale), be' mi sento meglio. Non mi trovo più a mio agio, invece, con coloro che facevo o faccio finta di tollerare. Non sono più così accondiscendente. Non sono più disposto al baratto intellettuale se non alle condizioni di cui sopra.

Attenzione che non parlo del virtuale, cosa a sè stante. Parlo della comunicazione/non accettazione della vita, quella roba lì, reale. Non so quanto mi resta, ma non lo passo più con chi si permette di farmi sentire qualcosa di meno di quello che sono (non mi arrogo nessun diritto: solo la convinzione di avere la possibilità, aprioristica, di essere ciò che decido di essere), con coloro che si convincono, meschini, che in qualche maniera i loro atteggiamenti vengano da un altrove in cui possono paragonarsi a dei semi Dei e ci fanno un favore nel dispensare saggezza, morale, ironia a piene mani.

I silenzi imbarazzanti continuano. Le cattiverie gratuite anche: spalle che sorreggono se ne trovano a bizzeffe.
Sono fermo nella convinzione che non mi avrete.
O, perlomeno, dovrete stare alle mie condizioni, dato che, a quanto pare, tutti ne hanno da imporre. Anzi, meglio: le vie sono infinite, prendiamone di diverse.

L'ho scritto qui perchè è roba mia.
Liberi di far finta che queste righe non ci siano.
(In effetti, esistono?).



mercoledì 28 ottobre 2015

Keep calm. Però sul serio.



Qui, ormai, non si parla di cambiamenti epocali: si tratta di cambiamenti quotidiani. La nostra giornata è scandita dai ritmi dell'Internet e non solo per i rapporti tra le persone, ma per qualsiasi ambito sia immaginabile. Nell'arco di ventiquattro ore scambiamo una mole di informazioni, immagini, pensieri ed omissioni che la nostra vita, la nostra storia muta in un loop infinito. Mentre spesso si cerca di regolamentare ciò che appare un diritto (con tutte le conseguenze che questa parola ha), ci aggrappiamo con costante pervicacia al nostro "io" digitale, la proiezione immaginifica del nostro essere umani, persone.

Rirproduciamo, con la velocità quasi del pensiero stesso che sottende all'atto, tutto quello che pensiamo di essere o che vorremmo divenire. Costante dell'opera è la rappresentazione del sé, la meccanizzazione del proprio vissuto: un mondo nel mondo digitale, un parallelo di pixel e non di espressioni. Eppure bastano due righe, messe giù in maniera "sbagliata" (il più delle volte frettolosa, via) per reintrodurre un sentimento, un eccesso, uno spaesamento più che reale.

L'aggressività è molto concreta, non lo si dice da adesso, sulle pagine digitali. Non è una questione, non solo, di quella che veniva definita "netiquette", ma proprio di un ribaltamento della prospettiva. Se guardiamo un filmato con i micetti che corrono dietro ad un bambino, al novanta per cento troveremo commenti ilari, teneri o al più ironici. Eppure se ci si guasta un telefono e la cosa ci rende nervosi, dopo averlo scritto, non ammettiamo lezioni da chi, eventualmente, ci dice che abbiamo sbagliato nel suo uso.

Quasi come se la possibilità di esprimere un disagio (comprensibile, anche se sempre meno necessario) attirasse una pletora di professori che, gratuitamente, dispensano il loro sapere. Il fatto potrebbe essere volto a nostro favore: magari impariamo qualcosa, capiamo che un comportamento non è corretto, ci ragioniamo su. Ma guardatevi attorno: è la stura al momento no della giornata, in cui, barricati dietro alla tastiera, tutti stanno contro tutti.

Eppure ciarliamo di ragionevolezza ed equilibrio (prendete il caso di due giorni fa: l' "OMS" che dice che la carne fa male. Sembra una guerra Mondiale.) tra di noi, magari bevendo un buon bicchiere seduti in un bar. Tutte cose che svaniscono sempre più rapidamente sul web: un "cupio dissolvi" anche della meccanica elementare dell'educazione.

La tendenza dell'uomo dovrebbe essere la crescita e con questi strumenti ciò può avvenire più facilmente (ma non con meno sforzo di dedizione e volontà), più piacevolmente, più velocemente. Siamo ancora, impantanati, invece, in quel fiume di livore che prende forza da noi stessi. Non dico che servirebbe poco a deviarlo e farlo divenire un ruscello su cui fermarsi a riflettere, ma non provarci è davvero un peccato.
Digitare con serenità equivale a non costruire un personaggio diverso di "noi", ma a essere noi. Magari con calma.


martedì 27 ottobre 2015

Questo mio tempo



Questo mio tempo è qualcosa che non mi aspettavo. Sembra un gioco che quasi sempre si scontra con quell'altro impaccio che è la vita; tutti i giorni, inaspettati, lunghi, eppure così veloci e spesso amari. Un tempo distratto, di tante e tante parole, di immagini e inutilità.

Tutta una serie di effetti collaterali che non penso di evitare, come se queste squadernate ore fossero un'anestesia complice. Un'amnesia di sentimenti. Arrendersi è semplice: più complicato non cedere all'autoindulgenza.

Doveri e ricorsi, nuove complicazioni. Però anche meno paura di quegli attimi in cui tutto sembra essere illuminato da vicino, da paure evitate, da slanci che non credi, da persone che desideri incontrare e altre che impari ad evitare.
Di cose che prenderanno polvere.

Poi penso che diventa importante guardare oltre.