Passa ai contenuti principali

Post

Visualizzazione dei post da Luglio, 2014

Disunità

Giuro che non ve la meno con le storie sulla tristezza di un quotidiano che chiude: che non vi annoio con i discorsi sulla libertà di stampa e d'opinione, sul fatto che la pluralità di voci ci rende migliori. Sono cose che si scrivono ogni volta che chiude una testata giornalistica. Ogni volta. Non sto dicendo che siano fregnacce, ma inutile ribadirle.

Se "l'Unità" se ne va (spero solo momentaneamente), la colpa è anche del fatto che io, per esempio, non la compravo sempre e comunque, come posso fare con altri giornali (vedi "il manifesto", che da anni sta a galla per miracolo). Giriamoci pure attorno, ma ormai è più semplice andare di mouse che spendere 1,50€ per sfogliare la carta. Tutto circola, tutto si rimanda, si passa, si invia, si fa "like".

Questo è un fatto su cui si riflette da anni e ciò che verrà sarà il mutamento delle nostre abitudini (e finirà l'era del tutto gratis) di lettura, anche dei quotidiani. Non sto dicendo che "…

To-morrow {microfratture #ao-p}

Se cito "...l'avvenire è un buco nero in fondo al tram." (*) sono un pessimista.
La corda, però è tesa: c'è chi si barcamena per non cadere, chi la guarda da sotto e non sale, chi si siede a godersi lo spettacolo, chi la vorrebbe tagliare, chi la usa per andarsene in un altrove che non esiste.

Ogni momento in cui si guarda avanti è sintomo di rinnovato desiderio, un passo oltre il ristagno, uno sguardo che coglie dettagli cui siamo impreparati, il disconoscimento dell'apatia, della noia, della frustrazione.

Ogni momento in cui non si ascoltiamo, prima di stare a sentire gli altri (la soluzione, come mai?, qualcuno ce l'ha in tasca, fatta e finita), è consapevolezza ed anche dei limiti.

Domani è domani. Il colore, poi, lo scegliamo sorridendo.


(*): "Io e te" di Enzo Jannacci, da "Foto ricordo", 1979 (ed. Ultima spiaggia).
Bridget Riley, "Nataraja", 1993, Tate Gallery.




Serietà, ma anche no

Io, in fondo, del Mondo non so nulla. Non sono stato a Parigi, nè a Londra o Berlino. Nemmeno a Napoli (ed è grave sul serio). Quindi, sono un Blogger statico. La peggior specie che ci sia, perchè vedo le cose che accadono attraverso la rete ed è poco.

Poco perchè di tanti accadimenti, cose serie, cose drammatiche, bisognerebbe parlare a voce con quelli che 'sto pianeta l'hanno girato, lo conoscono, si sono confrontati con altre culture, altre visioni.

Ma poi noto che le cose importanti vengono dimenticate in fretta, nel reale: è più facile agganciare argomenti fondamentali per il "modus vivendi", robina leggera, da beccaccini. E non si può mica discutere delle tristezze del globo: a che serve? Possiamo farci qualcosa? Magari pensare, essere consapevoli? Sia mai.

Coraggio, teniamo duro. All'inizio del campionato di calcio non manca moltissimo.
Alleluja.

David Hockney, "A Bigger Splash", 1967, Tate Gallery.

Fare e dire

Il web, mi sa, è ciclico. Tutto torna, a intervalli assolutamente irregolari. Quindi atti a non farsi ricordare: meglio, per fare in modo che si finga d'aver rimosso, quando, in realtà, dal nostro cervello (per chi ne è dotato) non si rimuove proprio nulla. Le interazioni compulsive prendono il volo soprattutto nel caso in cui ci sia di mezzo una guerra, un genocidio. Insomma roba grossa.

Perseverare nel distruggerci è prerogativa umana e questo atto si trasfigura, ora, per via telematica. L'accesso ai contenuti dei  nostri amici, ai giornali, a tutte le informazioni vere o false possibili, ci fa schierare e dare opinioni. Ma resta il fatto che, nel concreto, non ci alziamo dalla sedia. Meglio: magari lo facciamo, ma non essendo parti della "Marvel", ci spingiamo fino al centro città, massimo massimo a qualche chilometro da casa.

Tutto questo è anche comprensibile: non si possono cambiare le cose da soli, che so?, in Ucraina. Di certo potremmo iniziare a capire che Int…

Urgenze personali

Alcune cose urtano. Assai. Come dice "Malvino" nel suo post, stiamo assistendo all'ennesimo bel spettacolo italiota. Mi ricorda qualcun altro, per dire: uno che è talmente "super partes" da fregarsene della legge, tanto è pieno di amichetti.

Ma un altro piccolo, minuscolo fatto mi dà noia. La continua ripetizione, da parte di più esponenti del Governo o della sua finta opposizione, che questa riforma del Senato è "...chiesta dai cittadini."
Ora, non essendo titolare di un istituto di sondaggi, non posso parlare per tutti (a campione, s'intende). Però così, a pelle, mi pare che gli Italiani chiedano altro.
Che so, il lavoro? La lotta vera contro la corruzione, magari? Un futuro decente per i propri figli? Insomma cosette del genere.

Dare priorità viene sempre male, ad un certo livello: si è troppo impegnati a distrarre per potere essere credibili in affermazioni che paiono politicamente importanti, ma che mascherano solo e sempre urgenze atte a deviar…

C'era il pensiero

Non scrivendo per mestiere, mi è difficile, spesso, trovare la volontà per esprimermi in questo ed altri spazi sul web. Non che se si faccia quotidianamente sia sintomo di qualità: aprite un quotidiano qualsiasi e ne avrete più di un esempio. Certamente la consuetudine aiuta, però. La scrittura è anche esercizio, pazienza, interesse, ricerca.

Ora, tutte queste cose le vedo come parte di quel percorso di crescita personale che tanto amo citare nei miei post (la ripetitività è un'altro limite di coloro che non sono usi all'espressione scritta regolare) e che sottende ad una più ampia consapevolezza dei propri limiti e anche delle proprie capacità. Allora, non mi spiego perchè sempre più, vista la facilità con cui ormai possiamo attingere a fonti ed opinioni, si parli per frasi fatte (da altri).

La citazione è una semplificazione utile a chiarire concetti che spesso facciamo nostri, ma che non riusciamo (non vogliamo?) esprimere con espressioni personali. Il che, mi rendo conto,…

Andate in pace

La notizia che i signori 'ndraghetisti del carcere di Larino disertano le funzioni religiose perchè un Papa li ha scomunicati ha un che di ridicolo in sé. Intendiamoci: Francesco è stato pure troppo buono, non è questo il problema. Semmai è una cosa al limite dell'assurdo che ci si sconvolga ancora dell'aperta ipocrisia di queste masse delinquenziali. Quanti film, quanti articoli, quanti libri hanno sempre riportato fedelmente l'attaccamento morboso e retrogrado delle famiglie criminali alla Religione Cattolica. Se una statua s'inchina davanti alla casa del "boss", c'è qualcosa di strano?

Piuttosto è sempre tardiva la distanza che si vuole frapporre tra la religiosità ed il suo contrario, tra la fede e la morte indotta, comprata, ordinata. Se, come si sono affrettati a dire molti esponenti anche della Giustizia, il credere in Dio è un fatto personale, altrettanto dovrebbero fare nel sottolineare come questo "modus vivendi" offenda l'idea…

Университет, который нужно выпить (Università da bere)

Piove. Improponibile usare l'auto: il che può essere anche una fortuna. Autobus.
Sale una ragazza e in dieci secondi netti inizia ad urlare (normale) nel cellulare. 
Diciamo che, visto il traffico di quelli che non si possono bagnare neanche le suole delle scarpe, il bus ci metta otto minuti, anziché cinque per arrivare alla mia fermata. 
In questi otto minuti, la ragazza, Universitaria (lo sanno tutti, ormai, anche quelli sul marciapiede, tale è il volume della conversazione), fa tre telefonate: una a Maria (mi pare), una a Sabrina e l'altra a Sonia.
Alla fine di ogni chiamata la conclusione è:
"Allora ci vediamo alle "X", così beviamo una cosa e poi andiamo in facoltà."
D'accordo che l'Università Italiana è messa male, ma non immaginavo che bisognasse per forza essere ubriachi per sopportarla.


Anselm Kiefer, "Book With Wings", 1992-94, Modern Art Museum of Forth Worth.