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Visualizzazione dei post da Giugno, 2014

Noi, gli altri, io.

Ripropongo questo scritto di Hans Magnus Enzensberger. Lo ritengo, ancora oggi, e con rammarico, molto efficace, vero, non retorico. Uso queste sue parole, molto migliori delle mie, per esprimere un senso di confusione che si è acuito, se possibile, ancora. I nostri ricordi si allontanano, ed ogni giorno sanguinano di nuovo. Non esistono anniversari, ma giorni da non dimenticare.
(E' un discorso sulla collettività, nessun intento personale).

“Noi siamo gli uni e gli altri sono gli altri. Lo dico per mettere subito le cose in chiaro! Gli altri sono sempre lì e ci danno sempre sui nervi. Mai che ti lascino in pace! E fossero almeno diversi! Macchè: pretendono di essere migliori di noi. Gli altri sono arroganti, supponenti e intolleranti nei nostri confronti. E' difficile dire cosa pensino davvero. Talvolta abbiamo l'impressione che siano dei matti. Una cosa è certa: vogliono qualcosa da noi, non ci lasciano mai in pace. Ci scrutano con fare provocatorio come se fossimo scappat…

Esuberanza (remix)

La rassegnazione è un male. Provate a guardarla da ogni lato, e resta sempre un danno. Anche quando non c'è nient'altro da “sentire”, quando non vi è più alcunchè a cui aggrapparsi. Porta, alla visione distorta di affetti, di situazioni, persino dei visi cari. Se possibile, vi è un ambito in cui è ancora più insopportabile: quando si deve lottare, quasi letteralmente per la sopravvivenza.
Questo è un problema lavorativo. 
Questo è un problema comune, in questa paesucolo, per milioni di persone.
Eppure lasciare il campo senza lottare mi pare un'eresia. Se comprendo lo scoramento, se accetto giustificazioni e motivazioni, se cerco sempre un “perchè”, non significa che la pensi così. 
Il lavoro, oltre ad essere un diritto, non è un favore che viene fatto: non si può pensare, in nome di ciò che è stato dato, che si sia sempre in debito. La riconoscenza viene ampiamente risarcita dalla professionalità, dalla serietà, dall'impegno. 
Ovvietà.
Ed invece per molti il significato del …

Trento era bella anche d'estate

Sono frammenti, senza il loro tempo, messi lì a rincorrersi. 
Il mio abbraccio, alla stazione, la tua schiena magra, la camicia a fiori e un sorriso tirato.
Tutto quello che si immagina è diverso, adesso che non c'è più distanza. 
Il caos del tuo studio, quelle due sediole scomode e il tuo lavoro, come il mio, senza passione, ma con impegno. 
Il pomeriggio afoso, nudo, che si trascina lucido. 
Poi diviene notte, insonne e tersa, un affogare nelle nostre braccia. 
“Stasera ceniamo a casa"
“Come vuoi. Cucini tu?” 
“Cos'è, non ti fidi? Mi pigli in giro?” 
“Sì, con te gioco sempre”
E quel gioco nella città vuota continua.

Chissà dove vanno le frasi, i pensieri, quando tra due persone di cose da dire non ce ne sono più. 
Forse si bloccano tra quelle dette e il loro limite.
O, semplicemente, se ne stanno tra le cose che un giorno possono servire. 
Solo che, quando le cerchi, poi, non le trovi mai. 


Gerhard Richter, "Cage 6", 2006

Enrico

Forse perchè Roma non arriva mai, quando ci vai con il treno. Forse perchè il salame ed il vino non si esaurivano. Forse perchè dentro di noi sembrava irreale che Enrico fosse morto e si continuava a parlare di lui al presente. Forse perchè ci sono momenti in cui non senti la fatica, l'odore delle sigarette, dei corpi.

Una città intera colorata di rosso, dalla stazione in poi ovunque bandiere, fiori e volti. I visi che si sovrapponevano, tutti egualmente attoniti, tutti con un'espressioni di smarrito stupore.

Capire che, quel giorno più di altri, chiunque intorno era un Compagno, un amico, qualcuno che viveva tutto quello che stavi provando tu. Mai più visto tante lacrime, pezzi d'uomini letteralmente piegati sulle gambe, maree di parole.

E' stato un giorno eterno, il saluto ad Enrico: eppure sembrava volare, il tempo. Non volevo essere da nessun'altra parte: uno delle migliaia, un nome, un amico venuto a dire solo "Ciao", grazie, tutto semplice.

Un mome…

I primi caldi

Se arriva il caldo, non sono solo le zanzare il problema. Impreparati come al solito alle ondate di temperature oltre la media del periodo (si dice così, credetemi), anche i PC diventano bollenti. Anzi, più bollenti di quello che già sono. Perchè non c'è dissipatore di calore che riesca ad eliminare la polemica fine a se stessa, cavallo vincente di una parte del popolo del web (andiam, orsù, di retorica) che corre di più sopra i 30°.

Quasi per dare ragione alla nota ed assodata teoria che questa situazione climatica induca alla irritabilità, gli sfoghi polemici sopra e sotto le righe si moltiplicano, sia autoalimentano, con insana ferocia anche per le minuzie più irrilevanti. Non vale dire che è sempre così: a me pare di poter affermare che questo periodo dell'anno è virulento, molto peggio che in altre stagioni.

E il limite si alza, "amici" o meno. Fuochi che ardono sotto la brace del non detto trovano nuova linfa, il vento li riavvia. Bisogno di ferie, magari. O c…

Greetings From Mongolia - Per parlare anche di noi

C'è sempre qualcosa di più alternativo, qualcosa che è oltre il piacere di dire: "Questo è un fottuto, grande disco." Come se ci si dovesse vergognare, a volte, di essere partigiani colpiti al cuore da un insieme di parole e musica.
Quindi, se non fosse chiaro, questo è un post di parte.

Usando molto più che con il "Teatro degli orrori" la forma canzone (non nel senso, comunque, che gli si attribuisce in una qualsiasi trasmissione radio comune, la plastica), Capovilla intraprende un piccolo/grande viaggio personale nel suo essere oggi abitante di questo Paese. E basta così, senza scomodare massimi sistemi o improbabili altre interpretazioni sofistiche.

Nulla è più inesplorato di noi stessi e nessuno più di noi è impreparato a questa perlustrazione. Nel momento in cui Capovilla parla di sé riesce perfino a dar voce agli altri. Non è cosa facile. Accomunati tutti dalla nostra (presunta) umanità ed ognuno diverso, ci muoviamo per capire, se siamo bravi: oppure per po…

Microfratture #n.

"Sono sicura che ancora mi senti."
Anche se, ormai, tutto si allontana.
Anche se, ormai, quel che resta è una foto mossa, un'immagine che sfugge.
Anche se, ormai, certe canzoni suonano solo per me.
Anche se, ormai, si può restare a corto di parole.
Anche se, ormai, quasi ogni momento è solo un momento.
Anche se, ormai, non me lo scordo più, auguri.

Alighiero Boetti, "Tutto", 1988 (arazzo su lino)