giovedì 11 febbraio 2016

Trumbo. Una scusa.



Di "Trumbo" (in Italiano "L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo"), il film, scrivo esattamente due righe.
E' recitato magnificamente, è bello quanto basta ad un film che racconta una storia vera all'americana, girato con sapienza, ma senza stupire.

Ed è quello che dice veramente questa vicenda che dovrebbe interessare. Probabilmente alcuni giornalisti lo capiranno ma io, per qualche grazia che non merito, non sono uno di loro. Sono esattamente quello che sono, con un altro lavoro, con un'altra vita: una persona che è quello che vuole essere, ma che troppo spesso non ci riesce. Meglio: una persona che cerca di migliorare, come miliardi di altri essere umani, e in qualche modo fallisce. Il che non vuol dire che non ci provi. E' vero proprio il contrario. Un'identità, un carattere (va bene, schifoso), un vissuto, un futuro di non si sa quanto.

Vivo insieme a Voi tutti e mi farebbe comodo circondarmi, selezionando, solo di persone che mi comprendono e mi stanno ad ascoltare, possibilmente non troppo distanti da quelle che sono le mie idee (politiche, musicali, sulla letteratura, il caffè, le donne, i figli e tutto quello che vi passa per la testa), perchè, insomma, è meno faticoso e ormai ho un certa età (anagrafica). Che, poi, questa cosa verrebbe desiderata da tutti. Eppure, guarda la sfortuna, non va mai così.
Meglio: va così solo per gli idioti.

Ogni giorno, invece di Shangri La, c'è un intero universo di gente diversa da me, con pensieri che differiscono dai miei, con convinzioni contrarie, con il desiderio di farmi comprendere che, sì tutto bello, ma qualcosa che non va in quello che affermo c'è. Nessuno si stupisce, vero? Chiamasi anche questa vita, magari reale, magari poco televisiva. Quando ti senti un'etichetta che prude sulla testa e solo quella viene letta: tutto il resto di te non conta assolutamente nulla.

Tutta questa ipocrisia che mi permea mi ritorna indietro e mi fa ragionare in maniera lineare: sono imperfetto, faccio errori, ho convinzioni incancrenite, ho fatto ragionamenti vuoti. Chi potrebbe aiutarmi? Chiunque. Chiunque sia diverso da me, ma che io mi sforzi di vedere nella sua umanità, nella sua fallibilità, nella sua vera luce. Chiunque mi dia modo di vedere una parte di quel mondo là fuori che non ho notato: con parole diverse dalle mie, con uno sguardo che non è per forza diretto. Chiunque possa farmi crescere.
Questo dovrebbe essere lo scopo di essere cosiddetti umani.

Magari abbandonare qualche stereotipo messo lì a consolazione: c'è da lavorare, non è così comodo come parlare con un altro me stesso. C'è da soffrire, da abbozzare, da rendersi umili, da ascoltare, da incazzarsi a morte.
C'è da convincere chi si trincera dietro al "...io sono così e basta" che quella cesura netta è così stupida.
Nessuno è così e basta. Nessuno dovrebbe precludersi la possibilità di amarsi di più, di confrontarsi di più, di superare sciocchi e banali preconcetti, di aprirsi ad un altro senza essere un fantoccio compiacente.
Nessuno. O, almeno, non io.
Poi si vedrà chi è disposto a correre qualche rischio, chi vuole starci.


domenica 10 gennaio 2016

Ti dovrei dire...




Ti dovrei che forse scrivere queste cose non è giusto.
Ti dovrei dire quanto sia difficile.
Ti dovrei dire che sono sempre stato sincero.

Ti dovrei dire che quando sorridi è tutto diverso.
Ti dovrei dire che se mi ascolti serve poco altro.
Ti dovrei dire che sono debole, che quando mi sproni a vivere hai ragione.

Ti dovrei dire che a volte non ti sopporto, ma solo perchè mi nascondo.
Ti dovrei dire che ridere con te è così bello che mi sembra di non averlo mai fatto.
Ti dovrei dire che sono stupidamente geloso.

Ti dovrei dire che mi manchi.
Ti dovrei dire che non ti voglio annoiare.
Ti dovrei dire che, in realtà, mi piacerebbe scordarti.

Ti dovrei dire che ti amo.
Ma non lo farò mai.
Sono uno dei tanti.
Non sono quello che desideri, ma tu sai che quando prendo in giro i sentimenti non lo dico sul serio.
Ti dovrei dire che ti amano, forse, in troppi.
Ti dovrei dire tutto questo.
Ti dirò solo e sempre che non ti voglio perdere.

mercoledì 16 dicembre 2015

Io, me

"Io
accetto
la grande avventura
di essere me."

(Simone De Beauvoir)


Poche cose possono essere difficili quanto essere se stessi: non è di certo una novità. Il tempo che viviamo, così connesso ed iperattivo, paradossalmente toglie personalità, anziché rafforzarla. Perchè è un gara, atrocemente pervasiva, a proiettare un'immagine del proprio essere che sia quanto più gradita a molte persone: così tante che, nel quotidiano, mai ne conosceremmo in tal numero.

Poche balle: tutti ci caschiamo, ci siamo cascati, continueremo a cascarci. Se penso che le aziende guardano i profili sui Social Network per dare le possibilità di colloquio lavorativo, è logico intuire come ci si debba mascherare, in una qualche maniera, per essere compresi ed accettati, considerati.
Si può dire che lo stesso "gioco" lo facciamo anche nel quotidiano, ma, ricordiamocelo, senza l'impunità della distanza e dell'amicizia virtuale.

Non è solo una questione di "vigliaccheria", se pasate il termine, ma proprio di uso del mezzo: quello è e vorrei capire come sia possibile che le personalità divengano divergenti se viste su uno schermo o se affrontate nella realtà.
Diffido assai di coloro che affermano "Io sono così e basta": non basta mai.

L'affermazione di sè penso sia un processo molto intimo, non sbandierabile, non ascrivibile a teorie filosofiche più o meno degne di questo nome. La sera, quando si traggono le conclusioni, non c'è Platone a rimboccarci le coperte: certo tutto aiuta, soprattutto la cultura, l'approfondimento, ma si resta soli a tentare di essere noi stessi.
Per quanto la nostra anima sia e debba essere sociale, questo continuo baratto di convinzioni e idee a favore del favore (mi sia concesso) è cosa cui è quasi impossibile sottrarsi.

Forse solo l'accettazione totale, per esempio, del proprio procedere in solitudine varrebbe come alternativa: imparare, a costo di immani rinunce, a bastarsi, in ogni caso. Rifiutare, anche, che i sentimenti debbano essere ricambiati: l'amore può andare anche in una sola direzione, perdersi, ma resta amore.

Tutto questo, messo nero su bianco, è lapalissiano. La nostra esistenza molto meno.
Le battaglie con noi stessi non le vincono amici, amanti, sorelle e fratelli.
Le vinciamo da noi.
Riuscirci.







giovedì 10 dicembre 2015

La felicità è un sistema complesso



Volendo essere onesti e scrivere ciò che si pensa, posso dire che la felicità probabilmente non esiste. Ci sono vari gradi di serenità. Ed anche quella non è cosa facile da raggiungere. Naturalmente, ogni affermazione può essere confutata dal singolo: tutte le persone hanno una loro idea della felicità e della serenità. Qui non si affermano (mai) principi assoluti, altrimenti penso sarei più famoso.

Ciò premesso è ineludibile il desiderio di ciascuno di poter vivere in maniera degna ed in pace: che sia la pace della propria coscienza o quella del Mondo, oppure semplicemente un'esistenza priva di tutti quei problemi che ci angustiano. Cosa, detto, impossibile. Anche perchè non è detto che i problemi necessariamente siano un ostacolo alla felicità.

Prendi una roba strana come l'amore (ed anche sulla sua esistenza/significato è perfettamente inutile dilungarsi: avete biblioteche intere a disposizione). Il massimo quando c'è: una cosa devastante quando manca o non viene corrisposto. Mica vero. Il bello dell'amore è che, se è tale, può essere univoco. E' che se non si è in due sembra una stronzata.

Eppure, in questa finta ricerca della serenità, anche uno stato come quello che i più definirebbero, usando le parole di una famosa carta per cioccolatini, come "amore impossibile" ti cambia un attimo le prospettive. Eh sì, diciamocelo. L'euforia (ingiustificata) di avere un pensiero solo e di solito romantico (sic) mette in secondo piano tutto il resto. Con conseguenze perlopiù nefaste.

Cali di concentrazione, distrazione, recupero di vecchi dischi smielati e giustamente riposti nella parte meno accessibile della casa, strani scuotimenti interiori (da non scambiarsi con virus intestinali, roba di stagione), insensati atteggiamenti giovanilistici, patti con la propria coscienza e con il proprio "io" morale e via dicendo.

Tutto questo parrebbe controproducente, niente di più distante da quel desiderio di calma e di gioa che dà l'amore; eppure, pensateci, mica è così male? Non state leggendo il Blog di un masochista, piuttosto di un realista. La felicità è un sistema complesso e non esistono formule che lo mettano giù nero su bianco.

Detto questo, ogni piega della nostra giornata può nascondere quel brandello di insensatezza che riesce a donare un sorriso od un pensiero (per noi) positivo. Tutto è, comunque, relativo: ognuno si costruisca le sue "pare" e ci lavori sopra.
Mica posso dirvi tutto io, vivaddio.

giovedì 19 novembre 2015

Pensiero democratico unico



La notizia della sospensione dell'account "Facebook" di Giuseppe Genna e del ridicolo richiamo "...ad usare il proprio nome" a Cecilia Strada (sempre da parte del social network di Zuckerberg) dovrebbe, sia mai, far riflettere ulteriormente sui limiti che vengono imposti al libero pensiero, quello magari non allineato.

Il peccato di Genna è stato quello di non schierarsi a favore del massiccio intervento armato Francese in seguito ai devastanti fatti di Parigi (trovate qui un breve riassunto di entrambe le vicende). Il centro del discorso non è se lo scrittore avesse o meno ragione: è chiaro che ognuno ha la propria opinione e non è umanamente possibile che si sia tutti eguali nei ragionamenti.

Una persona può approvare o meno, sostenere o non farlo, pensare o decidere di fregarsene e occupare la mente con altro. Ma è, o dovrebbe, essere libero di condividere la propria opinione con chiunque. Non stanno lì apposta i network sociali? O, forse, mi sbaglio? O forse mi illudo?

Il tema del libero arbitrio e della libertà d'espressione sembra essere messo da parte, quasi non ci fossero problemi legati a questi nostri modi di esprimerci: tutto va bene, siamo in una Democrazia. Ecco, appunto. Quindi, e correggetemi se sbaglio, questa sanzione è una sonora cretinata.

Peggio: è l'evidenziarsi di una falla culturale e di concetto. Può apparire, e ci si dovrebbe pensare, che le opinioni diverse da quelle considerate accettabili (o schierate da una certa parte) no, non vanno bene: non sono cose da scrivere, siamo in un momento particolare, ci vuole unità d'intenti. Cosa inconcepibile per persone che si definiscono (scusate la necessaria ripetizione) democratiche.

Questa espressione del vivere sociale accetta la diversità di idee, accetta il confronto: accetta perfino di cambiare il proprio, di pensiero, se quello proposto porta ad una crescita personale e collettiva. Ma al di là della teoria, nel concreto, è logico, per chi si professa libero, non togliere voce a coloro che non sono, in quel momento, dalla nostra parte. Casca il palco, come si suol dire.

Tutto questo mentre si possono leggere le peggio cose ovunque. Mi sorge il dubbio che anche questo sia un tentativo di semplificazione. Se si riducono le dispute al "bianco contro nero" è tutto più controllabile, più facile. Appiattire conviene a molti. Argomentare, impegnarsi è difficile: costa e l'ho ribadito più e più volte.

Eppure a questo stiamo. Francamente un po' di paura la fa, una cosa del genere. Magari si sgonfierà e "Facebook" farà marcia indietro (non è esattamente un covo di gente che rimane granitica nelle sue decisioni, a riprova che non di rado conta la pancia e non il cervello). 

Così sarà più semplice mettere nel dimenticatoio questa ennesima caduta della facciata di falsa libertà che stanno mettendo su a vantaggio degli illusi.
Evviva.