giovedì 31 gennaio 2013

Riflessioni di un cittadino confuso - Due



Ma via, diciamocelo. Occorre fare la Rivoluzione. Ecco, lo sappiamo, lo speriamo, lo scriviamo, lo pensiamo, no schiodiamo. Magari iniziassimo dal nostro cuore, a fare un po' di ribaltamenti. Dalla nostra testa, tirandola fuori dal guscio. Mi chiedo, sempre, ma come si fa una Rivoluzione? Si spacca tutto? Si rinnegano il padre, la madre, Berlusconi, i Comunisti, i Fascisti, la squadra di calcio? Guardate che non è facile, no. L'obiettivo di una parola così è alto, mica le pozzanghere. Ideali confusi e poco senso del dovere verso se stessi e gli altri mi sa che non aiutano. Ci vuole maturità, per fare una Rivoluzione: palle e maturità. Se devo dirla, la dico: è probabile che non siamo pronti. Sicuro d'essermi attirato strali e maledizioni (una più, una meno), perchè di brava gente pronta a tutto ce n'è. E' che chi guida questa macchina fumosa e scalcagnata non è in grado di dirigere le "Forze buone" verso il bene. Siccome scrivere "speranza" appare bestemmia, scrivo "impazienza".

mercoledì 30 gennaio 2013

Riflessioni di un cittadino confuso - Uno


"Grande è il disordine nel cielo, ma anche qui da noi è un bel casino", diceva Paolo Rossi. Non che fossero tempi meno sospetti. In Italia, praticamente, ogni periodo storico è sospetto o, perlomeno, pieno di sospettati. Di cosa? Di tutto. Piagnistei e lamentele facciamo che sono esauriti, così sembra qualcosa di diverso. Invece, dopo dieci anni di Blog, questa è l'ennesima volta che potrei parlare di elezioni: ho perso il conto. I conti nostri, invece, se li perdono le banche, da qualche parte nello scaffale, tra i fascicoli "derivati" e quelli "mazzette". Oppure potremmo dire dello stato sociale, che si azzera davanti ai nostri poveri occhi stanchi, orbati da una montagna di imposizioni fiscali che neanche Nordio sarebbe riuscito a scalare. Eh, il pessimismo; giuoco Nazionale da affiancare a quelli dopati e milionari che fanno anche politica, adesso. Se il Balotelli i fa guadagnare due punti sul PD, e chi sono io per non prenderlo? Nell'urna non ci si va con la testa ed il ragionamento, ma con la sciarpa e la bandiera. O, ancora, posso far finta di niente su tutto, cercare di sopravvivere e respirare meno miasmi possibilie. E' comodo, è normale, potrebbe venir finanche utile.
Però, non so, qualcosa mi sfugge.
Sono decisamente confuso.
Magari è solo l'inizio.

lunedì 21 gennaio 2013

Oltre il vecchio che resta





Grillo è solo l'ultimo, in ordine di tempo, a parlare del Sindacato come di un'organizzazione superata. Ci provano, a farlo credere, migliaia di persone ogni giorno, sopratutto a quelli che, invece, lo ritengono ancora una sorta di difesa ineludibile per i diritti dei lavoratori. Qui dobbiamo chiarire, invece, il ruolo attuale del Sindacalismo in Italia. Le lotte fatte, all'alba dell'industrializzazione e della presa di coscienza dei lavoratori tutti, sono storia: una storia possente e decisiva, crudele ed esaltante. Dagli anni '80 in poi, con la consapevolezza che l'industria Italiana era (ed è) immobile, si sono trasformate le barricate in casseforti, dove mantenere un alto numero di iscritti, funzionali alla sopravvivenza di apparati burocratici e di categoria sempre più ampi. Non che non si sia lottato, che non si siano migliorate ulteriormente tante cose, non che ci sia scordati la funzione primaria del Sindacato, ma intorno è mutato tutto il contesto. Ormai molti degli iscritti sono pensionati, extracomunitari (che ci credono, eccome) e chi ha ancora uno spirito combattivo. in realtà, cosa fanno, adesso, i triumviri delle tre Organizzazioni più grandi? Ballano. Si appoggiamo a questo o a quel Governo (due di loro), lasciando il terzo a sostenere il peso delle gravissime crisi che ci distruggono da anni. Quindi, non c'è più unità d'intenti: quelli con le palle (vedi Landini) sono guardati come la mummia di Lenìn, al più un oggetto da mettere in mostra quando la gente capisce che non c'è più molto altro. Carrozzoni svuotati, spesso, di professionalità, autoindulgenti, complessi e costosi. Grillo è certamente troppo "tranchant", perchè manca in lui, ed in moltissimi altri, il desiderio vero di imbastire un cambiamento del Sindacato, un ammodernamento. Contribuire alla difesa del lavoro non significa solo battaglie di principio, ma anche imparare l'autocritica, guardare fuori dai recinti, non difendere l'indifendibile, ma ragionare sulla maniera migliore per evitare danni peggiori a tutti. Spesso ci si trova di fronte a sindacalisti che hanno, in sè, gli stessi germi dei politici e delle vecchie istituzioni industriali che vogliono combattere: la sedia ben attaccata al sedere, un effluvio di bei concetti e riunioni su riunioni. Insomma, molte parole, molti scioperi, ma sullo sfondo un film che va avanti senza di loro. Il Sindacato serve, il Sindacato ci deve essere, deve avere un ruolo da protagonista, ma ha anche bisogno di guardare a sè con meno orgoglio datato e con più consapevolezza che il mondo intero è mutato.
Adattarsi o morire.

[Un grazie a Gaia Fabrizia Righi per lo spunto e l'approfondimento]