mercoledì 29 aprile 2009

 Pigs On The Wing


In due trasmissioni radio, consecutive, l'ascoltatore, quello medio [definizione], perlopiù dell'influenza suina ha detto che pensa sia una bufala (non nel senso che si sono sbagliati con gli animali). La vicenda aviaria è rimasta bene impressa e si ragiona sul fatto che i media, che su queste cose campano per un mesetto buono a dir poco, diano troppa enfasi. Suffragati dagli epidemiologi, gli Italiani al telefono scansano un pò la paura con un tipico disincanto un attimino sopra le righe che fa tanto, appunto, bel Paese.

Su una cosa, dottori e cittadini, sono assolutamente concordi: qualcuno ci farà i soldi, come l'altra volta. Il che ci fa capire che l'unico vaccino realmente impossibile da produrre è quello contro la furberia ed il ladrocinio. Noi c'abbiamo degli anticorpi così, comunque.


Eric Gill, "Hog and Wheatsheaf", 1915, Tate Modern Collection, London.

martedì 28 aprile 2009

 Chi sa, paghi




Torno, brevemente, sulla questione scuole private. Il Governo sbanda spesso, dando la stura ad improvvise ed improvvide accelerazioni su argomenti “sensibili”, oppure tralasciando, in maniera altrettanto puntuale, cose importanti. Di sicuro la lotta all'evasione fiscale (materia in cui siamo Campioni del Mondo, modestamente) è un punto debolino, diciamocelo. Andare, adesso, a spulciare gli alunni delle private, perchè mamma e papà probabilmente sono ricchi, mi par eccessivo.

Però, la cosa non mi ha fatto arrabbiare, ma sorridere, in quella maniera un attimino superficiale che accade quando si leggono certe cose. Ieri, a collloquio con le Maestre di mia figlia, ho ascoltato storie (vere) di salti mortali tripli o quadrupli per assicurare un minimo di decenza alle attività scolastiche o per la semplice pulizia delle aule. Lo so, tiritera già detta, ma mi pare che ci si ricaschi ad “hoc”. Chi vuole la scuola privata, paghi senza aiuti. E la finisco lì. Se uno s'incazza perchè gli si fanno controlli fiscali, affari suoi.

In prima fila la paura di perdere iscritti. Basterà alzare le rette, mi pare. Oppure smetterla di attaccarsi al fatto che ognuno è libero di mandare il proprio figlio alla scuola che gli pare (la Costituzione non si discute qui): nessuno lo mette in dubbio, ma non devo rimetterci io, né mia di figlia. Punto. O si capisce, una volta per tutte, questo o, francamente, se arriva il “117”” spero ci sia qualcuno che rifletta che siamo, se non se lo ricorda, un Paese Democratico. Ed io, democraticamente, di loro me ne frego (sottile, questa).

Larry Rivers, "Parts of the Face: French Vocabulary Lesson", 1961, Tate Modern Collection, London.

domenica 26 aprile 2009

 Il 25 Aprile e una foto

E' stato un 25 Aprile di vento pungente, a tratti violento. Non eravamo in tanti, ma nemmeno così pochi, come si poteva pensare. Guardarsi e cercarsi, per scambiare una stretta di mano, una battuta, tra le parole che risuonano a volte vuote, di circostanza. Come essere in un piccolo Paese, di quelli che hanno il monumento al centro, dove sta a marcire una corona fino all'anno dopo; come se bisognasse far passare 365 giorni per ricordarsi di ricordare. E' più facile, perchè fare proprio un'ideale ogni giorno è fatica, e di guai ce ne sono già troppi. E tra la sigaretta e il taglietto (*) ci sono ancora quei visi così aperti e sereni, i gesti veloci e inevitabili di un'armonia per poche ore inviolabile.
Poi esce di nuovo il sole.
Guardiamo avanti.

Oggi ho ritrovato un libro: tra le sue pagine una foto. Non ridevi e neanche guardavi: i tuoi occhi erano persi a cercare di cogliere ogni istante di quelle ore. Ricordi Bologna, il freddo, quel giorno lontano? E la nostra prima notte, insonne e appassionata, come lo sarebbero state altre. Tu avresti dormito, dopo, con me che gettavo uno sguardo allo specchietto per guardarti, intanto che scorrevano i chilometri del nostro ritorno. Non ti ho mai più visto così bella, forse perchè ti avrei amato talmente tanto che la bellezza non significava nulla: c'eri tu e basta.
(*): tajut.



 

martedì 21 aprile 2009

 Eyes Wide Shut




Io non ci vedo molto: per quello ho gli occhiali, ovvio. Sentire, però, ci sento: eccome. Il gracchiare dei corvi sulla crisi che adesso si trasformano in usignoli della speranza. E giù anche con le rondini, che non faranno tutta 'sta primavera, ma son simpatiche. Siccome a qualcuno (a molti) questa crisi fa comodo, l'ottovolante lo si colora a seconda delle necessità. Solo che il biglietto si paga prima di salire e non c'è posto per tutti.

Siamo in crisi da sempre: quella Politica, quella morale (hai voglia...), quella dei consumi, del sesso, delle relazioni, dell'uso da Internet. Una crisi per qualsiasi desiderio. Solo che questa, questa di cui si parla di continuo, ti lascia le tasche vuote: allora è la madre di tutte le crisi. Anche perchè quelli "che sanno" spingono la realtà come gli pare: un punto in più di esportazioni e viene l'arcobaleno.

A questo punto consiglio visite oculistiche accurate a tutti: basta andare in qualunque "CAF", o dal vostro commercialista (belli, li avete) e vedere come stanno in realtà le questioni. Pagare tutto e restare davvero senza nulla. Non spargete, però, pessimismo o, meglio, realismo. Non si fa e non si deve neanche pensarlo. Siate ottimisti, con i fondi di bottiglia sugli occhi. Il prosciutto costa troppo.

Joe Tilson, "Cut Out and Send", 1963, Tate Collection, London.

venerdì 17 aprile 2009

 Chi lotta può perdere,
    chi non lotta ha già perso



Azzardo: il film di un Americano su Che Guevara. Quasi una contraddizione in termini. Un film su una delle figure più celebrate, idolatrate, sfruttate del secolo scorso (e anche di questo, mi sa). Scrive, in maniera condivisibile, il bravo Francesco Nardi: "Quanto al Che, io ho sempre nutrito per quell’icona una serena antipatia causatami dal fenomeno di costume che gli ruota intorno. La sinistra italiana ha grandi, grandissimi eroi cui fare riferimento. Non perdono a una generazione intera di aver indossato solo magliette con il Che e di non averne stampata mai neanche una con il volto di Matteotti." E' una cosa che dovrebbe far riflettere su quanto spesso sia più semplice andare con la massa, che ripensare e valorizzare la propria Storia.

Io, personalmente, non ho mai avuto nè una maglietta, nè una bandiera del Che. Figura nebulosa, nel mio immaginario, ed anche un pò noiosa, a forza di sentire riprender le sue frasi ogni cinque minuti (provate uno sciopero qualsiasi). Pérò qui si parla di un film, ed il film è davvero buono, dannatamente buono. Ammetto una certa simpatia per Soderbergh, anche quello di Daniel Ocean. Qui è stato anche più furbo, prendendosi Benicio Del Toro, chè è attore grandioso, e non solo per questo lavoro.

Se uno si ferma alla somiglianza fisica, ci rimane malissimo: nelle scene in bianco e nero, sopratutto, l'attore è identico al Che. Gli occhi sono impressionanti: sembra davvero di poterlo toccare. Questa è la superficie, quella che va bene ai "critici" dei giornali (mestiere duro, si sa). Il film vero è nelle scene nella giungla, nella loro asciuttezza e comunicativa visiva. E' tutto molto semplice, con quello stile (che a me non piace troppo) della macchina sempre in movimento; qui era obbligatorio.

C'è anche la retorica del Che, se vogliamo: un'aura che non si può togliere in due ore (le prime due: le altre dal I° Maggio). Se ne sta, comunque, a distanza giusta per non cadere nel "biotopic" di maniera. Risultato raggiunto. Si può fare buon cinema anche maneggiando la dinamite Rivoluzionaria. Un lavoro massacrante, immagino, per uno yankee, anche se di Sinistra.

giovedì 16 aprile 2009

 Mini Dispenser




Tempi moderni.
Un mese per conoscere i risultati delle prossime elezioni in India. Da noi sette ore: basta guardare "Porta a porta".

Resistenza.
Santoro prepara la resistenza contro la Rai: rinuncerà ai buoni pasto.

Peccati.
Fini parla di "...peccato e spreco" per il no all' Election Day: stava ancora pensando a come definire il "PDL".

Tagli.
La Gelmini taglia i capelli alla "Carfagna": tanto, taglio più taglio meno...

Estinzione.
Gli Asburgo si estinsero a causa dei matrimoni tra parenti: poche chances per il "PDL", allora.

Stupe-fatti.
Stupefatta la Destra dalla programmazione di "Shooting Silvio" su "Sky": coi soldi che diamo alla "RAI" io sono stupefatto di tutto il palinsesto.


mercoledì 15 aprile 2009

 House of Hope


 


Adesso bisogna ricostruire. Un'identità, un territorio: le sue case e con quelle pietre, lì, non altrove. Eppure un ricomporre dovrebbe essere iniziato, molto prima di un terremoto. Si sarebbe dovuto ripensare e rimettere insieme i pezzi dell'Italiano cittadino, del compatriota. Impresa ben più ardua e costosa di quella fisica del rifare le case e gli ospedali [sic].

Stupirsi della generosità e della prontezza di molti, adesso, è un bene prezioso e gratificante: dura il tempo, appunto, dello stupore. Uno stupore che non dovrebbe esistere, ma esser norma. Tant'è. La vita dei giorni cosiddetti normali è diversa, lo si sa da una vita. Qui da noi uno frega l'altro, in un via vai di furbizia e cialtroneria senza fine e senza un inizio: natura, modo d'essere, condizione ambientale e, sovrana, mentale.

Se il pizzicagnolo sotto casa tende a fregarmi, o se il concessionario, il costruttore, il tizio o caio che volete fa così, bisognerebbe rifare una mentalità, prima d'altro. Battaglia persa, chè ne dicano soloni e giornalisti, registi o preti. Un ospedale senza certificazione di agibilità è un segno come tanti di quello che siamo, saremo. E non vogliamo cambiare. La cosa certa è che la montagna di menzogne e ipocrisia è ben salda: non c'è terremoto che tenga o persone che la scalfiscano. Una certezza quasi consolante per i più. I più che fanno la somma.

Lawrence Weiner, "Earth to Earth...", 1970, Guggenheim Museum, New York.

venerdì 3 aprile 2009

 Ho sognato una strada?





Il "post" di oggi in realtà qui non c'è.
Su invito di una persona verso cui la mi stima è assai alta,
Francesco Nardi, ho deciso di scrivere anche su "LibMagazine".
Con libertà, ma senza ripubblicare cose che si trovano già sul Blog.
Esercizio di pazienza, per Voi, ma che credo possa farvi scoprire un sito assai interessante.
Perciò, armatevi di caffè e sopportazione, e andate
qui.
Tanto in quattro siamo e quattro restiamo (ma belli e bravi, no?).

Eric Gill, "Daily Herald Order of Industrial Heroism", 1923, Tate Modern Collection, London.

mercoledì 1 aprile 2009

  Fermarsi a sperare


Tal fossâl une posse, i nŭj dentri
e il sèil dut in-t-un puign...
A sdansin flocs intal ajar di nêf,
a zirin intôr sense disfâ-si.
Il timp a si è fermât: oh il plasè
di sveâ-si di bot liberâts!...

Nel fosso una pozzanghera, le nubi dentro
e il cielo tutto in un pugno...
Danzano fiocchi nell'aria di neve,
girano intorno senza disfarsi.
Il tempo si è fermato: oh il piacere
di svegliarsi d'improvviso liberati!...

Non so perchè ho il bisogno di parole nella mia Lingua.
In realtà non so di cosa ho bisogno.
Forse solo di cercare in me una speranza.
In silenzio?