mercoledì 16 dicembre 2015

Io, me

"Io
accetto
la grande avventura
di essere me."

(Simone De Beauvoir)


Poche cose possono essere difficili quanto essere se stessi: non è di certo una novità. Il tempo che viviamo, così connesso ed iperattivo, paradossalmente toglie personalità, anziché rafforzarla. Perchè è un gara, atrocemente pervasiva, a proiettare un'immagine del proprio essere che sia quanto più gradita a molte persone: così tante che, nel quotidiano, mai ne conosceremmo in tal numero.

Poche balle: tutti ci caschiamo, ci siamo cascati, continueremo a cascarci. Se penso che le aziende guardano i profili sui Social Network per dare le possibilità di colloquio lavorativo, è logico intuire come ci si debba mascherare, in una qualche maniera, per essere compresi ed accettati, considerati.
Si può dire che lo stesso "gioco" lo facciamo anche nel quotidiano, ma, ricordiamocelo, senza l'impunità della distanza e dell'amicizia virtuale.

Non è solo una questione di "vigliaccheria", se pasate il termine, ma proprio di uso del mezzo: quello è e vorrei capire come sia possibile che le personalità divengano divergenti se viste su uno schermo o se affrontate nella realtà.
Diffido assai di coloro che affermano "Io sono così e basta": non basta mai.

L'affermazione di sè penso sia un processo molto intimo, non sbandierabile, non ascrivibile a teorie filosofiche più o meno degne di questo nome. La sera, quando si traggono le conclusioni, non c'è Platone a rimboccarci le coperte: certo tutto aiuta, soprattutto la cultura, l'approfondimento, ma si resta soli a tentare di essere noi stessi.
Per quanto la nostra anima sia e debba essere sociale, questo continuo baratto di convinzioni e idee a favore del favore (mi sia concesso) è cosa cui è quasi impossibile sottrarsi.

Forse solo l'accettazione totale, per esempio, del proprio procedere in solitudine varrebbe come alternativa: imparare, a costo di immani rinunce, a bastarsi, in ogni caso. Rifiutare, anche, che i sentimenti debbano essere ricambiati: l'amore può andare anche in una sola direzione, perdersi, ma resta amore.

Tutto questo, messo nero su bianco, è lapalissiano. La nostra esistenza molto meno.
Le battaglie con noi stessi non le vincono amici, amanti, sorelle e fratelli.
Le vinciamo da noi.
Riuscirci.







giovedì 10 dicembre 2015

La felicità è un sistema complesso



Volendo essere onesti e scrivere ciò che si pensa, posso dire che la felicità probabilmente non esiste. Ci sono vari gradi di serenità. Ed anche quella non è cosa facile da raggiungere. Naturalmente, ogni affermazione può essere confutata dal singolo: tutte le persone hanno una loro idea della felicità e della serenità. Qui non si affermano (mai) principi assoluti, altrimenti penso sarei più famoso.

Ciò premesso è ineludibile il desiderio di ciascuno di poter vivere in maniera degna ed in pace: che sia la pace della propria coscienza o quella del Mondo, oppure semplicemente un'esistenza priva di tutti quei problemi che ci angustiano. Cosa, detto, impossibile. Anche perchè non è detto che i problemi necessariamente siano un ostacolo alla felicità.

Prendi una roba strana come l'amore (ed anche sulla sua esistenza/significato è perfettamente inutile dilungarsi: avete biblioteche intere a disposizione). Il massimo quando c'è: una cosa devastante quando manca o non viene corrisposto. Mica vero. Il bello dell'amore è che, se è tale, può essere univoco. E' che se non si è in due sembra una stronzata.

Eppure, in questa finta ricerca della serenità, anche uno stato come quello che i più definirebbero, usando le parole di una famosa carta per cioccolatini, come "amore impossibile" ti cambia un attimo le prospettive. Eh sì, diciamocelo. L'euforia (ingiustificata) di avere un pensiero solo e di solito romantico (sic) mette in secondo piano tutto il resto. Con conseguenze perlopiù nefaste.

Cali di concentrazione, distrazione, recupero di vecchi dischi smielati e giustamente riposti nella parte meno accessibile della casa, strani scuotimenti interiori (da non scambiarsi con virus intestinali, roba di stagione), insensati atteggiamenti giovanilistici, patti con la propria coscienza e con il proprio "io" morale e via dicendo.

Tutto questo parrebbe controproducente, niente di più distante da quel desiderio di calma e di gioa che dà l'amore; eppure, pensateci, mica è così male? Non state leggendo il Blog di un masochista, piuttosto di un realista. La felicità è un sistema complesso e non esistono formule che lo mettano giù nero su bianco.

Detto questo, ogni piega della nostra giornata può nascondere quel brandello di insensatezza che riesce a donare un sorriso od un pensiero (per noi) positivo. Tutto è, comunque, relativo: ognuno si costruisca le sue "pare" e ci lavori sopra.
Mica posso dirvi tutto io, vivaddio.

giovedì 19 novembre 2015

Pensiero democratico unico



La notizia della sospensione dell'account "Facebook" di Giuseppe Genna e del ridicolo richiamo "...ad usare il proprio nome" a Cecilia Strada (sempre da parte del social network di Zuckerberg) dovrebbe, sia mai, far riflettere ulteriormente sui limiti che vengono imposti al libero pensiero, quello magari non allineato.

Il peccato di Genna è stato quello di non schierarsi a favore del massiccio intervento armato Francese in seguito ai devastanti fatti di Parigi (trovate qui un breve riassunto di entrambe le vicende). Il centro del discorso non è se lo scrittore avesse o meno ragione: è chiaro che ognuno ha la propria opinione e non è umanamente possibile che si sia tutti eguali nei ragionamenti.

Una persona può approvare o meno, sostenere o non farlo, pensare o decidere di fregarsene e occupare la mente con altro. Ma è, o dovrebbe, essere libero di condividere la propria opinione con chiunque. Non stanno lì apposta i network sociali? O, forse, mi sbaglio? O forse mi illudo?

Il tema del libero arbitrio e della libertà d'espressione sembra essere messo da parte, quasi non ci fossero problemi legati a questi nostri modi di esprimerci: tutto va bene, siamo in una Democrazia. Ecco, appunto. Quindi, e correggetemi se sbaglio, questa sanzione è una sonora cretinata.

Peggio: è l'evidenziarsi di una falla culturale e di concetto. Può apparire, e ci si dovrebbe pensare, che le opinioni diverse da quelle considerate accettabili (o schierate da una certa parte) no, non vanno bene: non sono cose da scrivere, siamo in un momento particolare, ci vuole unità d'intenti. Cosa inconcepibile per persone che si definiscono (scusate la necessaria ripetizione) democratiche.

Questa espressione del vivere sociale accetta la diversità di idee, accetta il confronto: accetta perfino di cambiare il proprio, di pensiero, se quello proposto porta ad una crescita personale e collettiva. Ma al di là della teoria, nel concreto, è logico, per chi si professa libero, non togliere voce a coloro che non sono, in quel momento, dalla nostra parte. Casca il palco, come si suol dire.

Tutto questo mentre si possono leggere le peggio cose ovunque. Mi sorge il dubbio che anche questo sia un tentativo di semplificazione. Se si riducono le dispute al "bianco contro nero" è tutto più controllabile, più facile. Appiattire conviene a molti. Argomentare, impegnarsi è difficile: costa e l'ho ribadito più e più volte.

Eppure a questo stiamo. Francamente un po' di paura la fa, una cosa del genere. Magari si sgonfierà e "Facebook" farà marcia indietro (non è esattamente un covo di gente che rimane granitica nelle sue decisioni, a riprova che non di rado conta la pancia e non il cervello). 

Così sarà più semplice mettere nel dimenticatoio questa ennesima caduta della facciata di falsa libertà che stanno mettendo su a vantaggio degli illusi.
Evviva.


martedì 17 novembre 2015

I dormienti

E' impensabile che dopo fatti gravissimi come quelli di Parigi il web sia luogo di moderazione e civiltà. In effetti, persone come isole esistono. Scovarle diventa difficile, in un marasma indifferenziato di parole, simboli, luoghi (comuni e non) che si allarga con la stessa rapidità con cui accadono le cose. La connessione del Mondo alle sue miserie e cattiverie è immediata.

Una parte imprescindibile della nostra Libertà passa attraverso il mezzo del web: esso diviene bandiera e guerra, ironia e maleducazione, irriverenza e segno di rispetto. Difficile distinguere, oltre le apparenze della parola, contenuti e idee valide. Eppure di brave persone è piena la terra, anche se non sembra.

In automatico, ormai, una cosa è chiara: le categorie in cui si incasellano moltissime persone. Ci sono i tuttologi (la cosiddetta "massa", che è una locuzione quanto mai vaga), i buonisti, gli esasperati, i guerrafondai, gli scettici, gli speranzosi, i "battutisti", i vignettisti e continuate pure che non sbagliate.

Ma quelli un pochino più irritanti trovo che siano i "dormienti". I dormienti non sono sempre addormentati: hanno un orologio da tastiera che li desta solo quando, in base alle loro inclinazioni e cultura, questo trilla affinchè nessuno di noi possa scampare alla loro opinione in merito ad un fatto specifico.

Attenzione che dev'essere proprio una cosa che gli sconvolge la vita (oddio, per due o tre giorni): prendi il Venerdì 13 di Parigi. Allora questo avviso li ritrova arzilli e convinti. Prendono la palla al balzo (pardon) e danno il meglio di sè; d'improvviso si svelano per quello che sono e cioè profondi conoscitori delle dinamiche geo-politiche Internazionali, affidabili "maitre a penser" delle vicende del Medio Oriente (per dire).

Però la loro parte la fanno con post accesi, spesso di pensieri cupi e apocalittici, o, peggio, con "like" ("mi piace", vivaddio) messi a raffica sulle opinioni altrui. Così ci sono, così ci fanno sapere d'esserci. Alcuni li conosco di persona e sono gli stessi, giuro, che se gli chiedi di indicarti la Palestina su una mappa vanno un po' a cazzo, diciamolo.

Sembra una critica, ma non lo è. Non pensate a livore o ad albagia buttata lì per fare un post: è una constatazione sull'opportunismo che diventa reale, che si perpetua. Nessuno è obbligato a sapere tutto di tutto, ma si sa comunque. E chiedigli di politica: o non votano o se ne fregano. Giusto, fino in fondo.

Fino all'attimo in cui quel benedetto orologio non suona di nuovo.
Un momento, per loro, di rivincita.
Però la guerra l'hanno persa da tempo.

venerdì 6 novembre 2015

Voi



Voi, che adesso che si può dire tutto vi svegliate e dite proprio tutto.
Voi, che le parole degli altri sono più efficaci e non esprimete mai un pensiero -uno- che sia vostro.
Voi, che una virgola ogni tanto ci sta.
Voi, che se si celebra un Poeta vi incazzate perchè altri mille sono persi nell'oblio.
Voi, che se non si conoscono quei mille poeti ignorate l'altro.
Voi, che sapete tutto, ma di tutto.
Voi, che pensate d'essere poeti, artisti, gente che fa cose originali e poi vivete il livore dell'invidia.
Voi, che non sapete che l'invidia è il sentimento più diffuso e ne abusate.
Voi, che ogni film o canzone è già stata fatta, ma non da Voi.
Voi, che fingete l'Amore, perchè è tutto un gioco.
Voi, che assumete ogni tipo di opinione per poterla denigrare.
Voi, che un'opinione ce l'avete per ogni singolo argomento.
Voi, che siete intellettuali, ma offendete.
Voi, che usate la parola "Odio" e l'odio lo coltivate.
Voi, che gli altri sono solo un mezzo, mai il fine.
Voi, che giudicare non si fa.
Voi, che giudicate in continuazione.
Voi, che sapete mentire.
Voi, che siete in equilibrio.
Voi, che siete amici di tutti.
Voi che non capite che non si può essere amici di tutti.
Voi, che le pilloline più sì che no.
Voi, che è più facile stare con chi la pensa come sempre e come conviene.
Voi, che illudete.
Voi, che vi fate illudere.
Voi, che perdonate, perchè è giusto.
Voi, che è giusto perdonare, ma non dimenticare.
Voi, che vorreste che il Mondo fosse diverso, fosse fatto da Voi.
Voi e il vostro ego.
Voi e la disciplina della negazione.
Voi e la marcia delle idee inarrestabili.
Voi e Voi.

Voi siete come me.

giovedì 29 ottobre 2015

Schierarsi



Attenzione: questo non è un post politico. Un po' di pazienza.


Mi ostino a pensare che si debba cambiare idea solo nel caso se ne trovi una migliore della propria. Avendo la maturità di accettare i propri limiti, senza mai smettere di cercare ed imparare, procurandosi dosi massicce di pazienza e nutrendosi con una sana quantità di curiosità, spesso si conquistano mete diverse da quelle prefissate, ma interessanti, soddisfacenti.

Ma nulla viene costruito sul niente e tutto passa dalle persone. Impossibile circondarsi solo di coloro che ci fanno divenire migliori: sarebbe l'epifania, un mondo personale a colori sgargianti, l'apoteosi delle giornate perfette. E nulla è perfetto: non lo sono io, non lo è nessuno (anche perchè che cos'è la perfezione? Non ce la si cava con le definizioni religiose: quelle sono extra Mondo).

Si può, però, tendere ad eliminare i portatori di stress. Lo sto imparando a mie spese e non sono ricco. Se di fronte ho chi riesce a togliermi dalla testa quei tre punti fissi errati (non ne ho di più: sono quasi normale), be' mi sento meglio. Non mi trovo più a mio agio, invece, con coloro che facevo o faccio finta di tollerare. Non sono più così accondiscendente. Non sono più disposto al baratto intellettuale se non alle condizioni di cui sopra.

Attenzione che non parlo del virtuale, cosa a sè stante. Parlo della comunicazione/non accettazione della vita, quella roba lì, reale. Non so quanto mi resta, ma non lo passo più con chi si permette di farmi sentire qualcosa di meno di quello che sono (non mi arrogo nessun diritto: solo la convinzione di avere la possibilità, aprioristica, di essere ciò che decido di essere), con coloro che si convincono, meschini, che in qualche maniera i loro atteggiamenti vengano da un altrove in cui possono paragonarsi a dei semi Dei e ci fanno un favore nel dispensare saggezza, morale, ironia a piene mani.

I silenzi imbarazzanti continuano. Le cattiverie gratuite anche: spalle che sorreggono se ne trovano a bizzeffe.
Sono fermo nella convinzione che non mi avrete.
O, perlomeno, dovrete stare alle mie condizioni, dato che, a quanto pare, tutti ne hanno da imporre. Anzi, meglio: le vie sono infinite, prendiamone di diverse.

L'ho scritto qui perchè è roba mia.
Liberi di far finta che queste righe non ci siano.
(In effetti, esistono?).



mercoledì 28 ottobre 2015

Keep calm. Però sul serio.



Qui, ormai, non si parla di cambiamenti epocali: si tratta di cambiamenti quotidiani. La nostra giornata è scandita dai ritmi dell'Internet e non solo per i rapporti tra le persone, ma per qualsiasi ambito sia immaginabile. Nell'arco di ventiquattro ore scambiamo una mole di informazioni, immagini, pensieri ed omissioni che la nostra vita, la nostra storia muta in un loop infinito. Mentre spesso si cerca di regolamentare ciò che appare un diritto (con tutte le conseguenze che questa parola ha), ci aggrappiamo con costante pervicacia al nostro "io" digitale, la proiezione immaginifica del nostro essere umani, persone.

Rirproduciamo, con la velocità quasi del pensiero stesso che sottende all'atto, tutto quello che pensiamo di essere o che vorremmo divenire. Costante dell'opera è la rappresentazione del sé, la meccanizzazione del proprio vissuto: un mondo nel mondo digitale, un parallelo di pixel e non di espressioni. Eppure bastano due righe, messe giù in maniera "sbagliata" (il più delle volte frettolosa, via) per reintrodurre un sentimento, un eccesso, uno spaesamento più che reale.

L'aggressività è molto concreta, non lo si dice da adesso, sulle pagine digitali. Non è una questione, non solo, di quella che veniva definita "netiquette", ma proprio di un ribaltamento della prospettiva. Se guardiamo un filmato con i micetti che corrono dietro ad un bambino, al novanta per cento troveremo commenti ilari, teneri o al più ironici. Eppure se ci si guasta un telefono e la cosa ci rende nervosi, dopo averlo scritto, non ammettiamo lezioni da chi, eventualmente, ci dice che abbiamo sbagliato nel suo uso.

Quasi come se la possibilità di esprimere un disagio (comprensibile, anche se sempre meno necessario) attirasse una pletora di professori che, gratuitamente, dispensano il loro sapere. Il fatto potrebbe essere volto a nostro favore: magari impariamo qualcosa, capiamo che un comportamento non è corretto, ci ragioniamo su. Ma guardatevi attorno: è la stura al momento no della giornata, in cui, barricati dietro alla tastiera, tutti stanno contro tutti.

Eppure ciarliamo di ragionevolezza ed equilibrio (prendete il caso di due giorni fa: l' "OMS" che dice che la carne fa male. Sembra una guerra Mondiale.) tra di noi, magari bevendo un buon bicchiere seduti in un bar. Tutte cose che svaniscono sempre più rapidamente sul web: un "cupio dissolvi" anche della meccanica elementare dell'educazione.

La tendenza dell'uomo dovrebbe essere la crescita e con questi strumenti ciò può avvenire più facilmente (ma non con meno sforzo di dedizione e volontà), più piacevolmente, più velocemente. Siamo ancora, impantanati, invece, in quel fiume di livore che prende forza da noi stessi. Non dico che servirebbe poco a deviarlo e farlo divenire un ruscello su cui fermarsi a riflettere, ma non provarci è davvero un peccato.
Digitare con serenità equivale a non costruire un personaggio diverso di "noi", ma a essere noi. Magari con calma.


martedì 27 ottobre 2015

Questo mio tempo



Questo mio tempo è qualcosa che non mi aspettavo. Sembra un gioco che quasi sempre si scontra con quell'altro impaccio che è la vita; tutti i giorni, inaspettati, lunghi, eppure così veloci e spesso amari. Un tempo distratto, di tante e tante parole, di immagini e inutilità.

Tutta una serie di effetti collaterali che non penso di evitare, come se queste squadernate ore fossero un'anestesia complice. Un'amnesia di sentimenti. Arrendersi è semplice: più complicato non cedere all'autoindulgenza.

Doveri e ricorsi, nuove complicazioni. Però anche meno paura di quegli attimi in cui tutto sembra essere illuminato da vicino, da paure evitate, da slanci che non credi, da persone che desideri incontrare e altre che impari ad evitare.
Di cose che prenderanno polvere.

Poi penso che diventa importante guardare oltre.

mercoledì 4 marzo 2015

Giornata da bosco fitto



GIORNATA DA BOSCO FITTO, sotto una reticolata
foglia di cielo. Attraversando
ore di vacua trama, nella pioggia
s'arrampica quel nerazzurro
scarabeo della mente.

Parole animali
fanno ressa alle sue antenne.

[Paul Celan, "Atemwende" ("Svolta del respiro"), 1967]

martedì 24 febbraio 2015

Greetings From Mongolia - Hand. Cannot. Erase.



Alla quarta prova da solista, Steven Wilson ci arriva con il fiato un po' corto.
Personalità ormai acclarata nel mondo della musica ed impegnatissimo nel ridare lustro a molte opere del "Progressive" dei bei tempi (su tutti, i lavori dei "King Crimson"), è divenuto musicista di spessore e bravura indiscutibili.
Nei suoi primi tre album ha saputo miscelare con sapienza e passione momenti di intensa malinconia ad altri più smaccatamente ritmati, sempre con quell'idea di musica ampia (anche nei tempi) nei modi e nell'accentazione.

Dopo l'esperienza (peraltro non conclusa ufficialmente) dei "Porcupine Tree", band che ha lasciato milioni di cuori infranti, si è dedicato con costanza alla costruzione di una sua identità artistica precisa: è del tutto evidente in questo "Hand. Cannot. Erase." che giunge dopo due anni a colmare un vuoto che, conosciuti i tempi di Wilson, è assai lungo.

Forse avrebbe giovato una pausa più prolungata. Le canzoni di questa opera rimarcano sempre il medesimo canovaccio (escluse le belle "Perfect Life" e "Transience") compositivo: una prima parte più lenta, quieta, cui segue inevitabilmente una progressione ritmica e chitarristica a tratti furiosa. Nei pezzi più lunghi, anche questi sorta di marchio, ci sono assoli eterni che appaiono piuttosto frusti e messi in mostra per esaltare una tecnica virtuosistica francamente noiosa.

Per questo il disco appare faticoso da ascoltare, perlomeno in quelle canzoni che aggrediscono con una valanga di suoni ("Regret #9" o "Ancestral") e che si protraggono per alcuni minuti di troppo. Avrebbe giovato, io credo, una maggior concisione, una più matura operazione di sottrazione, perchè Wilson è senz'altro uno dei migliori scrittori di musica rock che ci siano in circolazione.

Non è affatto, questo, un brutto disco, ma nel complesso mi aspettavo più "magia".

Merita una menzione a parte l'incisione: curata, equilibratissima, pulita. Un lavoro eccellente.



domenica 8 febbraio 2015

Before and Afterlife



"Ci sono tre modi per diventare saggi. Riflettendo, che è il modo più Nobile. Imitando, che è il più semplice. Facendo esperienza, che è il più amaro".

I tuoi occhi sono chiusi, i miei guardano in alto la finestra aperta...
Abbiamo l'un l'altra e abbiamo tempo, nient'altro.
Ma di tempo ne abbiamo tantissimo, come se non esistesse neanche più.


(Katja Lange-Müller, "L'agnello cattivo",  Neri Pozza).

Foto: mia.

mercoledì 4 febbraio 2015

Egregio Presidente...



Egregio Presidente,
nel leggere il suo discorso d'insediamento non ho potuto che fare anche mie alcune considerazioni che Lei ha fatto riguardo al nostro Paese ed al momento che sta vivendo. Nella sua interezza ciò che dice è fondamentalmente giusto: oserei dire ineccepibile, in quanto senz'altro frutto di una attenta osservazione dei fatti e degli accadimenti di questi ultimi anni.


Pur tuttavia non posso esimermi, da cittadino, dal rilevare come nel complesso le sue parole stridano di fronte alla realtà della Politica Italiana. Vaga, da tempo lunghissimo, uno spettro, nell'apparato dello Stato: è quello dell'ipocrisia, che ieri ha battuto quarantadue volte i suoi colpi.

La nostra Costituzione è stata ed è vilipesa ogni giorno, proprio da coloro che seguendo i suoi concetti ieri applaudivano alle nobili intenzioni del suo settennato. Gli stessi che fanno della aule parlamentari un circo, un luogo ove sfogare istinti populisti, razzisti, beceri e volgari: gli stessi che siedono, condannati dalla giustizia, su scranni che nemmeno da lontano dovrebbero vedere.

Tutto questo, immobile da anni, è anche il frutto di una società profondamente diseguale, ove il furbo ed il ladro sono mossi ad esempio, dove i nostri giovani hanno per modello la furbizia e non di certo la meritocrazia, così palesemente assente da tanti ambiti.

Lei ci invita a riappriopiarci di alcuni luoghi come i Comuni, i musei, la pubblica amministrazione: sono gli stessi ambiti in cui la corruzione e la connivenza germogliano felici e quasi incontrastate. Le armi dello Stato appaiono spuntate, se non apertamente inesistenti.

Caro Presidente, l'Italia è un paese che ha bisogno di idee nuove, di nuovi politici, di nuove verità non sconfessabili. Ha necessità di essere scosso da una profonda ondata di coscienza sociale. Se lei vuole essere arbitro davvero imparziale, inizi con il dare peso anche a quelli che non sono nelle formazioni politiche di maggioranza. Ascolti davvero tutti, non solo per dovere istituzionale.

Non sia solo arbitro: sia anche un attento censore di tutti quei comportamenti e di quei pensieri deviati dall'attaccamento ai privilegi che in tutto questo disastro economico e morale stanno uccidendo il desiderio di risollevarci. L'unità Nazionale invocata non può esistere senza coscienza, dal primo cittadino all'ultimo dei parlamentari.

Auguri, Presidente.

mercoledì 28 gennaio 2015

A B C


In una delle rarissime occasioni in cui ho dato uno sguardo ad un "TG", m'è
capitato di sentire un'espressione interessante: “analfabeti emotivi”, evocata da un PM riguardo ad uno dei tanti delitti efferati ed ignobili che accadono in Italia (e non solo, purtroppo). M'ha fatto riflettere sulla pochezza che, a volte, riusciamo ad esprimere. Non è solo un fatto rapportato a questa particolare situazione, ma che potrebbe capitare a chiunque. Mi è difficile credere che possa essere così, ma, in alcuni casi, forse sì. Siamo analfabeti quando ci comoda, quando quello che sentiamo non ci coinvolge, non ci interessa: a volte se manca un fine. Penso a me nei confronti della tolleranza e della pazienza. Forse lì stò ancora all' ABC, ad un inizio. Per quanto possa sforzarmi, la mia ignoranza si ripresenta. E magari anche in altri momenti, qua e là, senza avvisare. Siamo tutti “analfabeti”, non arrivando, fortunatamente, alla tragica realtà di alcuni, che paiono avere una vita senza scopo, se non quello di far del male. A questi ultimi, più che un abbecedario sentimentale, servirebbe un po' di intelligenza e d'umanità. Anche queste, però, paiono drammaticamente scarseggiare.


Richard Smith, "The Typographer", 1986, Tate Modern Collection, London.


martedì 27 gennaio 2015

I lati oscuri



Di certo non si può nascondere che le alleanze politiche, negli ultimi anni, hanno un che di inquietante. In Italia e adesso con "Syriza" in Grecia appare chiaro che la governabilità deve scendere a compromessi,  spesso numerici, più che di contenuti. O, almeno è così sperabile.

La grande differenza di voti e seguito che ha Tsipras rispetto ad "Anel" potrebbe tranquillizzare sulla sostanza della politica di Atene, che rimarrà saldamente in mano al nuovo Premier. Però, alla conta, senza i due seggi della Destra nulla si potrà creare. Ricattabile? Come qui.

L'Europa del rigore e della stabilità, inevitabilmente, applaude a queste mosse: vede la possibilità di annacquare la spinta di un movimento che, magari, spaventa un attimo coloro che godono nel restare fermi su posizioni che ancora spacciano per necessarie.

Porsi con serenità di fronte a questi matrimoni di convenienza non è semplice. Costringono ad una mediazione che ingolosisce coloro che ritengono che per superare una crisi così devastante non ci siano altri mezzi e deludono coloro che auspicano la necessità di rimanere coerenti fino in fondo con le proprie convinzioni, anche se "ostinate e contrarie".

Inevitabilmente verrebbe da dare ragione a quelli che questi accadimenti li sentono fortemente, magari pensando che veramente le svolte si fanno solo con la fermezza e senza scendere a patti. In Democrazia è fondamentale rispettare il pensiero di tutti e non svendersi proprio brutalmente.

Mi sembra che giustificarsi sia più semplice. Alla fine del giro di giostra rimane un attimo di spaesamento, acuito dal fatto che il potere ha è un'attrattiva ipnotica. Confido che ci siano smentite nei fatti concreti: altrimenti si dovrà ricominciare un'altra volta e di spazi, ormai, per fare le rivoluzioni non ce ne sono quasi più.

lunedì 26 gennaio 2015

Ha vinto Tsipras, non tutti gli altri



Al di là delle celebrazioni entusiastiche, da ieri sera in Europa c'è qualcosa di diverso. La vittoria di "Syriza", al netto delle speculazioni di parte, ha un merito: quello di muovere l'acqua dello stagno. Si sta navigando da molto con una rotta definita e spesso sbagliata, al di là di quelle che potrebbero essere delle correzioni intese a migliorare il viaggio.


Ha vinto una Sinistra ampiamente sostenuta dalla popolazione, ma pur sempre piuttosto piccola nella sua struttura. A dire che si è voluto premiare un leader che ha sempre parlato chiaro, che va oltre il suo peso di iscritti ed elettori fidelizzati. Magari pensando che la politica si faccia con il coraggio e la grinta.


Non discutiamo di insegnamenti o di esempi: ogni Paese ha una storia, un vissuto politico diverso da quello degli altri. L'esportazione di un modello spesso non ha molto senso ed ancora meno un peso reale sulle cose. Guardare oltre il proprio giardino è stimolante, ma poi quel giardino va coltivato da noi.

Per questo Tsipras, che avrà un compito enorme e che dovrà scontrarsi contro una UE che può ancora dettare molto della sua agenda, non è esportabile. Lo è l'idea di fondo, quella che si può cambiare, ma il cui prezzo varia da mercato a mercato.

E proprio in Italia, culla dello sfascismo a Sinistra, è facile entusiasmarsi. Meno, molto meno imparare a riconoscersi una volta per tutte sotto un'unica bandiera (anche ideologica, parola che non piace più a nessuno): da anni si sa, da anni lo si scrive, da anni ci si involve in discussioni eterne, mentre il Paese scivola sempre più verso una piatta forma di non troppo velato regime.

Perciò, lode a Tsipras, ma le mani bisogna sporcarsele con la propria terra.